Fra le malattie che colpiscono l’uomo, una delle più micidiali è la peste, che si presenta in tre forme diverse, ma sempre molto pericolose. Una è quella bubbonica, che entra nel corpo attraverso la pelle, quasi sempre dovuta al morso di pulci infette che vivono sui ratti, e che provoca linfonodi che si mostrano come gonfiori dolorosi, i cosiddetti “bubboni”. C’è, poi, la peste setticemica che è dovuta alla diffusione del batterio nel sangue, provocando infiammazioni. Infine, la terza è quella polmonare, concentrata nei polmoni, appunto, molto contagiosa e trasmissibile anche per via aerea.
In ogni modo, è una malattia che quasi sempre non perdona, giacché, se non opportunamente trattata, causa il decesso di più della metà delle persone infette. E pure se la terapia antibiotica è tempestivamente avviata, dall’8 o al 10% delle persone colpite non riesce a superarla.
Per la cronaca, si può ricordare che una delle più gravi epidemie di peste che hanno colpito l’umanità è quella che è scoppiata nel Vecchio Continente fra il 1346 e il 1347, superiore, ma di poco, a quella che colpì l’Europa ai tempi dell’imperatore Giustiniano, a cavallo fra il VI e il VII secolo. I morti furono circa 80 milioni, il che dimostra quanto sia stata letale.
Quella epidemia è stata oggetto di tanti ed approfonditi studi nel corso della storia, però si dubitava che potesse essere attiva già in tempi molto antichi, e ciò fu creduto fino al 2025, quando le ricerche al radiocarbonio, eseguite dal centro di ricerca privato Eurac Research, fatte sui resti di una mummia egiziana di 3.290 anni fa, conservati al Museo Egizio di Torino, ha fatto scombussolare quanto, sino ad allora, era stato riconosciuto.
Infatti, i resti di quell’uomo, vissuto fra il Secondo Periodo Intermedio e l’inizio di quello Nuovo, sono stati attentamente analizzati per via paleogenetica: dagli stessi, gli studiosi hanno prelevato campioni intestinali ed ossei, sottoponendoli all’esame del DNA applicando il metodo chiamato “metagenomica mirata”; ebbene, con estrema sorpresa e con la sicurezza di non aver sbagliato nulla, essi hanno individuate tracce del batterio Yersina pestis, cioè l’agente che può causare l’insorgere della peste nera o bubbonica che dir si voglia. A conclusione delle analisi, è stato aggiunto, fra l’altro, che quel poveretto prima di morire doveva aver sofferte le pene dell’inferno.
Qualora l’egiziano sia morto veramente per peste, ciò significherebbe che, malgrado quanto si sapeva, la peste era giunta anche in Africa, sulle sponde del Nilo, aprendo uno scenario ancora più esteso di quanto si era previsto.
D’altra parte, dalla lettura del cosiddetto Papiro Ebers, relativo alla medicina, risalente a circa 3.500 anni fa, è descritto un morbo che originava la formazione di foruncoli pieni di pus, che corrispondono agli esiti della peste bubbonica. Da ciò si ricava che la “Morte Nera” non era comune solamente nell’Eurasia, ma che era diffusa pure nel continente africano.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it








