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ORVIETO (Tr). Fanum Voltumnae: quando i Romani arrivarono nel santuario federale degli Etruschi.

Sono tornato sul cantiere di scavo in località Campo della Fiera, ai piedi della rupe di Orvieto, dove gli archeologi, con la direzione di Simonetta Stopponi, stanno riportando alla luce il Fanum Voltumnae. Vale a dire il santuario federale degli Etruschi: il «luogo sacro» dove, in occasioni di riunioni periodiche, si svolgevano cerimonie religiose, giochi, spettacoli ed i governanti delle «poleis» etrusche tentavano di elaborare una politica estera comune non riuscendoci sempre.
Una sintesi difficile da trovare tra città-stato che erano proiettate verso il Mediterraneo, pur avendo cura dei propri entroterra, e altre che, invece, erano interessate maggiormente ai contatti con i popoli italici più prossimi ed al mondo dei Celti.

Lo scorso anno avevo trascorso una settimana intera accanto ai protagonisti delle ricerche raccontandole «in diretta», nella campagna 2026 sono stato insieme a loro in una delle giornate a conclusione dei lavori, così da offrire il quadro più aggiornato possibile.
L’attenzione si è incentrata sulla fase romana del santuario facendo una scelta scaturita dai risultati della campagna di scavo 2025 e le novità non sono mancate.

Negli ultimi tempi si è, in più occasioni, approfondito il tema del passaggio tra il mondo etrusco e il mondo romano, si pensi ai ritrovamenti di San Casciano dei Bagni, per fare un esempio, ma qui lo si può analizzare in un santuario che aveva una dimensione panetrusca e fortemente identitaria e politica.
La documentazione riportata alla luce fornisce, tra l’altro, la certezza che, dopo la distruzione di Velzna (Orvieto) avvenuta nel 264 a.C. e l’imposizione del trasferimento forzoso della città in prossimità del lago di Bolsena (Volsinii divenne il suo nome in latino, a romanizzazione avvenuta), il Fanum Voltumnae non venne trasferito in un luogo diverso.
Era un’ipotesi difficile da avanzare in considerazione della sacralità del luogo, ma l’eccezionalità dell’accaduto aveva fatto ritenere che potesse essere stato possibile.

Ora possiamo provare a ricostruire quello che accadde nell’area sacra seguendo le interpretazioni proposte dalla responsabile dello scavo Simonetta Stopponi e da Danilo Leone e Silvia Simonetti.
Innanzitutto, il santuario non venne risparmiato dagli scontri: combattimenti si svolsero anche al suo interno. Poi la forza del sacro riprese il suo spazio: già pochi anni dopo gli eventi bellici, in prossimità del tempio B, abbandonato in epoca romana, s’installò una bottega di ceramisti dotata di tre fornaci (due circolari ed una rettangolare) ed attiva per le necessità del santuario. Un donario monumentale venne eretto di fronte al tempio A, restato in funzione, forse per volontà dello stesso vincitore, il console Marco Fulvio Flacco.
Interventi edilizi che indicano la volontà di far continuare la vita del santuario, seppure in un quadro politico completamente mutato, sono stati scoperti nell’area dove sorse più tardi una «domus publica», probabilmente la sede del «praetor Etruriae», ed ancora successivamente la Chiesa di San Pietro in Vetere; come pure in prossimità del tempio A.

Nella prima zona sono stati rinvenuti, in particolare, livelli pavimentali in connessione con ambienti che suggeriscono una prima riorganizzazione del sito già cinquant’anni dopo la distruzione di Velzna. Spazi interessati da interventi successivi sino alla costruzione di una vasta domus ad atrio dotata di ambienti termali e di un’aula con dimensioni notevoli, interpretata come la residenza del magistrato ricordato sopra, tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C.
Nell’altra area, posta all’incontro tra la Via Sacra e la via che conduceva a Bolsena e quindi alla città nuova, è stata riportata alla luce una struttura definita G ancora da interpretare, che si adattava ad uno spazio triangolare ricavato all’incrocio tra le due strade. Il vasto edificio era tripartito e la sua realizzazione si può datare, sulla base dei dati più recenti, nella prima metà del I secolo a.C.
La stessa datazione che, al momento, si può attribuire ad un nuovo ingresso al santuario e posto stavolta in connessione con la strada che veniva da Bolsena. Venne ottenuto praticando un’apertura nel muro di «temenos» del tempio A, dato che la nuova realtà pretendeva mutamenti.
Roma scelse di imporre una sede diversa per la città etrusca sconfitta, ma non arrivò a cancellare quello che era stato il santuario federale degli Etruschi in: «un punto di equilibrio tra memoria e innovazione, tra identità locale e universalità romana», come suggerito dagli archeologi che ho menzionato.

Autore: Giuseppe M. Della Fina

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 4 set 2026

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