Quando ogni indumento nasceva da mani pazienti e da un telaio di legno, tessere era molto più di un’attività quotidiana: era una conoscenza tramandata di generazione in generazione, un’abilità capace di definire il modo di vivere di un’intera comunità. Di quei tessuti, tuttavia, sono sopravvissute pochissime tracce in grado di raccontarne la storia.
Ora le acque di un lago italiano hanno restituito un frammento tanto piccolo quanto straordinario. Dopo più di sessant’anni di scavi, gli archeologi hanno recuperato per la prima volta un resto tessile dell’Età del ferro nel sito del Gran Carro. Può un pezzo di stoffa cambiare la nostra visione delle società che vissero secoli prima della nascita di Roma?
Un ritrovamento atteso per più di sei decenni
Le acque del lago di Bolsena, nella provincia italiana di Viterbo, continuano a rivelare alcuni dei capitoli meglio conservati dell’antica Etruria. Durante l’ultima campagna archeologica nel sito sommerso del Gran Carro, il team guidato dal Servizio di Archeologia Subacquea della Soprintendenza, insieme alle aziende specializzate Anfora SRL Archeologia Mare Ambiente e CSR Restauro Beni Culturali, ha realizzato una delle scoperte più importanti da quando sono iniziate le ricerche negli anni sessanta.
La campagna, inserita in un programma di conservazione triennale, ha permesso di recuperare il primo frammento di tessuto rinvenuto in questo sito dall’avvio degli scavi. Sebbene si tratti di un reperto di dimensioni ridotte, il suo valore scientifico è eccezionale, a causa dell’estrema rarità con cui i materiali organici riescono a conservarsi per millenni.
Un tessuto che sfida i pregiudizi sull’Età del ferro
Il frammento è apparso tra i resti carbonizzati di una delle abitazioni dell’insediamento. La combinazione dell’incendio che distrusse la capanna e delle particolari condizioni del fondale lacustre ne hanno favorito la conservazione parziale, permettendo agli archeologi di estrarlo attraverso un delicato processo di restauro preventivo. A prima vista, gli specialisti hanno già identificato una trama di straordinaria qualità tecnica.
L’elevata densità dei fili e la precisione della tessitura indicano una lavorazione molto più sofisticata di quanto tradizionalmente attribuito alle comunità della prima Età del ferro. Il reperto sarà ora analizzato presso l’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), dove saranno studiate sia le fibre utilizzate sia le tecniche di realizzazione. I ricercatori ipotizzano persino che alcuni materiali possano non provenire dall’area locale, aprendo nuove prospettive sull’esistenza di possibili reti commerciali a lunga distanza.
Il telaio domestico viene definitivamente confermato
I ritrovamenti non si limitano al piccolo frammento tessile. Gli scavi hanno permesso di confermare in modo definitivo l’esistenza di un telaio domestico, la cui presenza era già stata ipotizzata durante le prospezioni effettuate nel 2025. Gli archeologi hanno identificato la disposizione originaria delle strutture in legno, i pesi del telaio e i segni di appoggio sul terreno argilloso, consentendo di ricostruire con notevole precisione la forma di questi telai verticali utilizzati per realizzare tessuti all’interno delle abitazioni.
Questo ritrovamento dimostra che l’attività tessile non si svolgeva soltanto in spazi comuni o all’aperto, ma faceva parte della vita quotidiana delle abitazioni. Tra le novità più rilevanti della campagna figura anche il ritrovamento di una tavoletta d’osso perforata utilizzata per la cosiddetta tessitura a tavolette. Questa tecnica, ampiamente conosciuta in diversi insediamenti protostorici europei, permetteva di realizzare nastri stretti e resistenti impiegati per rinforzare gli abiti, fabbricare cinghie o creare elementi di sospensione.
Il sistema consisteva nel far passare i fili dell’ordito attraverso piccole placche forate che, ruotando, andavano formando la trama. È la prima volta che uno strumento di questo tipo viene documentato nel Gran Carro, confermando che gli artigiani dell’insediamento padroneggiavano diverse tecniche di produzione tessile.
Molto più che tessuti
I nuovi ritrovamenti acquisiscono un valore ancora maggiore se messe in relazione con l’abbondante materiale recuperato nelle campagne precedenti. Grazie alle condizioni anaerobiche del fondale lacustre, si sono conservati manici d’ascia, meccanismi di chiusura per porte, fusi di legno con le relative fusaiole e possibili pettini utilizzati sia per la lavorazione delle fibre sia per la cura personale.
Sono inoltre emersi un cesto di vimini con residui biancastri che potrebbero appartenere a prodotti lattiero-caseari, numerosi reperti ceramici (dalle olle per la conservazione fino a vasi biconici decorati) e una collezione di oggetti metallici composta da anelli, fibule, aghi, scalpelli, ami e un pendente d’osso finemente decorato.
Particolare interesse suscitano una piccola figura antropomorfa in terracotta, che conserva ancora le impronte digitali di chi la modellò quasi tremila anni fa, e un minuscolo cavallo di terracotta con ruote: oggetti che suggeriscono l’esistenza di pratiche rituali all’interno dell’ambiente domestico, un fenomeno poco comune nell’Etruria meridionale.
Le ricerche proseguiranno nelle prossime settimane, mentre gli specialisti analizzeranno il frammento tessile e la tavoletta d’osso. I risultati potrebbero offrire nuovi indizi sul grado di specializzazione artigianale raggiunto da queste comunità lacustri e sui loro possibili contatti con altri territori europei.
Allo stesso tempo, il progetto prevede la realizzazione di una ricostruzione virtuale tridimensionale dell’insediamento e di un percorso archeologico subacqueo che potrebbe essere aperto al pubblico nel 2026. Se i tempi saranno rispettati, i visitatori potranno attraversare un paesaggio rimasto nascosto sotto le acque del lago di Bolsena per quasi tremila anni.
Autore: Lucia Fernandes Moreno
Fonte: www.storicang.it 28 lug 2026






