La Storia ha fatto e fa il suo corso, inesorabile. Ma, per dirla con una celebre, emozionante, poesia di Edmondo De Amicis, dedicata a sua madre: “Non sempre il tempo la beltà cancella”. Come ad esempio nel caso di cui trattasi, riferito allo straordinario, monumentale, splendore degli “scrigni della memoria”, che segnano in maniera indelebile il Parco Archeologico di Cuma – territorio di Pozzuoli, nato nel 1927 nel corso delle grandi campagne di scavo, eseguite nei primi decenni del ‘900 sotto la Direzione prestigiosa di Amedeo Maiuri, restituendo i resti dell’antica città di Cuma, la prima colonia greca d’occidente.
Fari puntati, tra le tematiche del giorno, sugli interventi di restyling conservativo-strutturale-qualitativo, attinenti ad un sito di architettura funeraria tra i più famosi, nel versante settentrionale. E, tra gli scenari attuali, partiamo proprio da questi lavori.
La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio (SABAP), per l’area metropolitana di Napoli, ha approvato infatti, con decreto n. 24 del 10 marzo 2026, il progetto esecutivo di variante in corso d’opera, relativo all’intervento di recupero, restauro e valorizzazione, dell’area archeologica della “Tomba a tholos – fondo Artiaco”.
I lavori erano stati aggiudicati, con successivo contratto, ad una società specializzata a tanto, di Napoli, per un importo complessivo di 363.526,40 euro oltre IVA, a seguito di procedura di affidamento tramite Richiesta di Offerta (RDO) sulla piattaforma “Acquisti in rete PA”.
Perché la “modifica” al progetto. Nel corso dell’esecuzione dei lavori di scavo archeologico e sistemazione dei fronti -si legge- è stato accertato, mediante verifiche in sito e riscontri tecnici conseguenti all’avanzamento delle operazioni, la sussistenza di condizioni geotecniche e morfologiche non coincidenti con quelle poste a base della progettazione esecutiva. In particolare: una marcata disomogeneità stratigrafica, la presenza di livelli a ridotta coesione e consistenza variabile, fenomeni localizzati di distacco superficiale e modesta instabilità, nonché condizioni di drenaggio naturale non pienamente efficaci. Tali circostanze hanno reso inadeguata la soluzione originariamente prevista — basata sulla sola configurazione geometrica dei fronti — a garantire nel tempo condizioni di stabilità e sicurezza sufficienti, sia per le maestranze impiegate sia per la tutela dei reperti rinvenuti, per cui è stata disposta l’introduzione di un sistema strutturale di sostegno a gravità realizzato con gabbioni auto-portanti.
La soluzione consente di incrementare il momento stabilizzante grazie alla massa strutturale, di distribuire più favorevolmente le pressioni al piano di posa, di garantire il drenaggio naturale delle acque evitando sovrappressioni interstiziali e di adattarsi alle irregolarità morfologiche del sito, assicurando al contempo l’esecuzione per tratti progressivi in piena sicurezza.
L’intervento -si aggiunge- riveste particolare rilevanza anche sotto il profilo della tutela del patrimonio: la presenza di manufatti archeologici in prossimità delle scarpate di scavo rende il sito estremamente sensibile, ed anche fenomeni di instabilità di entità limitata potrebbero causare danni irreversibili al patrimonio. Ricordiamo, per inciso, che ci troviamo nei Campi Flegrei, territorio a scuotimento sismico.
Tornando alla cosiddetta Tomba a tholos, questa è un raro monumento databile tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. Scoperta nel 1902 dall’archeologo G. Pellegrini, testimonierebbe una fase tarda della necropoli cumana, in un momento in cui l’influenza sannitica aveva ormai soppiantato quella greca.
La struttura si distingue per la sua pianta circolare e la volta conica, realizzata con tredici filari di blocchi di tufo, accuratamente sovrapposti a secco.
L’ingresso, orientato a sud ed originariamente accessibile tramite una rampa di gradini scavati nel banco tufaceo, immette in una camera funeraria che conserva ancora parte dell’intonaco originario e tracce di decorazione pittorica. Internamente, la tomba presenta una banchina circolare ed un articolato sistema di ricettacoli sepolcrali, tra cui un grande sarcofago con iscrizione in lingua osca che ne attribuisce l’uso alla “ gens Heia”, famiglia di spicco nella Cuma ellenistica.
La monumentalità dell’opera ed il reimpiego di blocchi provenienti da edifici più antichi, suggeriscono un’intenzionale volontà celebrativa. La tholos fu infatti riutilizzata nel tempo e più volte violata, testimoniando una lunga frequentazione dell’area ed una stratificazione di pratiche funerarie.
A parte gli studi moderni, svoltisi negli anni ’90, nel contesto del “Progetto Kime”, oggi, grazie agli interventi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, il monumento è stato messo in sicurezza e nuovamente indagato, restituendo dati preziosi sulla stratigrafia della necropoli e sulla sua evoluzione in età romana.
Questo eccezionale complesso rappresenta un punto di contatto tra forme architettoniche greche ed influenze italiche, e costituisce un unicum nel panorama funerario dell’Italia meridionale.
La variante in corso d’opera ed i suoi auspicati, incisivi, effetti, costituiranno ovviamente un ulteriore punto di partenza, per traguardi sempre più brillanti e di valore testimoniale, a livello nazionale e perché no anche internazionale.
Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it









