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NAPOLI. Liternum, in totale abbandono e minacciato dagli abusi.

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«Ingrata patria non avrai le mie ossa».
La leggenda narra che queste siano le parole scolpite sull’epigrafe voluta da Scipione l’Africano sulla tomba, sepolta nel territorio di Giugliano, in provincia di Napoli. A causa di un diverbio con i tribuni della plebe in seguito al quale fu accusato di «peculato» per aver sottratto alle casse dello Stato ben 500 talenti ricevuti dal re di Siria Antioco III, il generale romano fu costretto a vivere i suoi ultimi giorni nella città di Liternum.
Scipione, famoso per la celebre sconfitta inferta ad Annibale nella battaglia di Zama, lega da allora inesorabilmente la sua memoria a questi luoghi. Ebbene, oggi, quegli stessi luoghi sono stati dimenticati e abbandonati: vi insiste un parco archeologico decisamente poco valorizzato e minacciato di tanto in tanto dagli abusi: la costa del giuglianese e quella di Castel Volturno, nel Casertano, sono tra le più disastrate d’Italia dal punto di vista del cemento selvaggio.

MAIURI E GLI SCAVI DEGLI ANNI ’30
Un po’ di storia: a Liternum, Amedeo Maiuri, direttore del museo archeologico di Napoli negli anni ’30, celebre per aver portato alla luce buona parte delle città romane di Pompei e Ercolano, in precedenza già individuate dagli archeologi borbonici, affidò l’incarico a Giacomo Chianese, ispettore onorario della Soprintendenza alle antichità di Napoli, di condurre uno scavo sistematico nell’area dell’antico foro.            
È il 1933: inizia l’operazione “Liternum” per individuare nella zona del Lago Patria (nel Giuglianese) il sito dell’antica cittadina romana. I saggi di scavo danno esito positivo e permettono di fissare il sito della dimenticata Liternum, dove, appunto, Scipione l’Africano si era ritirato con i legionari per dedicarsi alla bonifica e alla coltivazione della terra. Vennero alla luce gran parte delle rovine ancora visibili, il foro e l’antico teatro; individuando tra l’altro ben sei chilometri della via Consolare Campana, oggi irrimediabilmente perduta.

ANTICHI RESTI
Da allora, passati i clamori e gli sfarzi dell’illusione di un rinato impero romano fascista, il sito archeologico di Liternum è diventato il più degradato e dimenticato d’Italia. Ma procediamo con ordine. È l’estate del 1960 e il comitato promotore dei Giochi del Mediterraneo che si disputano quell’anno a Napoli sceglie proprio l’area a cavallo del foro dell’antica Liternum per impiantare un nuovo edificio. Sui terreni al di sotto dei quali insisteva l’antica colonia romana, e dove si presume si conservino ancora i resti di gran parte delle abitazioni civili – domus e botteghe – vennero realizzate le strutture di un moderno Villaggio Olimpico destinato ad ospitare gli atleti della nazionale jugoslava. Oggi quel villaggio è divenuto un parco privato; all’incirca 400 anime che vivono su una nuova probabile “Pompei”. «Proprio in occasione di uno scavo per l’installazione del nuovo condotto fognario all’interno del parco privato» spiega la archeologa Adriana d’Avella «abbiamo condotto un saggio che ha riportato alla luce i resti di un’antica fornace per la lavorazione dell’argilla e la fabbricazione dei laterizi, segno dell’elevato grado di sviluppo della colonia romana».

SCEMPIO
Mentre l’archeologa illustra le scoperte portate avanti con competenza e preparazione negli anni recenti, lo scempio operato in passato è purtroppo irrimediabilmente visibile sotto i nostri occhi. In particolare il muro di cinta che delimita la proprietà del parco privato è stato costruito in aderenza con le antiche murazioni romane che ancora affiorano dal terreno.

Nell’area attuale degli scavi dove è venuto alla luce l’antico Criptoportico, ovvero un corridoio di passeggio a volta coperto che collegava all’antico foro, si notano i moderi mattoni adoperati per la costruzione del muro perimetrale e la relativa colata di cemento poggiata sui resti di un muro di sostegno d’epoca romana in “opus reticolarum”.
La volta del criptoportico però è orribilmente sventrata da un carotaggio in cemento armato. Ma è solo una parte dello scempio adoperato fino ad oggi. All’interno dell’area sotto tutela della Soprintendenza controversie legali con i discendenti degli antichi coloni proprietari negli anni ’30 dei suoli confinanti, nonché fenomeni di speculazione edilizia selvaggia dei primi anni ’80 hanno prodotto due casi “emblematici” di abusivismo proprio a ridosso dell’ara sacra. Una struttura conserva parte delle antiche mura di una domus romana, l’altra è stata edificata proprio lungo l’antico tracciato della via consolare domitiana che si immetteva nell’area del foro. «Un breve tratto è stato riportato alla luce l’anno scorso sottratto alle coltivazioni locali che lo avevano destinato a una bella vigna» commenta l’archeologa, che poi si dice orgogliosa del ritrovamento di un busto d’imperatore acefalo venuto alla luce durante una campagna di scavo.
«Busto attualmente conservato nel museo archeologico dei campi Flegrei».

SENECA
scipio--140x180«Ti scrivo mentre me ne sto in riposo proprio nella villa di Scipione l’Africano, dopo aver reso onore al suo spirito e all’ara che, immagino, è il sepolcro di un così grande uomo. Sono convinto che la sua anima è ritornata in cielo, sua origine, non perché comandò grandi eserciti […] ma per la sua straordinaria moderazione e per il suo amore di patria». Così scrisse Seneca nelle sue Epistulae Morales ad Lucilium durante il suo soggiorno a Liternum.

Autore: Antonio Cangiano

Fonte: Il Corriere.it, 04-06-2010

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