Micronesia è definita un’amplissima zona dell’Oceano Pacifico nella quale sono sparse centinaia di piccole isole (si parla di almeno 600), che costituiscono gli Stati Federati della Micronesia, appunto, che sono, andando da est verso ovest, Yap, Chuuk, Pohnpei e Kosrae.
Ebbene, lungo la costa orientale di una di queste, cioè di Pohnpei, si trovano i ruderi di una città, Nan Madol che ha lasciato perplessi i ricercatori che hanno avuto modo di esaminarli, soprattutto per la presenza di colonne della ragguardevole lunghezza di cinque metri e di pietre d’angolo del peso valutato anche più di 50 tonnellate.
Il nome Nan Madol non è legato alla città: infatti, significando “tra gli spazi”, si riferisce alla sua rete di canali artificiali, tanto che qualcuno ha voluto chiamarla la “Venezia del Pacifico”, mentre il nome con il quale quella città è nota è Sau Nalan, cioè “Scogliera del Paradiso”.
La città, eretta su una barriera corallina, soluzione unica al mondo, ha forma rettangolare (lunga 1.500 metri e larga 500 per circa 8 chilometri quadrati) posta all’interno di una laguna dell’estensione di circa 83 ettari. Essa è costituita da circa 130 costruzioni di cui quelle di più elevato livello erano destinate ai ricchi ed ai maggiorenti.
Gli isolotti che sopportano il peso di blocchi lapidei prismatici a colonna di basalto nero, rocce e coralli sono circa un centinaio, sono separati fra di loro da stretti canali e circondati da una diga esterna.
Questo complesso fu la capitale della dinastia Saudeleur fino al XVI secolo. Pare che quella dinastia, dopo aver invasa Pohnpei, sia stata odiata dal popolo sottomesso, sia per il suo carattere licenzioso, sia per le condizioni imposte rappresentate da gravosi tributi in alimenti e dall’obbligo dell’esecuzione di lavori pesanti, magari gratuiti. Insomma, la dinastia Saudeleur, che usava Nan Madol sia come sede dell’autorità politica sia quella economica e cerimoniale, si comportava in modo dispotico e prepotente. Il re, che era l’unico a comandare nel vero senso della parola, imponeva che i capi locali si trasferissero in città, al fine di tenerli strettamente sotto controllo, analizzando rigidamente le loro attività. Inoltre, affittava i terreni (quei pochi che erano coltivabili), a proprietari che li facevano fruttare, dando al governo una parte del raccolto di frutta e verdura, e aggiungendovi pure pesce. Ciò che era necessario proveniva dalla terraferma, insieme con l’acqua dolce inesistente negli isolotti.
Quella dinastia riuscì a durare oltre un millennio, ma non lasciò nulla che potesse dimostrare materialmente alle future generazioni ciò era stata capace di fare (niente, scritti, statue, prodotti artistici, insomma, nulla di nulla). Quello che resta è solamente quanto hanno tramandato i Pohnpeiani per via orale e, in particolare, che si trattò di una dinastia da un lato profondamente religiosa, dall’altro estremamente crudele e tirannica. E, per fortuna, alla fine i locali se ne sono liberati.
Si racconta che giunse a Nan Madol, dall’isola di Kosrae, lontana oltre 500 chilometri, il guerriero Isokelekel, che si mise a capo dei Pohnpeiani facendo crollare il dominio dei Saudeleur e introdusse il sistema di governo, definito Nahmwarki, che esiste tuttora. Ci sono addirittura 13 versioni di come Isokelekel si riuscito nel suo compito, alcune delle quali fanno riferimento all’aiuto fornito dal Dio del Tuono o alla comparsa di armi non si sa da dove: ma ciò che interessa fu che, finalmente, i Saudeleur avevano finito di fare il bello ed il cattivo tempo.
Come si è detto, il sito archeologico è formato da un centinaio di isolette (se si vuole, scogli o atolli) distribuito su un’area di circa 18 km2. Ma ciò che sorprende è il fatto che si tratta di strutture artificiali, posate sulla barriera corallina, collegate fra di loro da canali poco profondi ed altrettanto artificiali. Di tutte queste, la maggiore, che è ancora presente, è il Nan Dowas, con mura perimetrali alte 8 metri, entro le quali sono distribuite cripte sepolcrali. Il tutto è costituito da basalto, roccia vulcanica reperibile sulla costa di Pohnpei.
In merito alla distribuzione degli edifici, la città era divisa in due parti: in quella sudoccidentale si trovava la cosiddetta Città Bassa (Madol Paw), dove i palazzi erano adibiti al suo governo con i suoi funzionari ed i servizi erano amministrativi e domestici, e l’altra, nordorientale, era la Città Alta (Masol Powe) con le residenze sacerdotali, i templi e le sepolture. In quest’ultimo settore, il monumento più importante e meglio conservato è quello funerario detto Can Cawas. Le mura, di cui una parte non è mai stata finita, sono dotate di vari passaggi e, inoltre, si sono individuati pozzi profondi fino a 60 metri.
Le prime ricerche archeologiche sono dovute al tedesco Paul Hambruch, alla fine del XIX secolo, che nel 1910 tracciò una mappa, che è servita poi per la realizzazione di altre mappe più particolareggiate. Fra il 1914 e il 1945, furono gli archeologi giapponesi Hasebe, Yawata e Muranushia a interessarsi del sito, conducendo ricerche e scavi. Poi, i Giapponesi e gli Americani Saxe, Allenson, Loughridge, Ayres, Haun, Bath, Athens, Mauricio, Kataoka e Nagaoka hanno continuato i lavori, mentre Masao Hadley, Rufino Mauricio e Pensile Lawrence hanno provveduto a riscriverne la storia.
Secondo il parere dell’antropologo Hambruch e di alcuni archeologi, l’allineamento verso oriente degli isolotti è mantenuto rispettando l’orientamento cardinale. E gli studi di archeoastronomia dell’astrofisico César Esteban dell’Istituto di Astrofisica delle spagnole Isole Canarie (IAC) hanno portato alla conclusione che la città di Nan Madol è orientata rispetto ai punti cardinali e, per di più, che essa e altri importanti punti dell’area sono in allineamento con il sorgere di Orione.
Con l’analisi al radiocarbonio si è ritenuto che la costruzione del complesso di Nan Madol risalga al 1200 d.C., ma andando più a fondo nelle ricerche e nello studio dei ruderi, non è da escludere che già 1400 anni prima ci fosse la presenza umana.
Ciò che stupisce è il trovare laggiù imponenti siti archeologici come Nan Madol non troppo comuni in tutto il mondo; esso è paragonabile solamente a grandi strutture megalitiche quali le piramidi egiziane e dell’America Centrale, o quelle di Machu Picchu o, ancora, dei Moai dell’Isola di Pasqua.
Meraviglia è che un complesso architettonico come quello di cui si sta parlando sia di immensa importanza e non sia richiamato in uno straccio di documento che spieghi come il tutto sia stato portato a compimento. Certo, sarebbe molto interessante conoscere da dove provengono quei massi enormi e come e con quali mezzi siano stati là trasportati e posati e, ancora, perché la città fu fondata su quella scogliera: anche oggi, pur con i mezzi tecnologici avanzati a disposizione delle maestranze, il problema sarebbe di non facile soluzione. Basti pensare, per un momento, che le colonne che formano i muri alti 15 metri possono pesare fino a 50 tonnellate ciascuna (alcune arrivano a 90) e che non meno di 750.000 tonnellate di circa 400.000 pietre nere sono state impiegate per erigere la città, per rendersi conto di quale lavoro si sia trattato, senza quegli strumenti, quegli attrezzi e quelle macchine oggi disponibili che comunque avrebbero incontrate notevoli difficoltà; già, ma innanzitutto viene da chiedersi da dove provenissero quei lapidei: mistero nei misteri!
Per curiosità, si può riportare quanto accadde, nel 1995, durante le riprese di un documentario per Discovery Channel: si tentò di trasportare via acqua su zattere di bambù colonne di una tonnellata, contro le 50 e più di quelle della città, ma non riuscirono a cavare un ragno da un buco, in quanto miseramente affondarono: non c’è che dire, un vero fallimento.
Come ricordato più sopra, non esistono documentazioni di nessun tipo, ma ci si può chiedere cosa ne sanno o ne pensano i locali. Ebbene, per molti Pohnpeiani, senza tentare di andare a fondo sulla faccenda, credono ad una leggenda secondo la quale due santoni gemelli, Olisihpa e Olosohpa, di statura superiore alla media, provenendo da Katau giunsero su una nuvola e fondarono la città del santuario di Sounahleng (oggi Nan Madol). Costruirono un altare per il dio dell’agricoltura Nahnisohn Sahpaw, che fu adorato dai nobili Saudeleur. Indi, fondarono la città sfruttando la potenza della magia e di un drago sputa fuoco, sistemando i blocchi lapidei sfruttando la “levitazione” e aprendo canali di collegamento fra i vari isolotti. Stando al parere dei locali, le pietre si muovevano come “mani di fantasmi”. Quando il vecchio Olisihpa morì, Olosohpa fu il primo degli Saudeleur. Naturalmente, tutto questo non serve certamente a chiarire le modalità reali relative alla nascita della città.
Ma, tornando alla realtà, l’arcipelago per quasi tutto l’anno è soggetto a precipitazioni piovose e la temperatura è pressoché ferma sui 27-28°C. Ed è interessante notare come Nan Madol si trovi in un punto fra i meno aggrediti dalle forti tempeste tropicali, giacché, pur essendo un luogo nel quale nascono gli uragani, questi crescendo se ne allontanano, andando dove non ci sono possibilità di difesa. Insomma, un po’ un luogo di pace.
Per ciò che riguarda l’interessamento per Nan Madol, bisogna attendere i primi anni del XX secolo. Infatti, la prima documentazione cartacea si deve all’esploratore e antropologo tedesco Paul Humbruch: si tratta di una mappa, datata 1910, che servì di guida per le mappe successive, arricchite di particolari dovuti ad altri ricercatori, fra i quali si può citare l’antropologo dell’Università americana dell’Oregon, William S. Ayres.
Nel periodo fra le due guerre mondiali, furono i Giapponesi ad effettuare ricerche e scavi; poi, attorno agli anni ’70, ci furono interventi sia giapponesi sia americani per approfondire la conoscenza del sito. E durante i lavori, sono venuti alla luce elementi che hanno chiarite le funzioni dei vari isolotti, molti dei quali erano serviti per la vita di tutti i giorni, mentre tanti altri erano dedicati a riti religiosi e a sepolture. Per esempio, nell’isolotto di Usennamw si preparavano i cibi, in quello di Peinering si produceva olio di cocco ed in quello di Dapahu si costruivano canoe, ma si trovarono tanti altri luoghi dove erano gli elementi necessari per la vita di tutti i giorni e per i casi eccezionali; addirittura carceri per i casi di reati. Fra l’altro, ha suscitato un grande interesse il ritrovamento di recinti nell’isolotto di Pahseid, dove erano tenute le tartarughe destinate all’alimentazione di un’anguilla sacra.
Per quanto riguarda le attività dell’uomo nella zona, è parere condiviso che risalgano al I o al II secolo a.C., però la costruzione degli isolotti artificiali non è anteriore al XII o al XIII secolo.
Il settore funerario (Madol Powe) è formato da 58 isolati posti nella zona nordorientale della città e l’elemento più importante è la camera reale che si trova presso l’isolotto di Nandauwas, dove la parte centrale della tomba è circondata da mura alte 7 metri e mezzo. Poiché gli isolotti erano carenti di terreni fertili, gli approvvigionamenti dovevano provenire dalla terraferma, per cui era stato organizzato un servizio specifico a favore della comunità.
Comunque, per concludere questa lunga chiacchierata, si riportano le preoccupazioni del Patrimonio Mondiale in Pericolo, della cui Lista Nan Madol fa parte, per la minaccia dovuta all’insabbiamento delle vie d’acqua, accompagnato dall’abbondante crescita delle mangrovie, che mettono in difficoltà le capacità di sopravvivenza delle strutture edilizie ancora presenti.
La città è tenuta sotto controllo dal governo e la sua amministrazione è tenuta dall’Ufficio degli Archivi Nazionali, della Cultura e della Conservazione Storica (NACH), che si avvale dell’Ufficio per la Conservazione Storica degli Stati Federati di Micronesia (FSM).
Autore: Mario Zaniboni – mario.zaniboni2024@libero.it









