EGITTO. Dedicata a un torinese la Cappella Sistina dell’Egitto preistorico.

Pubblicato il : 24 Gennaio 2011
Un torinese passera’ alla storia per aver restituito all’umanita’ uno dei suoi siti piu’ antichi. E’ una delle culle della civilta’ egiziana, identificata a duemila chilometri dal Cairo dal cavaliere del lavoro Massimo Foggini, che la Francia annovera fra i decorati della Legion d’Onore.
Il suo nome e’ stato scolpito su un’epigrafe, posata in sua presenza nei giorni scorsi dalle autorita’ egiziane, nel cuore del Sahara. Celebrera’ nei secoli un ex industriale di 75 anni che, dopo una vita di lavoro, si e’ dato all’archeologia sull’altopiano del Gilf Kebir: una distesa di sabbia, a quota 1050 metri, grande come la Sicilia. La sua passione e’ stata premiata l’11 maggio 2002, da una scoperta di valore mondiale.
Nel ripercorrere con il figlio Jacopo le orme del conte ungherese Laszlo Almasy, l’esploratore che ispiro’ il romanzo «Il paziente inglese» di Michael Ondaatje, scopri’ un santuario fondato dodicimila anni fa, in riva a un lago primordiale ormai scomparso. Qui in epoca neolitica un popolo di cacciatori e agricoltori racconto’ la sua vita con migliaia di dipinti rupestri. Lo fece per cinquemila anni. In una grotta creo’ un grandioso affresco, come una sorta di «Cappella Sistina» primordiale. Poi, sospinto dall’avanzare del deserto, migro’ sulle rive del Nilo per partecipare all’epopea egizia.
Il sito e’ ora una meta turistica. Il governo egiziano ha eretto Gilf Kebir al rango di parco nazionale. Nell’occasione la sua direzione ha voluto onorare Foggini con una targa, posta in vista della grotta che gia’ porta il suo nome, anche sulle carte geografiche.
L’impresa e’ nata dalla grande passione di Foggini per il Sahara: «Vi ho compiuto – ricorda – almeno cinquanta viaggi. Amo la sua luce limpida, la sua assenza di tutto, che mi procura gioia perche’ lo percepisco non come un deserto, ma come un mondo a parte, che sotto la sabbia cela segni antichi».
Come avvenne la scoperta?
«Quel giorno ero con mio figlio e due suoi amici. Esploravamo la zona di Wadi Sura, dove Laszlo Almasy nel 1933 aveva scoperto la grotta detta ”dei nuotatori”, per via dei dipinti rupestri che la decorano. Ero certo che ce ne fossero altre. Avanzammo in quel golfo di sabbia fino alle ore 15,30. Fu allora che notai una sorta di riparo, su un’erta sabbiosa. Lo indicai a Jacopo e gli ”imposi” di raggiungerlo. Lui subito fu riluttante. Faceva caldo fino a 49,5 gradi. Ma poi mi accontento’. Lo vidi scomparire dietro la cresta. Dopo alcuni minuti torno’ indietro gridando ”laggiu’ ci sono migliaia e migliaia di dipinti”».
Allora fu suo figlio Jacopo il vero scopritore?
«Come il marinaio che per primo avvisto’ la terra scoperta da Cristoforo Colombo». Che cosa apparve ai vostri occhi?
«Un riparo voltato, profondo 4 metri e largo 18, ricoperto da migliaia di scene di vita umana, dipinte da una comunita’ neolitica. Fra i dodicimila e i settemila anni fa dipinse scene di caccia, di danze, di corse, di attivita’ in riva a un piccolo lago».
Perche’ qui?
«Forse era un luogo di culto, dove raffigurare la propria vita, il succedere delle generazioni familiari. Lo fanno intendere centinaia di impronte di mani dipinte in tinte ocra con colori a spruzzo. Sono simili ad altre raffigurazioni trovate in altre grotte. Ma qui sono piu’ numerose. E’ il piu’ ricco sito di pittura rupestre africana».
Quando venne abbandonato?
«Con l’avanzare del deserto la popolazione del luogo ando’ a popolare la valle del Nilo. Divenne una delle progenitrice degli antichi egizi. In seguito i venti sahariani fecero avanzare le tonnellate di sabbia che ancora oggi ostruiscono parte della grotta. Bisognerebbe rimuoverle a mano. Celano certo altre testimonianze».
Saranno cercate?
«A breve verranno prese iniziative. L’equipe della professoressa Barbara Barich, docente all’Universita’ della Sapienza di Roma, ha incominciato studi sulle pitture e sulle loro condizioni ambientali, in vista delle opere».  

Autore: Maurizio Lupo

Fonte: La Stampa, 23-12-2010

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