LE ORIGINI DEI SAPIENS. All’inseguimento dei Boscimani ultimi guardiani del nostro Eden.

Pubblicato il : 1 Agosto 2009

Il giardino dell’Eden: dov’era? Questa non intende essere una domanda di archeologia biblica, ma di storia biologica. Il paradiso terrestre, cioe’ un luogo geografico preciso, nel quale Dio o l’Universo naturale hanno dato origine alla specie umana (HOMO SAPIENS SAPIENS), deve pur esserci stato.

Tutto sta a trovarlo. In Africa, si dice. Ma in Africa dove? Il fatto che la valle del Rift e le regioni limitrofe del Corno si siano prestate cosi’ bene a conservare tanti reperti dell’ominazione non significa necessariamente che l’uomo sia nato proprio li’. E allora: dove? Le vie per dipanare il mistero sono due. La prima e’ trovare lo scheletro fossile del Primo Uomo o della Prima Donna. Ma servirebbe una gran fortuna: quegli scheletri devono essersi conservati e poi dobbiamo inciamparci. E ancora: se si rinviene un teschio con caratteri cosi’ arcaici da farcelo catalogare con sicurezza come capostipite della specie HOMO SAPIENS SAPIENS, nemmeno questo basta.

Un cranio atto all’uopo gia’ ce l’abbiamo. E’ stato scoperto a Omo Kibish in Etiopia, e’ vecchio di 195 mila anni, e, se non e’ di Adamo o di Eva, e’ di sicuro di un loro parente stretto. Ma il fatto che la formazione geologica di Omo Kibish abbia conservato il teschio e poi lo abbia esposto all’erosione non esclude che magari, poniamo 5 mila anni prima, un antenato del titolare di quel cranio gia’ dotato dei caratteri del «SAPIENS SAPIENS» sia vissuto (ipotesi di pura fantasia) nella valle del Congo e poi abbia lasciato discendenza, ma non tracce ossee, perche’, geologicamente parlando, quella zona non si prestava alla bisogna.

In questo caso l’ipotetico Eden del Congo non verrebbe rinvenuto. Non in questo modo. Quindi dobbiamo rassegnarci? Per quanti fossili troviamo, non potremo mai sapere con certezza qual e’ stata la culla dell’umanita’? No, questa sarebbe una conclusione troppo pessimistica. In realta’, per aiutarci a far luce sul mistero possiamo ricorrere alla seconda arma a nostra disposizione, cioe’ allo studio dei geni. Un’equipe internazionale guidata da Sarah Tishkoff, dell’Universita’ della Pennsylvania, ha appena concluso la piu’ vasta ricerca genetica mai condotta in Africa. Sono stati esaminati i geni di 3 mila persone appartenenti a 121 dei 2 mila gruppi etnici identificati nel continente e la mappatura e’ stata usata, in particolare, per identificare cio’ che era comune a tutti o quasi tutti, nell’assunzione (logica) che parentela e affinita’ significhino discendenza comune. Ebbene, gli africani con la piu’ altra frequenza di coincidenze genetiche con tutti gli altri sono risultati i Boscimani di una certa zona al confine fra la Namibia e l’Angola. Questo, sia chiaro, non vuol dire che da quella tribu’ siano discese tutte le altre, ma solo che quel gruppo e’, fra quelli ancora viventi, il piu’ simile al ceppo originario; e neanche significa in modo automatico che quella zona fra Namibia e Angola sia il posto dove quella tribu’ e’ nata ed e’ sempre rimasta, perche’ in 200 mila se ne fa di strada, anche andando a piedi e anche girando piu’ o meno senza meta per l’Africa. Ma dopo aver messo le mani avanti in questo modo, come e’ doveroso per gli scienziati, i ricercatori del team della professoressa Tishkoff invitano a spremere il massimo di scoperte dai risultati della ricerca e, per esempio, suggeriscono ai linguisti di verificare se l’idioma della tribu’ San (cosi’ si chiamano quei particolari Boscimani) possa essere considerato capostipite delle tante lingue umane, se ne contenga i tratti comuni, se sia l’ultimo vestigio del primo linguaggio.

Se alla genealogia genetica potesse essere sovrapposta quella linguistica sarebbe una bomba e il paradiso terrestre acquisirebbe una notevole consistenza. Questa vicenda ha un secondo snodo. Sulla Terra adesso siamo 6,8 miliardi di persone, di cui un miliardo in Africa. Gli altri 5,8 miliardi oggi viventi in Asia, Europa, Americhe e Oceania, risultano geneticamente discendere da una singola tribu’ composta da 150, massimo 200 persone, passata 70 mila anni or sono attraverso un Mar Rosso in temporanea secca. Prendete qualche individuo competitivo, date tempo al tempo, e vedrete che i miliardi arrivano. Quei 200 individui avrebbero attraversato il tratto di mare che separa in Corno d’Africa dallo Yemen, approfittando (inconsapevolmente) di un abbassamento della temperatura terrestre; il lungo freddo aveva fatto inspessire i ghiacci polari e abbassato (per converso) il livello dei mari. Probabilmente, quella minuscola tribu’ da lungo tempo viveva sulla costa e per questo era abituata a nutrirsi di crostacei e dell’altro cibo che il mare scaricava a riva.

Cosi’, i loro discendenti si diffusero a un ritmo rapido (rispetto al tempo storico) lungo le coste dell’Arabia, dell’Iran, dell’India e cosi’ via fino all’Australia, che raggiunsero nel giro di 5 mila anni, senza (probabilmente) cambiare granche’ abitudini di vita nel frattempo: bastava continuare a fare, di padre in figlio, le stesse cose, popolando via via una spiaggia deserta dopo l’altra. Molto piu’ lenta fu invece la colonizzazione della terraferma.

Ci vollero 20 mila anni perche’ quegli umani si espandessero dal Mar Rosso al Bosforo e quindi all’Europa; e 45 mila perche’ dalle coste meridionali dell’Asia proliferassero in tutto il continente fino alla Siberia. Altri 5 mila anni e gli esseri umani passarono in Alaska, altri 15 mila e popolarono le Americhe fino alla terra del Fuoco. E quelli che arrivarono fin laggiu’, per incredibile che sembri, erano discendenti dei 200 che hanno fatto da antenati anche agli europei contemporanei. Che storia. E’ scritta nei geni. 


Fonte: La Stampa – Tuttoscienze 08/07/2009
Autore: Luigi Grassia
Cronologia: Preistoria

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