HOMO SAPIENS. Ancora fuggiamo dalla Grande Madre.

Pubblicato il : 1 Agosto 2009

La fuga dall’Africa ha inizio centomila anni fa, quando un primo drappello di uomini varca l’istmo di Suez e si spande nel mondo. Lo storico John Reader sostiene che non erano piu’ di cinquanta, su un milione di uomini.
L’Homo Sapiens aveva mosso i primi passi nel continente nero, e per evolvere aveva avuto bisogno di quel clima impervio, scottante, dove insetti, parassiti, batteri minacciavano l’uomo dopo averlo addestrato al peggio. Per i primi fuggitivi il nomadismo non era la soluzione.
Quel che il filosofo Deleuze dira’ nel Novecento – «Nulla e’ piu’ immobile di un nomade» – era per loro tragica evidenza. Il clima di umidita’ e batteri era stato fonte ieri di vita, oggi di morte. Per questo il drappello preferi’ l’esodo al nomadismo. L’aumento straordinario della demografia comincia allora, ma fuori dall’Africa: i fuggitivi si riproducono, gli antenati dell’uomo stagnano.
In realta’ fuggiamo tuttora dall’Africa: per istinto ci rifiutiamo di vederla, conoscerla. La grande madre dell’umanita’ attira e respinge, il matricidio e’ incessante. Il continente ha una sua storia, sue tradizioni, ma chi lo fugge continua a trattarlo come uno specchio, in cui non vede che se stesso.
Anche oggi e’ cosi’. L’Africa e’ l’unico continente che ha bisogno della globalizzazione come del pane, che da oltre un decennio ha preso a crescere e a cercare forme di governo meno caotiche, e tuttavia insistiamo a guardarla con le lenti della storia europea. E’ il dizionario dei nostri luoghi comuni: la maggior parte delle sue caratteristiche sono invenzioni dell’Europa che dal XV secolo l’ha colonizzata. Un tempo breve, se paragonato alla storia dell’uomo eretto iniziata in quelle terre 3,5 milioni di anni fa. Un tempo brevissimo, se contempliamo il periodo in cui gli europei si spartirono l’Africa sbranandola: appena vent’anni, alla fine dell’800. Ma sono vent’anni decisivi; le prigioni mentali europee e africane si formano in quell’era di conquista-spartizione.
La chiamarono Scramble for Africa: e in effetti fu una corsa ai primi posti, una «sgomitata» che travolse e muto’ popoli. L’Africa divenne un’invenzione europea. Nel frattempo sappiamo che tra le invenzioni spicca il tribalismo. Certo i clan sono essenziali in Africa, ma contrariamente a quel che si pensa non esiste una congenita vocazione a dividersi in tribu’ impermeabili, identitarie. Gli europei idolatravano lo Stato-nazione assolutamente sovrano e in Africa cercarono qualcosa di equivalente, non trovando regni monolitici ma fragili staterelli.
L’equivalente dello Stato ottocentesco (coscienza identitaria esasperata, chiusura al diverso) erano le tribu’, che la Corsa all’Africa ossifico’. Fu la monarchia belga a lacerare il Ruanda in tribu’ hutu e tutsi, attizzando un odio che sfocera’ nel genocidio del 1994. Furono gli inglesi a esaltare le diversita’ fra etnie Shona e Ndbele, per meglio dominare lo Zimbabwe (Rhodesia).
Il ritorno al tribalismo, di cui il continente nero e’ accusato, e’ ritorno all’invenzione europea dell’Africa. E’ un’invenzione dell’Ottocento, questo secolo europeo non meno terribile del Novecento. Gli esseri umani trattati come cose, la crudelta’ sadica, i genocidi: la prova generale viene fatta nello Scramble for Africa. Sono orrori di cui si parla meno perche’ avvenuti li’.
L’Africa e’ la palestra dove l’occidentale ha collaudato e anticipato gli stermini, i campi di concentramento. La Germania imperiale collauda il genocidio nell’Africa tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia), annientando gli indigeni Herero e Nama fra il 1904 e il 1907. Tre quarti degli Herero e meta’ dei Nama perirono nei Lager o nei deserti, dove il generale Lothar von Trotha li scaccio’ avendo avvelenato, prima, tutti i pozzi.
L’ordine di liquidazione (Vernichtungsbefehl) e’ emanato da Trotha nel 1904. Poi vi furono i massacri e i campi nel Regno del Congo, per volonta’ di Leopoldo II del Belgio, re dell’orrore. Nel 1906, gli inglesi ordinano l’«annientamento» di un villaggio contadino ribellatosi in Nigeria (2000 uomini, donne, bambini uccisi). Nel costruire l’immensa ferrovia dall’Atlantico a Brazzaville nel Congo, i francesi provocano la morte di 17.000 forzati neri. Non sono solo gli Occidentali a fuggire l’Africa, per vergogna di se’ o indifferenza. Anche l’Africa fatica a liberarsi dagli stereotipi che la definiscono, a ritrovare se stessa, a vedersi protagonista responsabile e non solo vittima, a darsi una storia.
L’invenzione europea del tribalismo, l’ha interiorizzata come fosse sua. Il sogno di creare Stati accentrati, coltivato negli anni dell’indipendenza, impedisce le cooperazioni transfrontaliere che scongiurerebbero tante guerre in apparenza civili, in realta’ regionali. La storia della schiavitu’ e’ ricordata come inferno coloniale – e senz’altro lo fu: 13 milioni di africani furono trapiantati fra il XV e XIX secolo – non come una cultura servile sorta in Africa per far fronte alla scarsa natalita’.
Sono trascurate perfino le piu’ originali invenzioni del continente: prime fra tutte le Commissioni per la verita’ e la giustizia in Sud Africa, che hanno inaugurato inedite, esemplari politiche della memoria. Ma lo stereotipo piu’ resistente e’ quello secondo cui l’Africa e’ senza storia, in fondo maledetta.

Lo ha formulato Hegel all’inizio dell’800, nella Filosofia della Storia Universale: «L’Africa non e’ un continente storico, non ha movimento ne’ sviluppo». Ancora nel 1963, in una conferenza a Oxford, lo storico Trevor-Roper ne ripete la stupida arroganza: «Forse in futuro ci sara’ una storia africana. Ma al momento non ce n’e’: esiste solo una storia degli europei in Africa. Il resto e’ tenebra, e la tenebra non e’ soggetto di storia».
La storia dell’Africa esiste se comincia a vedere l’uomo dietro le tribu’, ad aprirsi all’altro che non ci somiglia. Se occidentali e africani smettono l’idolo del vecchio Stato sovrano. L’aspirazione di tanti africani a forme politiche meno accentrate e’ un’emancipazione dall’immagine che noi ci facciano di loro, e che loro hanno finito col farsi di se’.


Fonte: La Stampa 05/07/2009
Autore: Barbara Spinelli
Cronologia: Preistoria

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