Nella campagna romana si trova l’Abbazia Territoriale Santa Maria di Grottaferrata (chiamata, alla latina, Abbatia Territorialis B. Mariae Cryptaeferratae), soprattutto nota come Abbazia di San Nilo.
Essa è una sede della chiesa cattolica bizantina facente parte della regione ecclesiastica del Lazio. I monaci del monastero esarchico sono per la maggior parte derivanti da comunità religiose italo-albanesi, riunite a formare la cosiddetta Congregazione d’Italia di monaci basiliani (O.S.B.I.) e praticanti liturgia e tradizione seguendo il rito bizantino. Questo monastero è l’ultimo di quelli di quel tipo che tempo addietro erano diffusi un po’ in tutta l’Italia meridionale oltreché a Roma.
La nascita del monastero è legata a San Nilo. Nel periodo nel quale le invasioni barbariche mettevano a soqquadro paesi e campagne, San Nilo, famoso per la sua santità , che per lungo tempo era stato nei monasteri di Valleluce e Sérperi, era alla ricerca di quel luogo nel quale potesse vivere in pace insieme con i suoi fratelli; cioè in quello riguardo al quale, secondo San Bartolomeo, egli aveva avuta una rivelazione divina in merito al suo ultimo riposo. Egli ed i suoi monaci furono accolti favorevolmente nel monastero di Sant’Agata sui colli di Tuscolo.
Qui erano le rovine di un’antica villa romana, che potrebbe essere appartenuta a Cicerone, dove era ancora in piedi una piccola struttura di due ambienti, le cui mura erano in pietra peperino, erette a “opus quadratum”, che era una tecnica della Roma antica; questa era già stata utilizzata a partire dal V secolo come oratorio cristiano al quale era stato dato il nome “Crypta ferrata”, divenuto poi Grottaferrata, a causa delle finestre protette da una doppia grata di ferro.
La tradizione vuole che i Santi Nilo e Bartolomeo abbiano avuta una visione da parte della Madre di Dio che invitava a costruire un santuario a Lei dedicato in quel luogo. Così, avuto quanto ricordato in dono da parte di Gregorio, Conte di Tuscolo, i monaci iniziarono la costruzione della prima parte del monastero, utilizzando i materiali recuperati dall’antica villa.
L’abbazia di San Nilo ha una storia tutta sua perché, quando ci fu lo scisma fra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, dovuto a sostanziali interpretazioni e divergenze di carattere culturale, teologico e politico, Grottaferrata, che era sorta nel 1004, una cinquantina di anni prima per opera di un gruppo di monaci greci originari dell’Italia meridionale guidati dallo stesso San Nilo, calabrese di Rossano, restò in comunione con il Vaticano, continuando a praticare, però, sempre il rito greco-bizantino e ad operare nel rispetto della tradizione monastica originaria. I monaci erano cattolici di rito greco-bizantino, appunto, appartenenti alla Congregazione d’Italia dei Monaci Basiliani, istituzione voluta dalla Chiesa Cattolica per tenere insieme tutti i monasteri di rito bizantino presenti nell’Italia meridionale.
Si può ricordare che San Nilo nacque nella Calabria, allora bizantina, ed era greco di nascita e di rito religioso. Fu il fondatore di diversi monasteri, fra i quali quello che fu eretto sui colli di Tuscolo, sulle rovine della villa romana, a seguito di una sua visione della Madonna. Malauguratamente, egli non poté vedere l’opera completata, giacché l’anno successivo al suo arrivo a Tuscolo morì. Comunque, il monastero fu terminato dai monaci nel giro di una ventina di anni sotto la guida di San Bartolomeo, ritenuto pertanto cofondatore di Grottaferrata.
I resti di San Nilo furono ritrovati laggiù, mentre non lo sono stati quelli di San Bartolomeo che, comunque, dovrebbero essere nell’abbazia.
Così, nel 1024, la nuova struttura, completata da decorazioni in marmo e pitture e riccamente arredata, divenne il centro dell’ammirazione da parte di tutti. E quello stesso anno, il 17 dicembre, il papa Giovanni IX dei Conti di Tuscolo andò personalmente a consacrarlo, dedicandolo alla Madre di Dio; e tutto questo accompagnato dai monaci che cantavano gli inni sacri composti appositamente per l’occasione da San Bartolomeo in lingua greca.
Con il tempo, il monastero divenne un centro di cultura di tutto rispetto e molti letterati, seguendo l’esempio di San Nilo, prepararono i codici, dei quali una parte esiste ancora nella biblioteca.
Nel 1241, purtroppo, ci fu la discesa in Italia di Federico Barbarossa, che invase la zona del monastero, costringendo i monaci a cercare sicurezza a Subiaco. L’imperatore si insediò nell’abbazia e la saccheggiò, in quel periodo di tensione e lotte per il papato durante lo scisma d’Occidente. Dopo l’invasione, i monaci ritornarono nel monastero, mentre Tuscolo veniva distrutta.
Dal punto di vista strutturale l’insieme rispecchia i dettami dello stile romanico con aperture a trifora, impreziosito da un campanile che lo fa ammirare ancora da lontano come emblema architettonico e turistico di Roccaferrata; sui vari edifici sovrasta la chiesa, che fu restaurata nel 1930, rispettando lo stile originario neogotico. Interessante il nartece, cioè lo spazio posto tra la facciata principale della chiesa e le navate, sostenuto da quattro colonne di marmo e due di mattoni, posto davanti all’ingresso con una porta le cui decorazioni le hanno fatto dare il nome di “La Speciosa”. Sulla stessa si trova un mosaico rappresentante Gesù fra la Madonna e San Giovanni.
All’interno, le navate sono stracolme di opere varie: si va dagli affreschi alle statue, dai dipinti ai soffitti a cassettoni alle colonne. Il tutto, a suo tempo, era nato in stile romanico, ma i rifacimenti effettuati alla metà del XVIII secolo lo hanno trasformato in vero stile barocco, ricco com’è di stucchi e decorazioni che non lasciano dubbi.
Stupenda la Cappella Farnesiana (non a caso nel soffitto dorato a cassettoni si trova lo stemma dei Farnese) stupendamente decorata dai meravigliosi affreschi, frutti del pennello del Dominichino, eseguiti nel triennio 1608-1610. Segue un massiccio arco trionfale, decorato da mosaici ed affreschi del XII secolo.
Notevole è l’iconostasi, cioè la parete che separa dalle navate il presbiterio, luogo riservato al clero, opera di Antonio Giorgetti eseguita su progetto del Bernini del 1665. Più avanti, ecco il Santuario con sopra un egregiamente lavorato baldacchino in stile neogotico. Degno di nota è l’intarsiato coro, rimesso a punto nel 1901.
Un’importante biblioteca, situata in un fabbricato adiacente alla chiesa, è il risultato dell’opera iniziata da San Nilo, che era uno scrivano, con l’apertura di una scuola dove insegnava ai monaci come compilare libri riguardanti argomenti ascetici e liturgici. Fra donazioni ed acquisizioni, la biblioteca divenne una delle più importanti del mondo intero, stracolma com’è di testi storici e teologici di notevole valore. Qui si trovano a disposizione degli studiosi non meno di 500 manoscritti, in greco e latino, centinaia di incunaboli e circa 50.000 volumi: una ricchezza culturale inestimabile. Inoltre, esiste un Laboratorio di Restauro, nato nel 1931, da ritenere il primo in Italia per la tutela del patrimonio bibliografico. Molti manoscritti si sono salvati grazie all’intervento di padre Nilo Borgia.
Un museo archeologico, aperto nel 2017, arricchisce ulteriormente l’abbazia.
Il complesso architettonico, costituito dal monastero e dalla chiesa annessa, forma un’unica parrocchia. Nello stesso territorio, sono monache che costituiscono la Congregazione delle Suore Basiliari, figlie di Santa Macrina.
L’emblema dell’Abbazia mostra una giovenca, indicata con le lettere ON; forse questa è legata alla leggenda secondo la quale, quando nel 1241 Federico II di Svevia saccheggiò il monastero, pare che si sia portato via una scultura in bronzo, opera delle scultore greco Milone, che rappresentava un uomo ed una giovenca.
I primi superiori del monastero furono, in sequenza, Polo, Cirillo e San Bartolomeo il Giovane. Sotto la loro guida, l’abbazia fiorì, con decorazioni, arricchimenti vari e possedimenti terrieri, allargando i suoi confini di influenza. Ben presto, 200 monaci basiliani fecero parte dell’Abbazia, 22 chiese dell’Italia del Sud divennero dipendenti da San Nilo e vastissimi territori sia del Lazio sia del Sud della Penisola furono sotto il suo controllo.
Queste erano le diocesi che, sinteticamente, si rammentano: latifondi di Policastro e di Conca della Campania nel casertano, castelli laziali di Castel de’ Paolis nei territori attorno a Roma di Albano e di Borghetto di Grottaferrata, casali calabresi di Cotrone, Ungolo e Baracala nel cosentino, rettorie a Diano, l’attuale Teggiano, e Saxano nel territorio di Capaccio, fattorie di San Salvatore nelle aree di Albano e Colle Peschio presso Velletri ed il monastero di Morbino di Venosa.
L’abbazia fu riconosciuta da diversi papi, garantendo che sarebbe stata autonoma nei confronti dei cardinali vescovi della diocesi di Frascati. Come primo superiore fu nominato il cardinale Bessarione nel 1462.
Fra i monaci presenti nell’abbazia molti erano di origine italo-albanese; se ne può ricordare qualcuno: Lorenzo Tardo, Sofronio Gassisi, Cosma Buccola, Bartolomeo Di Salvo, Gregorio Stassi, Paolo Matranga, Basilio Norcia, Marco Petta, Nicola Cuccia, fra i quali era Nilo Borgia, salvatore di molti manoscritti, arrivati dalla Sicilia; Saba Abate, Teodoro Minisci, Stefano e Valerio Altimari, Nilo Somma, Emiliano Fabbricatore provenienti dalla Calabria.
Questi monaci, che curarono il legame Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, organizzarono diverse missioni nei territori balcanici per riprendere al cristianesimo le redini dopo le dominazioni turche contro l’islamismo che aveva preso piede specialmente in Albania. Ciò comportò il ritorno alla fede del cattolicesimo ed all’ordinazione di tanti sacerdoti. Fra questi emerse la figura di Papà s Josif Papamihalli, fedele cristiano che, durante la dittatura comunista in Albania, fu condannato ai lavori forzati e, alla fine, fisicamente eliminato.
A partire dal 1873, il monastero è entrato a far parte del patrimonio archeologico dello Stato Italiano, diventando un Monumento Nazionale. E, dal 2014, resta sotto il controllo e la gestione del Ministero dei Beni Culturali nel nome del Polo Museale del Lazio.
Fra la fine del XVII secolo e per tutto il XVIII, l’abbazia vide accrescere la sua importanza spirituale con la presenza di tanti monaci provenienti dalle colonie albanesi disperse nell’Italia meridionale, particolarmente in Sicilia e Calabria, che praticavano e mantenevano vivo il rito bizantino, proprio della Chiesa di Costantonopoli. L’abbazia accrebbe la sua fama grazie alla presenza di paleografi, liturgisti e musicologi, oltreché di albanologi e bizantinisti di quell’epoca.
In occasione del compimento del millesimo anno della fondazione dell’abbazia di Grottaferrata, molto eventi sono stati organizzati; fra questi c’è stata l’emissione, da parte della Città del Vaticano, di una cartolina postale speciale, mentre le Poste Italiane hanno diffuso un francobollo ed un annullo figurato speciale, dedicati a San Nilo di Rossano.
Il Vaticano, elevò il monastero a esartico, che divenne terzo centro della chiesa bizantino-cattolica, dietro a quelli di Lungo e Piana degli Albanesi.
L’abbazia non ha mai cessato di arricchire le sue collezioni di reperti archeologici provenienti soprattutto nei suoi dintorni e nei territori limitrofi. Fra questi sono da annoverare i sarcofagi rinvenuti nell’Ipogeo delle Ghirlande, con i sepolcri di Carvilio e della Madre Aubutia Quarta, e nel territorio tuscolano con le catacombe Ad Decimum.
Il museo è organizzato in modo tale da poter seguire cronologicamente tutto quanto concerne la storia di Grottaferrata.
Dopo essere entrati nel piazzale, si può procedere entrando nel cortile del “San Gallo”, attribuito all’architetto al servizio di Giuliano dalla Rovere, futuro papa Giulio II, Giuliano da Sangallo. La struttura dedicata a Santa Maria, nata in stile romanico, fu ritoccata durante il Rinascimento, facendola divenire barocca e neogotica. C’è poi la cappella dei Santi Nilo e Bartolomeo, affrescata dal Dominichino nel 1610. Giunti nel secondo cortile, dedicato alla Madonna, si possono ammirare due ali dell’edificio monastico del XVIII secolo e, andando avanti, si incontra il criptoportico di quella villa romana sulla quale è sorta l’abbazia. Infine, ci si trova nel museo nelle cui collezioni sono antichi reperti medievali e rinascimentali.
Sono veramente interessanti le attività che si svolgono nell’abbazia. Vi si trova il laboratorio “Scriptorum San Nilo” di iconografia (studio delle immagini nelle opere d’arte degne di nota per il loro valore storico, culturale o religioso), diretto dal maestro Roberto Roncaccia, il laboratorio di calcografia (ramo della storia dell’arte che si occupa di descrivere e classificare ciò che è raffigurato nelle opere d’arte) guidato dal maestro Gianni Verni, ed il corso di disegno condotto dal maestro Mario Roncaccia.
Dal 1874, l’Abbazia di Grottaferrata è stato riconosciuta come Monumento Nazionale.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it
Info:
La visita alla chiesa è libera e gratuita. Orario: h. 9 – 19.
L’abbazia si trova nella zona sud occidentale del centro abitato di Grottaferrata. Si può raggiungere facilmente la cittadina dei Castelli Romani da Roma (21,7 km). Segui Viale Palmiro Togliatti e Via Tuscolana fino a Via Anagnina per circa 5 km. Prosegui dritto per rimanere su Via Anagnina e la segui per 8,1 km. Infine, si prosegue su Via Roma/SP216 e poi lungo Viale S. Nilo, fino a giungere all’abbazia.
Corso del Popolo, 128 – 00046 Grottaferrata (RM) – Tel. +39 06.94.59.309
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