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Mario Zaniboni. Il cratere di Francois.

Nell’ottobre 1844, il fiorentino Alessandro François iniziò una serie di ricerche e scavi in due tumuli etruschi che formavano un’area funeraria, nella tenuta granducale di Dolciano, nel territorio senese, a qualche chilometro a nord della città di Chiusi, in un’area ricca di storia antica e di reperti archeologici. Purtroppo, quel promettente territorio fu sconvolto dall’arrivo delle macchine per l’aratura e la semina, che fagocitarono i ruderi e lasciarono isolato il cascinale di Fonte Rotella, tanto che oggi è diventato irriconoscibile: in effetti, di quel luogo è rimasto solo il nome.
Nel passato, i tumuli erano stati presi in considerazione da archeologi dilettanti, che avevano asportato tutto quanto di prezioso avevano trovato, e pare che a loro sia da attribuire la rottura in pezzi di un grande vaso, di cui furono trovati, a partire dal 3 novembre, frammenti distribuiti fra le dodici stanze ed i due corridoi che costituivano la tomba. I frammenti furono affidati a Vincenzo Monni, un restauratore di Chiusi, che li rimise insieme, con la collaborazione di Giovan Gualberto Franceschi, ricostruendo il vaso, autentico solo per due terzi, mentre le parti mancanti furono sostituite da gesso, opportunamente colorato.

Durante il restauro si è notata sulla base delle anse fori, con tracce di piombo, che non passavano dall’altra parte, per cui si ritiene che servissero per fissare con perni una qualche applicazione metallica non trovata.
Altri cinque frammenti furono ritrovati quando, il 21 aprile 1845, François riprese gli scavi. Questo secondo ritrovamento comportò la loro sistemazione al punto giusto, togliendo la parte fasulla già restaurata, naturalmente con non poche difficoltà.
Finalmente restaurato, il cratere a volute, a figure nere con i particolari colore porpora e bianco, alto 66 centimetri e 57 di diametro, modellato attorno al 570 a.C., fu trasferito a Firenze il 1° luglio 1845 e, dopo che il 30 agosto il granduca Leopoldo II lo fece inserire nell’erario toscano, dal settembre di quell’anno, e fu esposto in quello che, allora, era il “Gabinetto dei Vasi Etruschi” agli Uffizi, i quali divennero la sede del “Museo Etrusco” fino all’anno 1871.
Non c’è da meravigliarsi nell’apprendere che il granduca fece pagare all’erario il costo del vaso, giacché si parla di 500 zecchini, una cifra enorme per quell’epoca. Più tardi, un contadino rinvenne un ulteriore frammento che, nel 1866, il marchese Carlo Strozzi donò alle Gallerie Fiorentine, dove fu esposto vicino al cratere.

Il 9 settembre 1900 avvenne un grosso guaio: non si sa come, ma il vaso cadde e si ruppe in centinaia di frammenti e, approfittando del restauro eseguito da Pietro Zei, quel pezzetto fu inserito al posto giusto. Un altro frammento, che non era stato denunciato, fu reso solo dopo il 1904, cioè dopo due anni dal restauro di Zei.
Si riscontrò che quel cratere faceva parte delle importazioni di vasi attici, molto copiose nel VI secolo a.C., che probabilmente erano distribuite nell’entroterra dal centro di raccolta della viterbese Vulci dell’Etruria, situata sulla costa.

Comunque, alla fine, fu possibile esporre il vaso al pubblico. Il vaso, a forma di cratere, è una delle prime realizzazioni in stile attico dovuta a Ergòtimos, mentre le figure sono opera dell’artista Kleitìas; i nomi di entrambi sono stati inseriti sul vaso: infatti, si trovano Ergòtimos m’epòiesen (Ergòtimos mi ha fatto) e Kleitìas m’ègrafsen (Kleitìas mi ha reso famoso).

La decorazione del vaso è costituita da una serie di 270 figure accompagnate da 131 iscrizioni di chiarimento; il tutto è suddiviso su 7 registri sovrapposti, nei quali sono riportate scene mitologiche ed ornamentazioni varie. Le loro dimensioni non sono fisse, in modo da poterle sistemare armonicamente sulla superficie del cratere e, nello stesso tempo, per dare un senso di movimento al tutto senza soluzione di continuità.

In sintesi, si può ricordare quanto descritto nei due lati del cratere: su un lato si trovano le seguenti rappresentazioni: le nozze di Peleo e Teti; Meleagro e Peleo alla caccia del cinghiale calidonio; le onoranze con giochi per la morte di Patroclo; l’aggressione a Troilo durante la guerra di Troia; sull’altro lato: le gesta di Teseo; l’uccisione del Minotauro; danza di giovani ateniesi; la Centauromachia; Dioniso e Sileno che accompagnano Efesto sull’Olimpo.
Nei registri più bassi sono decorazioni che rappresentano animali mitologici, quali pantere e grifoni, e soggetti vari, come palmette e fiori di loto.
La decorazione varia e le scene mitologiche riportate sul vaso lo rendono unico nel suo genere, vale a dire nella produzione ceramica a figure nere, base dell’arte attica antica.

Il cratere François, una enciclopedia della mitologia greca, mette in risalto la perfezione tecnica e la capacità di descrivere i fatti e le persone da parte di Ergotimos e Kleitias, ma soprattutto mette in evidenza la costanza con la quale i ricercatori ed i ceramisti moderni si siano adoperati per poter esporre all’ammirazione del pubblico un’opera eccelsa proveniente dal passato antico, raccontandone la storia dal ritrovamento, al restauro, alla rottura ed al successivo restauro, che si spera sia veramente l’ultimo, garantendone la visione per il futuro.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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