Qualcuno stava rimuovendo lentamente la terra compatta accumulata sopra un antico pavimento quando sono riapparse le prime tessere colorate. Prima un intreccio geometrico blu e rosso. Poi il corpo di un animale ferito. Infine la scena intera: un leone colpito da una lancia, un cacciatore a cavallo lanciato all’attacco, un cane che insegue un cervo. Dopo oltre mezzo secolo di silenzio, negli ultimi giorni è tornato alla luce uno dei mosaici figurati più raffinati della Sicilia romana occidentale.
La scoperta arriva da Marsala, sulla costa occidentale della Sicilia, a circa 140 chilometri da Palermo e affacciata sul mare delle Egadi. Il mosaico è riemerso nell’area archeologica di Capo Boeo, il promontorio dove sorgeva l’antica Lilibeo, città fondata dai Cartaginesi nel IV secolo avanti Cristo dopo la distruzione di Mozia e divenuta successivamente uno dei principali centri romani del Mediterraneo occidentale. Qui la Soprintendenza archeologica della Sicilia occidentale sta conducendo nuovi saggi di scavo per il progetto del futuro Parco archeologico Lilibeo Marsala.
Il pavimento musivo era stato individuato per la prima volta nel 1972 dall’archeologa Carmela Angela Di Stefano. All’epoca emerse solo una parte della decorazione e, per motivi conservativi, l’area venne nuovamente ricoperta di terra. Una pratica frequente nell’archeologia del Novecento: in assenza di coperture, restauri e sistemi di protezione adeguati, molti mosaici venivano reinterrati per preservarli dall’umidità, dal sole, dal degrado atmosferico e dai danni accidentali. La parte destra della scena non fu scavata completamente proprio per evitare interventi troppo invasivi in una zona dove si sovrappongono diversi livelli abitativi antichi.
In queste ore gli archeologi stanno analizzando nuovamente il mosaico con metodologie molto più avanzate rispetto agli anni Settanta. Le operazioni vengono coordinate dalla direttrice del Parco, Anna Occhipinti, con la collaborazione della cooperativa ArcheOfficina e dell’archeologa Maria Grazia Griffo. Lo scavo rientra in un progetto internazionale sviluppato insieme alla Escuela Española de Historia y Arqueología del Consejo Superior de Investigaciones Científicas di Granada, che studia le fasi tardo-romane, bizantine e altomedievali di Lilibeo.
Il mosaico apparteneva ad una residenza romana inserita nell’antico tessuto urbano di Lilibeo, costruita tra età imperiale e tarda antichità. La qualità dell’opera, la complessità della scena di caccia e la raffinatezza delle decorazioni geometriche suggeriscono un contesto abitativo di alto livello sociale, probabilmente legato alle élite urbane della città. Lilibeo, trasformata in colonia romana dopo le guerre puniche, divenne un porto strategico per i commerci tra Sicilia, Africa settentrionale e penisola italiana. Le famiglie più ricche investivano enormi risorse nell’architettura domestica, nelle decorazioni parietali e nei pavimenti musivi, che funzionavano come simboli immediati di prestigio sociale e cultura aristocratica.
La tecnica utilizzata è l’opus tessellatum, un tipo di mosaico romano realizzato con minuscole tessere in pietra e pasta vitrea. Le dimensioni molto ridotte permettevano di creare effetti di profondità, chiaroscuro e movimento. In questo caso colpisce soprattutto la ricchezza cromatica: bianco, nero, blu, azzurro, rosso, ocra e marrone vengono utilizzati con gradazioni sofisticate che modellano i corpi degli animali e i panneggi dei personaggi.
L’intera scena rappresenta una venatio, termine latino che indica la caccia spettacolare e aristocratica. Nel mondo romano la caccia non era soltanto un’attività pratica. Costituiva un linguaggio simbolico associato al controllo della natura, alla forza militare, alla virtù maschile e al dominio sociale. Raffigurare scene di caccia nei pavimenti delle residenze private significava evocare il coraggio, la disciplina e il rango del proprietario della casa.
Nel registro inferiore compare la scena più drammatica del mosaico. Un cavaliere armato di lancia colpisce un leone che crolla al suolo mentre dal corpo ferito fuoriescono rivoli di sangue resi con tessere rosse. Il mosaico insiste sulla tensione fisica dello scontro: il cavallo è lanciato in avanti, il felino si contorce sotto il colpo, la composizione crea una diagonale dinamica che accentua il movimento. Il leone, animale rarissimo nella fauna siciliana e italiana dell’epoca, richiama un immaginario esotico legato all’Africa romana e agli spettacoli delle arene imperiali.
La parte superiore mostra invece una caccia al cervo. Un uomo in tunica corta e alti calzari avanza seguito da un cane in corsa. Dell’animale restano visibili soprattutto gli arti, perché una vasta lacuna interessa il lato sinistro della decorazione. Anche qui emerge una narrazione fortemente dinamica: il cane abbassa il corpo nell’inseguimento, il cacciatore inclina il busto in avanti, le linee del mosaico guidano lo sguardo verso la preda.
Attorno alle scene figurate si sviluppano eleganti cornici geometriche. La fascia esterna presenta un motivo a meandro intrecciato alternato a riquadri decorati con fiori cruciformi. Quella interna mostra invece una treccia policroma a quattro capi, costruita con tessere azzurre, rosse, bianche e nere. Questi motivi decorativi non avevano soltanto funzione ornamentale. Nel linguaggio visivo romano le cornici servivano a separare lo spazio simbolico della scena centrale dal resto dell’ambiente domestico, quasi come se il pavimento diventasse un quadro narrativo permanente.
Gli archeologi ritengono che il mosaico decorasse un ambiente di rappresentanza della casa, forse un triclinio — la sala destinata ai banchetti — oppure un grande spazio di ricevimento. Durante i convivi aristocratici gli ospiti avrebbero camminato sopra queste immagini osservando animali feroci, cavalieri, cani e scene di caccia che riflettevano il prestigio del proprietario dell’abitazione.
La nuova campagna di scavo ha anche un importante obiettivo stratigrafico. Gli studiosi vogliono comprendere come si sia trasformata quest’area urbana tra tarda età romana, periodo bizantino e fase islamica medievale. Dopo la conquista araba la città cambiò nome in Marsā ‘Alì, espressione araba da cui deriva l’attuale Marsala. Il mosaico rappresenta quindi una testimonianza materiale delle ultime grandi stagioni decorative della Lilibeo romana prima delle profonde trasformazioni politiche e culturali del Mediterraneo medievale.
Nei prossimi mesi gli archeologi proseguiranno lo scavo della parte destra del pavimento, ancora nascosta sotto i livelli successivi. L’obiettivo è recuperare integralmente la composizione figurata e ricostruire le diverse fasi di utilizzo e abbandono della domus. Parallelamente verranno effettuati rilievi digitali, documentazioni fotogrammetriche e interventi conservativi per stabilizzare le tessere più fragili.
La direttrice del Parco archeologico Lilibeo, Anna Occhipinti, ha spiegato che il mosaico verrà valorizzato all’interno dei futuri percorsi di visita del parco urbano. La posizione dell’area, al confine tra il tessuto moderno di Marsala e il promontorio archeologico di Capo Boeo, rende questa scoperta particolarmente importante perché collega direttamente la città contemporanea con il suo passato romano affacciato sul Mediterraneo.
Fonte:
Parco Archeologico Lilibeo Marsala – www.stilearte.it 31 maggio 2026









