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CAMPI FLEGREI (Na). Una rubrica alla scoperta dei siti del Parco Archeologico.

“Attraversando il Parco archeologico dei Campi Flegrei”, è la nuova rubrica bisettimanale che porta alla scoperta di tutti i siti che il Parco gestisce e si prende cura.
Da Pozzuoli a Bacoli, da Quarto fino a Giugliano, si è portati a conoscere non solo i siti aperti al pubblico, ma anche quelli meno conosciuti e oggetto di lavori di restauro e conservazione.
Ecco -sotto i classici riflettori- la Tomba di Agrippina, un monumento che in realtà è un falso mito. Non si tratta infatti del sepolcro della madre di Nerone, uccisa su ordine del proprio figlio nel 59 d.C., ma di un teatro-ninfeo. L’errata interpretazione risale al Settecento, quando i viaggiatori del Grand Tour erano alla ricerca della tomba che, secondo Tacito, era un semplice tumulo sulla via di Miseno, non lontano dalla villa di Cesare. L’impianto originario di questa struttura, parte di una grandiosa villa marittima che si estendeva fino alla sommità della collina, era un odeion, un piccolo teatro di età augustea o giulio-claudia, di cui si conservano solo i segni delle gradinate. A cavallo tra il I e il II sec. d.C., fu trasformato in un ninfeo esedra. Del sito oggi sono visibili tre corridoi semicircolari, mentre di fronte all’attuale ingresso vi è una rampa di scale che conduce all’emiciclo mediano, con un prospetto esterno scandito da tre aperture intervallate da finestre e coperto da una volta rampante sulla quale si trovano i resti di una gradinata in opera reticolata. In alcune zone si conserva la parete interna decorata da semicolonne in laterizio, con fusto rivestito in stucco terminanti con capitelli in ordine corinzio, anch’essi rivestiti in stucco. Il monumento -spiega ancora il PaFleg- fu scavato e studiato nel 1941 dall’archeologo Amedeo Maiuri che liberò i ruderi in parte coperti dal terreno e dall’insabbiamento determinato dal bradisismo, individuando la vera origine strutturale del complesso. Da poco, sono terminati importanti lavori di recupero e, tra poco, sarà possibile finalmente garantirne una piena fruizione.
Altra meraviglia storica è la Necropoli di Via Celle, situata lungo l’omonima via a Pozzuoli. In antichità, poiché non si seppelliva in città, fu scelto questo tratto che corrispondeva all’incrocio extraurbano della Via consularis Puteolis-Capuam con la Via Puteolis-Neapolis. Sorse intorno al I sec. a.C. e le strutture erano ancora visibili nel ‘700, tanto da essere utilizzate per il ricovero del bestiame, le “celle” da cui origina il nome moderno della strada. Gli scavi archeologici partirono negli anni Trenta del secolo scorso e solo negli anni Sessanta si riuscì a mettere in luce l’intero complesso, di cui oggi sono visibili un gruppo di quattordici edifici funerari. All’interno troviamo, oltre ad aree destinate all’esecuzione dei riti connessi al culto dei morti, principalmente dei colombai, ovvero degli ambienti voltati a botte che ospitavano diverse nicchie, nelle quali venivano poste le olle con le ceneri dei defunti. Queste strutture erano sviluppate su più livelli per poter accogliere, nel tempo, più defunti appartenenti alla stessa famiglia o corporazione. Dal II sec. d.C. subentra il rito dell’inumazione e pertanto, all’intorno, vengono poste tombe formate da casse di pietra coperte da tegoloni a doppio spiovente (cappuccine). All’interno degli edifici, sono stati rivenuti parti del rivestimento pittorico parietale, con semplici elementi vegetali o geometrici a scandire lo spazio tra le nicchie. Dei vari edifici solo uno non è funzionale alla sepoltura: si tratta di un collegium funeraticium, un’associazione che aggregava membri di modesta condizione, al fine di garantirsi una sepoltura decorosa.
Intanto a Pozzuoli e nei Campi Flegrei in senso lato, la storia -aggiungiamo noi- grida come suol dirsi aiuto. Sono tanti, infatti, i tesori del passato, a cominciare dalla stessa Necropoli di Via Celle, abbandonati da anni a se stessi, tra erbacce, rifiuti, atti vandalici e predatori, tra l’indifferenza di (quasi) tutti. E, per giunta, occorre fare i dovuti conti con i danni strutturali causati, inevitabilmente, dal costante scuotimento sismico specie di questi ultimi anni, che ha visto collassare ambienti, resti di colonne e muri cosiddetti di protezione. Altro che luoghi che dovrebbero essere, invece, custoditi gelosamente come reliquie. Lo scrittore britannico Norman Lewis ha definito Pozzuoli (l’allora Puteoli), come il luogo in cui “nell’antichità tutti i Romani più ricchi, dissoluti e sanguinari costruirono le loro ville al mare, e l’ameno, incantevole paesaggio è intriso di oscure leggende”. Ed è proprio così.
Camminare a Pozzuoli è come catapultarsi sul set de “Il Gladiatore”: ogni angolo, ogni vicolo, è testimonianza di ciò che era in passato, simbolo della storia antica di quella città tanto amata dai Romani, anche se molti ignorano la grande quantità di questi siti più o meno nascosti e che, proprio per questo, vengono totalmente dimenticati.
Insomma, da parte del Ministero alla Cultura, delle Soprintendenze preposte, Regione e Comune, vanno stanziati (e spesi bene!) fondi opportuni e mirati, perché scavi, recupero, manutenzione, cura e tutela, valorizzazione, non si rivelino solo un tuffo nel passato, ma l’input decisivo e incisivo per una Cultura ed il suo patrimonio, aperti al territorio ed alla qualità sociale. Attrattori anche di un turismo non da toccata e fuga, ma volano di sviluppo sostenibile e inclusivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

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