Alla scoperta dei tesori storici d’Appennino: Rocca San Felice, il borgo medievale dell’Alta Irpinia tra archeologia, natura incontaminata e mistero.
Accanto ai borghi più noti, il pubblico cerca l’insolito, tra cui le leggende legate a piccoli centri medievali arroccati, perfetti da esplorare prima che il caldo dell’estate si faccia sentire e come. Rocca San Felice è esattamente questo: un incantevole borgo medievale incastonato nell’Alta Irpinia, a 750 metri sul livello del mare, che aspetta solo di essere scoperto da viaggiatori curiosi di autenticità. Questo piccolo gioiello di appena 843 abitanti, situato a soli 52 km da Avellino, racchiude in sé tutto il fascino dell’Irpinia più vera: un castello longobardo che domina la Valle d’Ansanto, una delle più suggestive peculiarità geologiche d’Europa, ed una tradizione gastronomica che celebra prodotti unici al mondo.
Se cerchi una destinazione fuori dai percorsi battuti, dove storia, natura e sapori si fondono in un’esperienza indimenticabile, Rocca San Felice è l’attrattore -s’intende uno dei tanti- che stai cercando. Il caratteristico sito affonda le sue radici nell’epoca preromana. Già nel VII secolo a.C., il territorio era sede del culto della dea Mefite, divinità legata alle esalazioni sulfuree della Valle d’Ansanto che Virgilio descrisse nell’Eneide come una delle “porte dell’inferno”.
Il borgo medievale vero e proprio nacque nel 848 d.C., come fortezza longobarda per delimitare i confini tra i Principati di Salerno e Benevento. La torre di pietra, mutilata dal tempo ma ancora imponente, veglia sull’abitato che si sviluppa lungo i fianchi dell’altura, garantendo un controllo strategico sul fiume Fredane. Ma ciò che rende Rocca San Felice davvero speciale, è come il trascorrere dei secoli non l’abbia stravolta. Il borgo è formato da case basse interamente costruite con pietra locale, disposte lungo vicoli stretti punteggiati da archi e scorci pittoreschi. Questo insieme architettonico si distingue come uno dei luoghi più suggestivi della Campania, con la sua Rocca del Castello che domina il paesaggio fino alla Valle d’Ansanto.
Gli abitanti, chiamati rocchesi, portano avanti con orgoglio la loro identità e le loro tradizioni, rendendo il borgo un concentrato di fascino autentico, con la comunità locale che vive con passione e dedizione il proprio territorio, il cui simbolo è appunto il Castello Longobardo.
Oggi di tale scrigno rimane il torrione principale (il Donjon), le torrette di avvistamento, una cisterna ed una delle porte di accesso. Citato per la prima volta nel 1150 come possedimento di Ruggiero di Castelvetere, nel 1236 vi fu imprigionato il figlio dell’imperatore Federico II.
Dal 1440 ne furono signori le famiglie Saraceno, Caracciolo e Reale. Il castello offre una vista panoramica spettacolare sulla Valle d’Ansanto e rappresenta un testimone di un passato turbolento e glorioso.
Secondo la leggenda popolare, nelle notti di luna piena il fantasma di Margherita d’Austria, giovane sposa di Enrico VII di Svevia, si aggira ancora tra i ruderi della fortezza in cerca del suo Enrico. Poco distante dal borgo, nella suggestiva Valle su menzionata, si trova uno dei luoghi più misteriosi ed unici d’Europa: la Mefite, sito naturalistico che presenta un laghetto di origine solfurea con emissioni continue di anidride carbonica mista ad acido solfidrico, che creano un paesaggio “lunare”, dove la vegetazione scompare. Le esalazioni gassose producono il ribollire permanente delle acque in una zona non vulcanica, fenomeno senza eguali al mondo. La Mefite espelle 900 tonnellate al giorno di gas, rendendola il luogo non vulcanico con le più alte emissioni al mondo. Virgilio lo descrisse come uno degli accessi agli Inferi, simile al Lago d’Averno dei Campi Flegrei. Esso è stato inserito nella lista dei Luoghi del Cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano).
Edificata nell’XI secolo, la chiesa madre di Santa Maria Maggiore domina il borgo con il suo imponente campanile. Rasa al suolo dal terremoto del 1980, completamente ricostruita e riaperta nel 1991, custodisce un pregevole Crocifisso ligneo del Settecento e statue lignee di San Felice patrono, della Madonna di Costantinopoli, di San Giuseppe, San Vito, San Vincenzo e San Francesco di Paola. Per raggiungerla si percorrono le rippe, una serie di scalinate delimitate da muri di pietra che salgono verso la sommità della collina.
Ancor più antico della chiesa madre, il Santuario di Santa Felicita fu costruito nel IV secolo da San Felice di Nola, nel luogo dove si praticava il culto pagano di Mefite. Distrutto dai terremoti del 1688 e 1694, l’edificio sacro venne ricostruito alla fine del Seicento e nuovamente nel 1928, dopo i danni della Prima Guerra Mondiale.
Nelle vicinanze della chiesa madre, si trova il Museo civico dedicato a don Nicola Gambino, con reperti archeologici di recente ritrovamento, inclusi anfore, terrecotte e l’altare della dea Mefite, che ha suscitato paura e reverenza fin dall’antichità. La dea Mefite, etimologicamente “colei che sta in mezzo”, era inizialmente una divinità pacifica che presiedeva ai passaggi geografici e simbolici. Col tempo si trasformò in uno spirito malefico, alimentando leggende che per secoli nutrirono la fantasia popolare e divenendo, nell’immaginario collettivo, il passaggio dalla terra agli Inferi. Gli antichi, infatti, collocavano qui uno degli accessi agli inferi, ed il santuario era noto ancora al tempo dei romani. Con l’avvento del Cristianesimo, questo culto fu soppiantato da quello di Santa Felicità.
Tanti, dunque, i tesori del passato che si distinguono in simbiosi con le meraviglie di una natura sana, genuina, che consente anzitutto di respirare aria pulita. E di sentirti parte di una comunità che vive con orgoglio le proprie radici, lasciando che l’Alta Irpinia ti racconti la sua storia. Un viaggio da sogni da scoprire, che inizia proprio qui.
Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it









