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Mario Zaniboni. La macchina di Anticitera, tecnologia inaspettata.

anticitera

Come da sempre, durante la sua vita l’uomo è curioso di conoscere da dove provenga e cosa e chi lo abbia preceduto, per rendersi conto dei progressi e dei miglioramenti che, in qualsiasi campo, si sia riusciti piano piano a conseguire; e ciò si ottiene studiando le vestigia del passato, interpretandole e cercando di carpirne l’essenza. Ma può capitare, anche relativamente spesso, che si incappi nel ritrovamento di qualche reperto che lascia perplessi, trovandosi questo, secondo i nostri canoni, non nel posto dove dovrebbe essere e, nel contempo, in un contesto che storicamente stride.
Lo studioso americano Ivan T. Sanderson, per citarli in breve, li ha chiamati con l’acronimo OOPArt (Out Of Place ARTifacts), vale a dire manufatti, reperti e oggetti che non si dovrebbero trovare dove vengono reperiti, sia per il luogo sia per il tempo, cioè in una cornice storica che li escludono.
In questa nota, si intende parlare di quell’oggetto, attualmente conservato nel reparto riservato ai bronzi nel Museo Archeologico di Atene, accompagnato dalla sua ricostruzione, dove misterioso fa bella mostra di sé sotto gli occhi incuriositi dei pressoché increduli visitatori.
Quel reperto, definito successivamente “il computer di Antikythera” o con altre denominazioni, è stato trovato in un ambito che assolutamente non gli compete.
anticiteraChe si tratti di uno strumento meccanico non ci possono essere dubbi e nemmeno sorgono dubbi che non sia molto antico. Naturalmente, è stato l’argomento su cui si sono dibattuti esperti tecnici e archeologi, giungendo alla conclusione che, per la maggior parte di loro, la sua costruzione risale grosso modo al cinquantennio compreso fra il 150 e il 100 a.C., mentre per altri esso è stato costruito non dopo il 178 a.C., data più probabile, come si vedrà poi, anche se c’è chi addirittura pensa che la sua costruzione sia avvenuta attorno al 250 a.C.
Quella macchina (è giusto chiamarla in modo tale, perché veramente di macchina si tratta) fu un ritrovamento fatto il 17 maggio 1902 da parte di pescatori di spugne greci che, persa la rotta a causa di un violento fortunale, si erano rifugiati nei pressi dell’isola di Antikythera, situata a sud del Peloponneso. Il giorno successivo, tornato il bel tempo, sul fondo al largo dell’isola, grazie alla limpidezza dell’acqua, essi videro i resti di una nave alla profondità di circa 43 metri e lo comunicarono al governo greco, che organizzò una spedizione ben attrezzata.
Esplorazioni e accertamenti fatti sul luogo comportarono il rinvenimento di un’imbarcazione mercantile romana, una galea, forse diretta verso l’Urbe, con ogni probabilità affondata attorno all’80 a.C., ma carica di oggetti forse più antichi. I sommozzatori portarono alla luce del sole un tesoro costituito da importanti e lussuosi oggetti d’arte, statue di marmo, bronzo e rame, gioielli, monete e fra tutto ciò, faceva bella mostra di sé l’oggetto misterioso, che si presentava come un piccolo blocco metallico incrostato e corroso per la convivenza per duemila anni con l’acqua salata del mare.
Studiosi di reperti antichi si trovarono di fronte un qualcosa che inizialmente non riuscirono a inquadrare e qualificare.
anticiteraSolamente nel 1902 si aprì un piccolo varco di luce, quando l’archeologo greco Kytherian Valerios Stais, curatore del Museo Archeologico Nazionale di Atene, avutolo fra le mani, ne approfondì l’esame e si rese conto di come quell’oggetto, diverso da tutti gli altri, fosse eccezionale, per cui non facesse parte di nessuna né delle statue né degli oggetti metallici che si erano rinvenuti fra i rottami fradici della nave affondata. Il capirne qualcosa fu estremamente difficile, anche perché le parti si mostravano corrose e lesionate. In effetti, si trattava di un blocco di pietra nel cui interno si vedeva inglobato un complesso non chiaro. Questo è in rame ed ha le dimensioni di un libro: circa 30 centimetri di lunghezza, 15 di larghezza, qualche centimetro di spessore; in origine era protetto da una cornice in legno. Incuriosito, Stais approfondì l’esame e giunse alla conclusione che aveva davanti a sé uno strumento nel vero senso della parola: un sistema di minuscole ruote dentate che formano un congegno a orologeria di un’attualità sconcertante. Si appurò che le parti metalliche sono non meno di 82. La superficie della struttura che ospita il meccanismo è ricoperta da una fine scrittura consistente in più di duemila caratteri, a tutt’oggi interpretati per il 95%, evidenziata dopo un’accurata pulizia. Lo strumento è caratterizzato dal movimento di un complesso di ruotine dentate che – è stato appurato con sicurezza – era in grado di calcolare i moti del sole e le fasi della luna, i moti dei cinque pianeti allora noti e visibili a occhio nudo (in ordine di distanza dal sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno; era il periodo ellenistico), e inoltre gli equinozi, i mesi e i giorni della settimana.
Però, come succede nei casi in cui le interpretazioni di un fatto destino grandi dubbi, si formano fazioni che difendono le posizioni di una parte o dell’altra. Perciò, non sorprende che ci siano stati certi studiosi che ritenessero la macchina semplicemente un qualcosa di analogo a un astrolabio o a un planetario fatto in tempi recenti e che il ritrovamento non sia avvenuto dove è stato dichiarato, ma da tutt’altra parte, dove sarebbe stato più plausibile la sua presenza. Insomma, non fecero sconti perché, secondo loro, la presunzione della sua antichità era una balla bella e buona.
anticiteraTutto il complesso di analisi cui fu sottoposto, tuttavia, considerati fra l’altro anche i tempi necessari per la formazione della ganga che accompagnava l’oggetto era contenuto, confermarono la nascita non più tardi del I secolo a.C.
E in questi casi, la fantasia non difetta mai. Così, non mancarono coloro che si dimostrarono convinti che fosse un dono fatto all’uomo dagli antichi visitatori alieni. Invero, non si deve sottovalutare il fatto che sono tantissime le vestigia antiche che lasciano perplessi, nel senso che certe costruzioni e strutture possono essere ritenute opere umane solamente se si fa riferimento ad antiche civiltà, più progredite di quelle attuali, fornite di tecniche avveniristiche e delle quali non è rimasto nulla (annientate dal diluvio universale, che sembra si sia più o meno d’accordo che sia avvenuto veramente, o da grandi catastrofi, come quella che ha coinvolto la città di Atlantide, supposto che sia esistita davvero, tanto per esemplificare) oppure all’intervento di altre civiltà provenienti da altri mondi. In ogni modo, resta sempre il fatto che la realizzazione di certi complessi darebbero del filo da torcere anche ai costruttori più moderni, pur essendo in possesso di una tecnologia all’avanguardia.
A quel punto, che cosa ne pensarono gli studiosi, più o meno scettici, sulla natura della macchina di Anticitera? Furono molti coloro che ritennero le spiegazioni di Stais troppo vaghe e lontane da ciò di cui potevano tecnologicamente disporre gli antichi, convinti che, come detto più sopra, il reperto fosse un planetario o un astrolabio capace di fare ciò che da lui si richiede. E le discussioni continuarono, senza vinti né vincitori finché, nel 1951, il professor Derek J. de Solla Price, scienziato inglese, sottoponendo l’oggetto misterioso ai raggi X e alla TAC, cominciò a rendere chiari diversi particolari; e poi, approfondendo gli studi sullo stesso, su ogni sua parte e su ogni ingranaggio, dopo vent’anni fu in grado di dare il suo verdetto definitivo: il meccanismo era un calcolatore, sicuramente antico, funzionante come calendario solare e lunare, che, con le ruote dentate nel rapporto 254 : 19, consentiva di vedere il collegamento fra moto lunare e solare (in effetti, la luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari). Per giungere a tale risultato, era utilizzata una ventina di ruote dentate e un differenziale (ma ci si pensa a ruote dentate e al differenziale, dispositivo, quest’ultimo, inventato e brevettato dall’orologiaio francese Pecqueur solamente nel 1828 e la cui mancanza non consentirebbe alle auto di sterzare, più di duemila anni fa?) con movimento a manovella, riuscendo fra l’altro, in tale maniera, a collegare fra di loro le rotazioni della terra e della luna. Ma ciò che stupisce è pure il fatto che le ruote dentate sono tanto piccole che in un certo settore dello strumento ben 5 ingranaggi sono contenuti nello spazio di 7 millimetri.
In conclusione, era un complesso planetario che, attraverso il moto di ruotismi, rispondeva a tante domande; per di più, stando a recenti studi riportati da Nature, era pure capace di fornire le date dei giochi olimpici e di quelli panellenici. Inoltre, si è potuto appurare, che con il suo aiuto, si riusciva a predire le eclissi.
Insomma, non c’è che dire: uno strumento tuttofare o factotum che dir si voglia!
Alla fine, Price giunse a ritenere che la macchina da lui studiata fosse senz’ombra di dubbio la dimostrazione dell’elevata tecnologia di cui era disponibile la Grecia già nel II secolo a.C.
Ma non finisce qui, giacché nel 2008, Alexander Jones, dell’Istituto per gli studi sul Mondo Antico di New York, che ebbe sotto mano il reperto, riuscì a tradurre alcune iscrizioni del meccanismo e si rese conto che i nomi dei mesi incisi sullo strumento erano quelli utilizzati nelle colonie corinzie, in particolare a Siracusa in Sicilia: pertanto, fu facile pensare che la sua costruzione sia avvenuta nell’isola. Più recentemente, Jones è tornato alla carica, pubblicando su Almagest che tutti i caratteri presenti sui resti dello strumento sono stati letti e, secondo lui, lo scritto recita quanto segue: “Siamo riusciti a capire come venissero predette le eclissi nel 100 a. C. e quali conoscenze si avessero dei movimenti planetari: si è fatto un passo in avanti importante nella comprensione di ciò che era l’astronomia greca di quel periodo».
Inoltre -riporta il Washington Post – il professor Jones espresse il seguente ragionamento, molto significativo: “In questo piccolissimo volume di metallo corroso e incasinato, avete messo lì abbastanza conoscenza per riempire diversi libri che ci parlano di tecnologia antica, scienza antica e il modo in cui queste interagivano con la cultura più ampia del tempo. Sarebbe difficile contestare che questo sia il singolo oggetto più ricco di informazioni che è stato scoperto dagli archeologi fin dai tempi antichi.”
Jones, dunque, con questo scritto si rivolse a qualcuno, ma non si sa esattamente a chi si riferisse. Si rivolgeva ai membri dell’accademia di Rodi del I secolo a.C., nata per opera del filosofo, geografo e storico Posidonio, dove gli studi di astronomia e meccanica erano all’avanguardia? Allora, in tal caso, il progettista potrebbe essere l’astronomo Ipparco, anche e soprattutto perché nel meccanismo si trova applicata la sua teoria sul moto lunare. Oppure, la nascita del meccanismo è avvenuta in una colonia corinzia, come fanno supporre i nomi corinzi dei mesi che compaiono sulla superficie dell’oggetto? E allora, il costruttore, rimasto ignoto, potrebbe essere stato un siciliano, che applicò alla macchina le teorie astronomiche di Archimede, già scomparso da tempo. Del resto, Cicerone raccontò di macchine costruite sia da Archimede, sia da Posidonio, solo che nessuna è giunta ai giorni nostri.
Se ci fossero stati dubbi sulla funzione dello strumento, questi furono una volta ancora appianati quando, nel 2016, un gruppo di scienziati, ricorrendo a una strumentazione moderna ai raggi X e alla TAC, è riuscito a interpretare uno scritto posto all’interno dal quale si evince che la sua funzione era quella di indicare eventi astronomici, eclissi e date dei giochi olimpici.
E per di più non è da escludere l’ipotesi che la macchina fosse stata ideata partendo dal presupposto che il sistema solare fosse eliocentrico e non geocentrico, come si riteneva fosse ancora ai tempi di Galilei, che nel 1633, processato e condannato dal Sant’Uffizio, fu costretto ad abiurare le sue concezioni astronomiche.
Che il reperto sia sempre fonte di un interesse che non si spegne mai lo dimostra lo studio pubblicato su arXiv ieri l’altro, si fa per dire, cioè il 28 marzo di quest’anno. E’ basato sul principio che un dispositivo meccanico con il trascorrere del tempo, capitalizza un errore, dando luogo a una variazione che dà modo di risalire al momento in cui ha cominciato a evidenziarsi: ebbene, nel caso in esame, si risale alla data precisa del 23 dicembre 178 a.C.; più precisa di così non avrebbe potuto essere.
Per concludere, si dice che la macchina di Anticitera costituisca un unicum; certo, è unicum giacché, se come si presume ne siano state realizzate altre (e non solo di questo tipo), non hanno avuta la stessa fortuna di giungere fino a noi né integre né rovinate. Per molti, dunque, quell’oggetto serve semplicemente a puntualizzare che la civiltà classica possedeva conoscenze meccaniche che noi, prima del suo ritrovamento, ritenevamo fosse impossibile.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.1970@libero.it

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