VOGHIERA (Fe) – Museo civico del Belriguardo – Necropoli di Voghenza

Pubblicato il : 8 Marzo 2004

L’esplorazione della necropoli inizia nel 1976 a seguito del ritrovamento di una stele ed un sarcofago rinvenuti casualmente durante lavori agricoli. Questi oggetti recano i segni evidenti dell’aratro. La concentrazione di monumenti funerari a Belriguardo fa ritenere che l’antico dosso parafluviale scelto dagli estensi nel 1435 per edificare la loro reggia estiva, fosse già stato sede d’insediamento in età romana. Le campagne di scavo, che si sono succedute fino al 1983, hanno portato alla luce un’area sepolcrale particolarmente interessante. Fino ad ora sono state 67 le tombe esplorate, ma l’estensione va ben oltre l’area scavata. L’interramento di tali sepolture fu causato dalle ripetute inondazioni di un antico ramo del Po, ora esaurito, durante il III sec. d. C. che ha coperto la necropoli sotto una spessa coltre di detriti, causando l’abbandono dell’area ma favorendo anche la sua conservazione fino ai giorni nostri.

Il benessere economico di quest’area è dovuto al fatto che Voghenza, in età antica, era situata in posizione strategica sul fiume Po. Il ramo di questo fiume, denominato Spinetico in età etrusca e, successivamente, Eridanus in età romana, che attraversava il territorio voghentino, era quello principale che giungeva a mare nei pressi di Spina, porto greco – etrusco, la cui importanza si deve legare, in età classica, ai grandi traffici mercantili con il Mediterraneo orientale. In questo ramo confluiva il Reno con quel ramo denominato Avenza, il che potrebbe essere all’origine del toponimo vicus avenzia (Voghenza). Quindi, da Voghenza dovevano transitare le merci che dal mare entravano nella pianura padana e quelle dirette al porto di Ravenna, e inoltre era capolinea di quelle che giungevano dall’Avenza o che dovevano essere inviate all’interno. Oltre ad una via di comunicazione fluviale, ve ne era anche una stradale. Stradone parla di terre nelle zone padane strappate alle acque per specifici scopi agricoli che, affiancate da vie fluviali, potevano portare rapidamente le merci verso le grandi strade consolari per la loro commercializzazione nell’impero. Le strade che correvano a poca distanza da Voghenza, erano la Via Popilia, realizzata dal console P. Popilio Lenate nel 132 a. C, che partendo da Rimini, passava per Adria, giungeva fino a Padova per collegarsi con le vie che conducevano verso le terre ad est dell’impero, la Via Aemilia Minor, realizzata dal console M. Emilio Lepido nel 157 a. C., che da Bologna portava fino ad Aquileia, e la Via Annia, tutte collegate con l’area voghentina da vie minori. Inoltre, la Tabula Peutingeriana, che testimonia la situazione nel IV sec. d. C., evidenzia una via ab Hostilia per Padum, quindi una strada che collegava Ravenna con Ostiglia e che doveva interessare certamente anche Voghenza. Queste buone vie di comunicazione ed il progressivo abbandono di Spina, a causa dell’avanzamento della linea di costa, furono i fattori che portarono alla fortuna di Voghenza in età romano – imperiale, diventando sede dei funzionari preposti all’amministrazione delle terre imperiali. Quindi, a seguito della scomparsa di Spina, questo vicus divenne, tra il I ed il III sec. d. C. il centro amministrativo e commerciale del Basso Po. Il vicus era l’unità minima in cui erano suddivisi, in epoca romana, sia i centri urbani sia le aree rurali abitate. Nel caso dei centri urbani, si trattava del sobborgo, mentre nelle zone rurali il vicus era il villaggio.

Nella necropoli individuata sono testimoniate differenti tipologie di inumazioni: sarcofagi; cippi; stele; sepolture coperte da lastroni di pietra veronese rosa o bianca, affiancate o sormontate da un basamento parallelepipedo in pietra che doveva sorreggere il titolo funerario; tombe – cappuccina, con tegole poste a doppio spiovente; tombe in laterizi; e casse di legno. Attestata anche la cremazione, sia diretta, dove il defunto veniva cremato direttamente in una fossa scavata nel terreno per contenerne i resti, ma è presente anche un’unica attestazione di cremazione indiretta, dove il defunto veniva cremato in un luogo appositamente deputato a tale scopo dove poi si raccoglievano le ceneri per il seppellimento in un’altra sede. Nella necropoli voghentina, tali ceneri sono state poste in un vasetto a sua volta racchiuso in un olla fittile con coperchio. Le tombe a cremazione diretta erano segnalate da anfore infisse verticalmente nel terreno le quali, oltre a fungere da segnacolo tombale, avevano anche una funzione simbolica, ossia quella di collegare il mondo dei vivi con quello dei morti, infatti, in alcuni casi la base delle anfore veniva appositamente rotta per “aumentarne il collegamento”. La cavità che così si veniva a determinare fungeva da canale attraverso il quale far passare offerte votive che venivano deposte nel corso delle parentalia, ossia nei giorni di commemorazione e ricorrenza dei defunti.

Nel periodo romano imperiale, era abitudine allineare le necropoli con le principali vie stradali di grande traffico, affinché chi entrava od usciva dalla città poteva leggere le iscrizioni funerarie. In questo modo i morti avrebbero continuato a vivere nel ricordo dei vivi. Tutto ciò spiegherebbe il motivo per cui le iscrizioni della necropoli voghentina fossero tutte rivolte a nord, probabilmente perché a nord correva la strada pubblica di accesso.

Stele e cippi recano iscrizioni che testimoniano il variegato status sociale presente nel vicus, infatti era abitato da schiavi, liberti imperiali da collegare per lo più all’imperatore Traiano, commercianti e militari che al termine del servizio ottenevano, come liquidazione, dei fondi coltivabili nelle province. Queste epigrafi si aprono tutte con l’adprecatio agli Dei Mani (Diis Manibus), spiriti buoni con il compito di proteggere il defunto i quali si supponevano risiedessero nel mondo inferiore e lasciassero per tre volte all’anno risalire i defunti per visitare i loro discendenti nelle forme che avevano avute in vita. Le epigrafi sono sormontate da un timpano, in quanto la stele vuole rappresentare un tempio, cioè il luogo sacro che accoglie il defunto.

Sono diverse le stele presenti nel museo del Belriguardo.

La prima è la stele di Ulpia Athenaide (II sec. d. C.).

D(iis) M(anibus) VLPIAE ATHENAIDI CLEMENS CAES(aris) N(ostri) SERVS LIBRAR(ius) CONIVG(i) ET VLPIVS FESTVS B(ene) M(erenti) – Agli dei Mani. Il marito Clemente, servo librario di nostro Cesare, e Ulpio Festo, alla benemerente Ulpia Athenaide.

La stele ben s’inserisce nel periodo traianeo, in quanto la donna raffigurata nel timpano, distesa sul kline, presenta una treccia passante sopra la fronte, tipica acconciatura delle signore del periodo. Inoltre, i liberti citati presentano il gentilizio della gens Ulpia, la stessa alla quale apparteneva l’imperatore Traiano (98 – 117 d.C.). Il marito, Clemente, era uno schiavo dell’imperatore che svolgeva la mansione librarius, una sorte di “amministratore” del vicus. Godendo, quindi, di un certo benessere economico, era riuscito a riscattare non solo se stesso, e passare da una condizione schiavile a quella di liberto, ma anche la moglie, Ulpia Athenaide, ed il figlio, Ulpio Festo. Infatti, in certi casi i romani utilizzavano gli schiavi per svolgere certi incarichi di tipo pubblico. Considerando, inoltre, che questo centro era tra i più attivi, da un punto di vista degli scambi commerciali, da parte delle persona più abili non era difficile arricchirsi. Probabilmente il nomen Athenaide, unitamente all’iconografia della donna sul kline, indicherebbe la provenienza greca della defunta. Il foro presente nella parte inferiore della stele serviva per infilare un palo con lo scopo di dare maggiore stabilità.

La seconda è la stele di Lucio Quadratiano Proclino (II sec. d. C).

D(iis) M(anibus) LUCIO QUADRATIANO PROCLINO ADOLESCENTI INFELICISSIMO PETILIA PROCLINA NEPOTI– Agli dei Mani. Petilia Proclina all’infelicissimo nipote adolescente Lucio Quadratiano Proclino.

Lucio viene definito “infelicissimo”, poichè, morì in giovane età, infatti il termine “adolescente”, nel periodo romano, definisce un momento ben preciso, tra i dodici ed i sedici anni; è definito “nipote” il che fa pensare che fosse anche orfano perché la dedicante è la nonna o la zia; inoltre, analisi antropologiche hanno evidenziato che era un disabile fisico. La stele evidenzia un lapicida di bassa cultura in quanto le ultime due linee s’inclinano verso destra, e non aveva una buona concezione dello spazio poiché alcune lettere finali sono molto più piccole delle precedenti per la mancanza di spazio. Probabilmente l’artigiano non è andato a scuola e forse ha copiato un testo che gli è stato dato.

La terza è la stele di Lucio Fabrizio Pupo, in pietra calcarea bianca (II sec. d. C).

D(iis) M(anibus) BALERIA Q(vin)TIA LVCIO FABRICIO PVPO CONIVGI CAR(i)S(si)M(o) CVN CVO BIXIT ANNIS XXXX SENE VLLA Q(ve)RELLA BENEM(e)R(en)T(i) P(o)S(u)IT – Agli dei Mani. Valeria Quinzia pose (la stele) al carissimo e benemerente marito Lucio Fabrizio Pupo con il quale visse quarant’anni senza aver mai litigato.

La stele è preceduta da un’ascia che occupa lo spazio nel timpano, iconografia che lascia aperte alcune interpretazioni, ad indicare o una cesura netta tra la vita e la morte, o lo strumento usato dall’artigiano per realizzare la stele, o ancora con l’intendo di incutere timore ai possibili profanatori. La stele presenta alcune lettere sbagliate, segno della scarsa cultura dello scalpellino ma anche segno della sua origine iberica. Infatti, l’area era abitata anche da liberti imperiali di Traiano, anch’egli iberico.

Nel museo è presente anche il cippo di Hygia (II sec. d. C).

D(iis) M(anibus) HYG(i)A HAV(e) BENE VALEATIS DULCIS ANIMA HYGI(ae) NON DIGNA CITO PERISTI – Agli dei Mani. Hygia saluta i passanti e augura loro di stare bene. La dolce anima di Hygia, non degna di morire così presto.

L’iscrizione probabilmente è dedicata ad una bambina. La sepoltura aveva come corredo quattro bottiglie intatte di forme uguali ma di dimensioni via via più piccole.

È presente anche un cippo ossuario in calcare del periodo più antico della necropoli, I sec. d. C., cioè un cippo che presenta un incavo all’interno per contenere le ceneri del defunto.

HALUS AUGUSTAE SALTUARIU(s) – Halus, saltuario di Augusta.

Di Halus viene ricordato il suo incarico, saltuarius, cioè “amministratore” del saltus, uno di quei vasti territori, economicamente tra i più redditizi, del vicus. Il saltus di Halus è di proprietà imperiale, infatti il riferimento ad Augusta vuole essere un rimando a Livia, moglie di Augusto, di cui Halus era servo. Questo è un elemento di datazione in quanto Livia prese il titolo di Augusta solo dopo la morte del marito, quindi successivamente all’anno 14 d. C.

All’interno del museo sono state ricostruite due tombe, una del tipo a cremazione a cappuccina, l’altra del tipo ad inumazione a cassa laterizia con tegole e copertura piana. Su alcune di queste tegole sono presenti bolli laterizi che indicano la fabbrica più attiva in zona, che era quella Pansiana, di proprietà di Vibo Pansa, governatore della Gallia Cisalpina nella seconda metà I sec. d. C. il quale, a seguito della confisca dei beni, la manifattura divenne di proprietà imperiale, ed ogni imperatore marcò i laterizi con la propria iniziale accanto al nome della fabbrica, come ad es. TI. PANSIANA ad indicare un laterizio prodotto nella fabbrica Pansiana durante il regno di Tiberio. Questo può ritenersi un elemento di datazione diretta. I laterizi dell’officina Pansiana conobbero una diffusione piuttosto ampia, infatti, oltre ad essere conosciuta nel delta ferrarese, altre fabbriche sono note nei territori di Ravenna, Rimini, Aquila, lungo le coste dell’Adriatico settentrionale fino in Istria, e in Dalmazia.

Le stele della necropoli ricalcano i canoni della produzione ravennate coeva, mentre i corredi funebri danno ampia testimonianza di un centro di grande vitalità, dove si godeva in certo benessere economico, grazie alla presenza di centri amministrativi imperiali e traffici commerciali di ampia portata.

I corredi funebri che usualmente accompagnavano il defunto nel suo viaggio ultraterreno, sono costituiti per lo più da effetti personali e da una serie di oggetti fittili o in vetro necessari ai riti della sepoltura.

La ceramica è composta da tazze, brochette, anfore di ceramica comune e pareti sottili. Documentati sono anche gli incensieri di cui uno è stato ritrovato ricolmo di legumi bruciati e, molto probabilmente, costituiva un’offerta al defunto.

Di importazione aquileiese sono i balsamari che servivano a contenere olii profumati impiegati nei riti della sepoltura. Particolarmente ricca è la documentazione in vetro, proveniente dalle zone adriatiche, che nella semplicità e nella eleganza delle forme spesso si dimentica abbiano quasi duemila anni.

Presenti anche le lucerne votive, alcune raffigurate sul disco, altre riportanti il marchio dell’artigiano fabbricante, il più diffuso è quello dell’officina Fortis, ma attestate sono anche le officine Vibiani, Cresces e Agilis. Nelle sepolture, le lucerne venivano poste ai piedi del defunto a simboleggiale la luce che doveva accompagnare i suoi passi nel cammino ultraterreno. Alcune di queste presentano un secondo canale di alimentazione che serviva a far entrare più ossigeno e quindi fare un luce più intensa.

La presenza delle monete nelle tombe, in generale, ha un significato puramente simbolico. Rappresentano l’Obolo di Caronte, cioè la paga che il defunto doveva dare al mitico traghettatore di anime affinché fosse condotto nel mondo ultraterreno. Spesso si utilizzavano monete fuori corso e spesso anche molto consunti perché circolanti per molti anni, quindi sono anche di difficile lettura, per questi motivi queste non possono essere considerante elementi di datazione, ma un termine post quem, cioè un limite cronologico preciso di antichità massima. Gli esemplari ritrovati coprono un arco cronologico che va dall’imperatore Claudio (41 – 54 d. C.) a Massimino il Trace (235 – 238 d. C.).

Tra gli oggetti più preziosi sono presenti monili in ambra di produzione aquileiese. L’ambra giungeva ad Aquileia dal Baltico, attraverso l’Europa. All’oggetto fabbricato con questo materiale veniva attribuito un valore apotropaico, cioè si pensava potesse preservare la salute dai malanni. Questa classe di oggetti, presente nel museo, consta in una coppia di anelli, di cui uno presenta l’iconografia di una testina femminile con la tipica ed elaborata acconciatura traianea, mentre il secondo presenta tre scene differenti sull’intera sua circonferenza che lo rendono un oggetto unico nel suo genere: una vittoria alata; una biga trainata da cavalli in corsa guidata da un fanciullo; due amorini che giocano. Altri oggetti in ambra sono due spatole per il trucco, una collana formata da trenta grani, ognuno dei quali presenta un’iconografia differente dagli altri, ed uno scettro formato da elementi cilindrici.

Pochi, invece, sono i monili in oro. Sono presenti un paio di orecchini, un ciondolino, uno spillone per capelli, ed uno piccolo anello con smeraldo.

Di particolare interesse è un cofanetto ligneo rivestito con fogli di pergamena i quali, in base ad alcune analisi, fanno ritenere che tale fogli siano i più antichi presenti in Italia. Il cofanetto conteneva i gioielli ed il corredo della defunta e aghi da lavoro. Sono conservati anche gli elementi metallici, quali catenelle e borchie. Il corredo si componeva di un piccolo balsamario unitamente ad altri piccoli contenitori, una valva di conchiglia ed uno specchio rettangolare in bronzo.

Oggetto fuori dal comune è un balsamario in sardonice, perfettamente conservato e dalle forme eleganti. Molto probabilmente si tratta di un oggetto unico nel suo genere in quanto è formato da un unico pezzo e la perfezione della lavorazione è data da uno spessore costante in tutto il corpo dell’oggetto. Questo balsamario, esattamente come le ambre ed i vetri, è di produzione aquileiese con materia prima proveniente dall’Egitto.

Una piccola sala del museo è dedicata ai ritrovamenti del circondario e di Fondo Tesoro.

Dal circondario provengono materiali di età romana, quali pesi da telaio in terracotta, sigillata aretina, sud – gallica, nord – italica e da cucina, scarti di lavorazione di fornace ed una statuetta in bronzo di tipologia romana e in stile ellenistico, raffigurante il dio Hermes – Mercurio.

Qui è presente una vetrina che raccoglie pezzi di un anonimo collezionista che successivamente donò il tutto al museo. Si tratta di materiale eterogeneo, sia per la cronologia sia per la provenienza, ed è composto in prevalenza da lucerne e balsamari, ma anche ceramica protocorinzia, attica, cipriota e corinzia.

Il materiale più interessante sono alcuni pezzi di ceramica etrusca (vernice nera e ceramica grigia) del IV – III sec. a. C. Infatti, Voghiera e Voghenza, in età romana, si trovavano su sponde opposte del fiume Po, Voghenza sulla riva sinistra e Voghiera sulla riva destra. E la presenza di ceramica etrusca a Voghiera, fino ad ora non documentata a Voghenza, potrebbe indicare che la zona destra del Po fosse sede di insediamenti più antichi, a differenza di Voghenza che conobbe un suo sviluppo solo a seguito della colonizzazione romana. La ceramica greco – etrusca consta di una trentina di frammenti tra i quali alcuni presentano anche scritte graffite in lingua etrusca. A questi materiali non si ebbe nessun riscontro di alcune struttura abitativa o funeraria, quindi bisogna supporre che i materiali siano stati gettati nel greto del fiume Po.

Da Fondo Tesoro provengono i corredi funebri della necropoli bizantina del VI – VII sec. d. C., le cui tombe riutilizzavano spesso materiali laterizi romani provenienti dagli strati sottostanti. I materiali ritrovati che componevano i corredi constano in collane in pasta vitrea, pettini in osso a dentellatura bilaterale, orecchini ed anelli in bronzo, lucerne, brocche trilobate che non trovano confronti in ambito locale ma in area ragusana. Questi corredi indicano che le grandi vie commerciali rimasero attive anche alcuni secolo dopo l’età romano – imperiale. Documentate sono anche monete romane che coprono un periodo che va da Claudio, 41 d. C., a Valentiniano II, 392 d. C.

Lo studio degli scheletri ha evidenziato che i voghentini alto – medioevali avevano una statura media di 1,50 m per le donne e di 1,70 m per gli uomini, vivevano fino a 45 – 50 anni, non soffrivano di rachitismo ma di malattie comuni anche ai giorni nostri, come l’artrosi, non presentavano tracce di lavori pesanti, tutti elementi che indicano una buona condizione sociale ed economica. Molto probabilmente, infatti, la presenza della diocesi ha protratto per qualche secolo la fortuna amministrativa e commerciale di questo centro. Voghenza, all’inizio dell’era cristiana, divenne sede della prima diocesi ferrarese, confermando l’importanza che il centro ebbe sin dall’età romano – imperiale. Sembra che il primo vescovo risalga al 330 d. C., pochi anni dopo l’editto di Constantino che avvenne nel 313 d. C. che sancì libertà di culto ai cristiani.

Negli strati sottostanti la necropoli bizantina di Fondo Tesoro rinvenne materiale pertinente ad una grande domus imperiale. La zona sino ad ora esplorata ha evidenziato parecchi ambienti, molti dei quali con evidenti segni dell’incendio che la distrusse. Questi vani custodivano ancora una grande quantità di oggetti, come vasellame, lucerne, vetri, ma anche un diploma militare.

Questo è inciso su due lamine di bronzo scritto su entrambi i lati, ed il testo conservato occupa lo spazio di tre facciate, la quarta riporta i nomi dei sette testimoni che prestarono fede alla veridicità del documento: GAIO DOMIZIO RESTITUTO, GAIO CAMERIO ASCANIO, TIBERIO CLAUDIO PROTO, GAIO GIULIO MARZIALE, PUBLIO LUSCO AMANDO, GAIO TERENZIO FILETO, TIBERIO CLAUDIO ERMETE. Testo: IMP(erator) CAESAR, DIVI NERVAE F(ilius), NERVA TRAIANUS AUGUSTUS GERMANIC(us), PONTIFEX MAXIMUS, TRIBUNIC(ia) POTESTAT(e) III CO(n)S(ul) III, P(ater) P(atriae), IIS QUI MILITANT IN CLASSE PRAETORIA RAVENNATE, QUAE EST SUB L(ucio) CORNELIO GRATO, QUI SENA ET VICENA PLURAVE STIPENDIA MERUISSENT QUORUM NOMINA SUBSCRIPTA SUNT, IPSIS, LIBERIS POSTERISQUE EORUM CIVITATEM DEDIT ET CONUBIUM CUM UXORIBUS QUAS TUNC HABUISSENT, CUM EST CIVITAS IIS DATA , AUT SI QUI CAELEBES ESSENT, CUM IIS QUAS POSTEA DUXISSENT, DUMTAXAT SINGULI SINGULAS, PR(idie) IDUS IUNIAS T(ito) POMPONIO MAMILIANO L(ucio)HERENNIO SATURNINO CO(n)S(elibus), GRECALE L(ucio) BENNIO LICCAE F(ilio)BEUZAE, DELMATE, ET MOCAE LICCAI FILIAE UXORI EIUS, DALMAT(ae). DESCRIPTUM ET RECOGNITUM EX TABULA AENEA QUAE FIXA EST ROMAE, IN MURO POST TEMPLUM DIVI AUGUSTI AD MINERVAM. – Cesare Imperatore, figlio del divino Nerva, Nerva Traiano Augusto Germanico, pontefice massimo, durante la quarta tribunizia podestà, console per la terza volta, padre della patria, a coloro che militano nella flotta pretoria di Ravenna la quale è sotto il comando di Lucio Cornelio Grato, e che per 26 anni prestarono servizio militare ed i cui nomi sono qui sotto scritti, ad essi, ai loro figli ed ai loro discendenti ha concesso la cittadinanza ed il diritto di matrimonio con le mogli che abbiano viene dato loro il diritto di cittadinanza, o se celibi, con quelle che in seguito sposino, soltanto una moglie per ciascuno; il giorno prima delle idi di giugno; essendo consoli Tito Pomponio Mamiliano e Lucio Herennio Saturnino al generale Lucio Bennio Beuza, figlio di Licca, dalmata, ed alla moglie Moca, figlia di Licca, dalmata. Trascritto e riportato dalla tavola in bronzo che sta a Roma, nel muro dietro al tempio del divino Augusto, presso Minerva.

Il testo è un attestato ufficiale rilasciato ad un militare dalmata che per 26 anni prestò servizio presso la flotta imperiale di Ravenna al quale venne concessa la cittadinanza romana. Quella usata ricalca una formula stereotipata per la tipologia di questi documenti, i quali vennero rilasciati dall’imperatore in persona, a partire dalla seconda metà del I sec. d. C. dove le uniche variabili sono l’onomastica e la datazione. Quest’ultima si può determinare con esattezza: 12 giugno dell’anno 100 d. C, e i fattori che concorrono a stabilire tale datazione sono la chiara indicazione del giorno prima delle idi di giugno, l’onomastica consolare, le titolature riferite a Traiano, e l’indicazione della quarta tribunicia. Questo documento è di grande importanza storica perché si tratta del più antico testo che menzioni come imperiale la flotta di Ravenna. La precedente citazione conosciuta risale, infatti, al 127 d. C. Quindi la flotta ravennate, stanziata a Classe, è cronologicamente precedente a quella di Capo Misero la cui prima citazione in merito risale al 114 d. C., confermando che le sedi delle flotte imperiali erano due, Classe di Ravenna in Romagna e Capo Misero in Campania. La presenza di questo diploma da indicazione precisa dell’insediamento di Fondo Tesoro, un termine post quem che ci porta al II sec. d. C.

Il materiale ritrovato nella domus consta di lucerne, di cui una con raffigurazione a rilievo di un’officina vetraia, olle, brocchette, ceramica da cucina, ceramica a pareti sottili, un anfora con titulo picto sulla spalla, bolli su anfora, balsamari, coppe e piatti in terra sigillata aretina, sud – gallica e nord – italica, elementi di bilancia, fusaiola, spilloni, scatolina e fibula in bronzo, cucchiai, elementi strutturali come un blocchetto di opus graticium, lastre di rivestimento in marmo di Verona e vasetti piriformi che avevano la funzione di alleggerire volte e pareti. Interessante anche un frammento di ceramica sigillata aretina con iscrizione neo – punica, del I – II sec. d. C., del quale ancora non si capiscono ancora le ragioni di una sua presenza in una zona così settentrionale come questa.

L’ultima vetrina contiene ceramica graffita rinascimentale ferrarese trovata al castello del Belriguardo in una vasca – discarica, probabilmente pertinente alla delizia estense costruita nel XV sec. da Niccolò d’Este come residenza estiva.

Museo civico di Belriguardo – Info: 0532 328511 – E-mail: cultura@comune.voghiera.fe.it

Ingresso: biglietto unico 1 euro

aperto tutte le domeniche: orario invernale: 15 – 18; orario estivo: 16 – 19
apertura infrasettimanale su prenotazione.

il museo svolge anche attività di laboratori didattici.

Autore: Fabrizio Castaldini
Cronologia: Arch. Romana

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