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TARANTO. Ritrovata intatta una tomba greca del VI sec. a.C.: appartenne a una sacerdotessa o a una nobildonna.

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Il presente di una città calpestata, riscattato dalla Bellezza prodotta dal suo passato. E’ un’immagine un po’ utopistica ma non irrealistica per una città che migliaia di anni fa è stata un faro di civiltà per l’Occidente europeo e che oggi paga lo scotto della tracotante voracità di pochi esercitata a danno incommensurabile di molti. Ma mentre la Taranto odierna conta le sue ferite non ancora cicatrizzate, la Taranto di sempre, quella eterna, è ancora lì, bella anche col volto ricoperto di fango, quello della piccola testa di terracotta affiorata col suo enigmatico sorriso dal terreno della Salina Grande, nei pressi di un’area umida di rilevante interesse naturalistico: dal terreno è venuta alla luce una tomba del VI secolo a.C. ancora intatta, cioè del tutto inviolata. Lo scorso gennaio era stata invece una strada nel centro di Taranto a restituire una tomba a fossa ancora contenente lo scheletro di quella che, ai primi esami, è risultata essere una donna anziana, oltre ad alcuni lekythoi, vasi per contenere unguenti, oli e profumi, tipici dei corredi di donne o atleti, e un’antefissa, elemento decorativo dei tetti di templi ed edifici.
A dare notizia del nuovo ritrovamento tarantino è Cinzia Amorosino, presidente dell’Associazione Progentes, che ha avuto la fortuna di assistervi. Ecco il suo racconto, ripreso dai mass media in questi ultimi giorni:
tarantoCosa direbbero i tarantini odierni se, all’improvviso, riaffiorasse dal terreno della Salina Grande, un’antica signora che visse a Taranto, da greca purosangue, nell’epoca di Pitagora? Emoziona pensare che lei, sia che lavorasse il salgemma o facesse parte di un kòmas (villaggio strutturato della campagna), lo abbia sentito forse parlare dal vivo (…)
Inconsueto e straordinario, dunque, il ritrovamento, negli ultimi giorni, di una tomba ancora intatta, risalente alla fine del VI sec. a.C., compiuto da due giovani ed esperti archeologi, Patrizia Guastella e Andrea Pedone, che sorvegliavano i lavori della costruzione del II lotto della Tangenziale sud di Taranto, in corrispondenza del tronco stradale di collegamento tra la tangenziale medesima e la SP 100 per la nuova base navale. Come a dire che, a volte, le opere moderne ci permettono di conoscere tratti della nostra vicenda umana perduti nelle nebbie dei millenni.
In quella zona pare che Annibale facesse riposare i suoi elefanti, prima di entrare a Taranto attraverso Porta Temenide. E prima ancora, in quella stessa area i Tarantini raccoglievano sale purissimo. Già, proprio la Salina Grande, dove si trova l’antico reticolo delle saline, attraversate da canali e canalette di tutte le epoche, a drenare terre allora densamente popolate. Questa, di per sé, non sarebbe una novità, dato che il territorio tarantino contiene necropoli ad ogni piè sospinto, solo che questa tomba era intatta, non depredata cioè, con uno straordinario corredo funerario ed una deposizione “stranamente” ben conservata, parte della cassa compresa.

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Testina greca in terracotta ritrovata a Salina Grande, Taranto, VI sec. a.C. – Ph Cinzia Amorosino

Certo, si tratta di argilla, quindi gran parte dei resti organici (come vestiari, oggetti in legno, etc.) hanno lasciato forme nel sedimento ed anche tracce visive colorate: un’ombra porpora ammantava quella che, a giudicare da una prima ipotesi, fatta in base al corredo funerario e allo stato della dentatura, doveva appunto essere una signora, alta m 1,60 e dell’età di circa 40 anni. Questo ci spiega quanto Taranto ancora custodisca della sua storia.
La tomba è della tipologia a fossa con cassa di legno per la deposizione e coperta da due lastroni di pietra. Risulta sia stata invasa dalle acque che hanno trascinato all’interno terra argillosa che ha incapsulato e protetto i resti dell’antica greca ed alcuni oggetti con lei sepolti. A pochissima distanza, quasi a non voler disturbare il suo sonno, la sorpresa di trovare altre otto sepolture coeve, tutte raggruppate tra loro, principalmente attribuibili a bambini. Dunque, varie tipologie funerarie: fosse nella terra con cassa di legno, a lastroni e, in un caso, con sarcofago, quello di un piccolo infante, con accenno di cuscino ricavato nel blocco unico di pietra.

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Lekytos greca a figure rosse ritrovata a Taranto nella tomba di Salina Grande – Ph. Cinzia Amorosino

Insomma, una necropoli di cui non si conosce l’estensione. Il corredo della tomba inviolata comprendeva due lekythoi attiche (vasi per oli profumati), una a figure nere e l’altra a figure rosse, un alabastron fenicio-punico in pasta vitrea colorata, un pinax (tavoletta in argilla che raffigura la testa di una divinità femminile o maschile arcaica), un anellino bronzeo (che con l’irruzione delle acque si è presumibilmente spostato dal dito della mano destra ai pressi del gomito), oltre al ritrovamento anche di frammenti della cassa e di alcuni chiodi. L’impronta di uno scettro ligneo ci suggerisce poi che dovesse trattarsi di una persona rispettabile, magari di una sacerdotessa.
Il messaggio che un corredo funerario, tutto di origine straniera, ci dà è che possa anche trattarsi di qualcuno proveniente da terre lontane oppure che lavorasse a contatto con stranieri. La zona, infatti, era ricca di officine e il sale estratto serviva per le concerie ed altre attività produttive in loco o che trovavano rifornimento proprio qui a Taranto. E’, peraltro, singolare che qualcuno si facesse seppellire con oggetti provenienti da diverse parti del Mediterraneo; spiegabile forse, se consideriamo l’imponente porto di cui si era dotata la città sin dall’epoca Micenea. Difatti a Taranto i Micenei erano insediati a Scoglio del Tonno (attuale Belvedere-La Croce) già ben 11 secoli prima dell’arrivo degli Spartani!
Nei pressi del campo di sepoltura è stata anche ritrovata un’area di lavoro dismessa dal V sec a.C. divenuta, in seguito, un butto, ossia una buca usata per accatastare materiali e pezzi di oggetti di ceramica e vari, oltre ai segnacoli trapezoidali in pietra delle sepolture. Quest’ ultimo particolare, assieme al fatto che dai resti mortali della nostra signora greca sia stato asportato nell’antichità quasi tutto il cranio, ci lascia immaginare che la necropoli sia stata distrutta per sfregio dai nemici della Taranto magnogreca, come da usanza, per esempio, del popolo messapico.

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Alabastron fenicio in pasta vitrea ritrovato a Salina Grande, Taranto, VI sec. a.C. – Ph. Cinzia Amorosino

Gli studi sono in corso. I preziosi reperti verranno puliti e restaurati a cura della Sovrintendenza Archeologica della Puglia nei laboratori di Taranto; inoltre sono stati compiuti dagli archeologi prelievi paleobotanici ed antropologici. Tutte queste tracce, giunte miracolosamente a noi dopo 2500 anni, potranno ancora riservarci sorprese e raccontarci tanto della vita quotidiana di allora. Tali ritrovamenti, di cui l’associazione Progentes è stata testimone, nel quadro di attività mirate alla valorizzazione delle nostre testimonianze storiche ai fini culturali e turistici, ancora una volta pongono la questione di come rendere immediatamente fruibile e condivisibile per la collettività, che ne ha diritto, una scoperta del genere. La cultura deve uscire dalle stanze chiuse riservate a pochi eletti: deve essere una cultura da vivere ogni giorno e per tutti i cittadini.

Fonte: www.famedisud.it, 13 feb 2015

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