Nell’autunno del 49 a.C., Cesare, dopo aver dichiarato guerra al suo più grande avversario, Pompeo, attraversò l’Adriatico accompagnato da sette legioni.
Orico. Lo porto con me in ogni suo dettaglio. Lo conservo ancora vivo e sensibile nella mia memoria. La laguna, che si stringe come una mano calda della natura. Le trote intrappolate nelle reti. I mattini che si risvegliano come esplosioni di luce. I venti che arrivano e si raccolgono lì, nella laguna. Chi li ha visti, chi li ha sentiti, conosce la loro forza improvvisa.
Il golfo, celebrato fin dall’antichità, è ancora lì. E con esso un ricordo intatto che richiama il passato.
Pashaliman, oggi, è una base navale. Lo è stato, in forme diverse, fin dai tempi antichi. E tuttavia, nella mia memoria, quel luogo rimane sempre presente, soprattutto negli anni in cui ho lavorato come direttore del parco archeologico situato all’interno della base militare.
Credo che lì vi fossero i quattro motosiluranti che emergevano dall’oscurità. E i celebri sottomarini, che aprivano la loro rotta nelle profondità del mare. Le dragamine, custodi di una storia ormai perduta. In quegli anni della Guerra Fredda, tutto sembrava assumere un significato diverso. Gli hangar, la scuola di addestramento, la mensa, le camerate, il campo di calcio. Gli anni Sessanta. Il tempo della Guerra Fredda. Là dove un tempo accadde tutto questo, l’antica città di Orico continuava a custodire, sotto la propria ombra, tutti quei ricordi carichi di emozione.
Ancora oggi quel luogo conserva un’atmosfera particolare, una sorta di malinconia che riempie ogni spazio. Le mattine si risvegliano come allora, con la stessa luce che potrebbe essersi posata sulle antiche pietre di Orico.
I venti arrivano e si raccolgono nella laguna, e soffiano con grande forza. Ricordo che un giorno lo scirocco quasi spinse via la mia automobile, con tutta la sua impetuosità proveniente dal Passo di Llogara.
Mi sembrava che portasse con sé il respiro di un mondo scomparso.
Chi li ha davvero sentiti? Eppure so che sono soltanto venti, semplici correnti d’aria che scendono dai versanti, come se si fosse squarciato il “sacco dei venti”. Sono correnti potenti che non riusciamo a interpretare fino in fondo: i venti del Mediterraneo.
Si racconta che, un tempo, durante un inverno rigido, quando gli anni scorrevano e il secolo era ancora prima di Cristo, le navi si avvicinarono alle porte della città. Era Cesare.
I suoi soldati si lanciarono all’assalto. Non si sa con certezza se le porte furono aperte o abbattute. La tradizione racconta che si aprirono. Moikom Zeqo scrive invece che le porte della città caddero al suono delle trombe. Lo affermava in senso letterale o si trattava di una metafora? I racconti cambiano. Ma una cosa rimane costante. Si narra che alcuni soldati annegarono e non fecero mai ritorno. La laguna li accolse nel proprio grembo. L’acqua li coprì e li custodì come in un archivio oscuro dove il tempo non passa. I corpi, i nomi, le battaglie: tutto scomparve in quella profondità dove non giungono né la luce né l’oblio. Eppure si dice che non vi fu alcuna battaglia. E tuttavia qualcosa rimase. Ancora oggi, poco oltre, esiste il toponimo “La tomba del soldato di Cesare”.
In primavera, quando la terra si risveglia e la vita rifiorisce, la laguna non fiorisce come gli altri luoghi. Essa si arrossa. Le piante palustri assumono un colore che non è semplicemente verde, ma si mescola ad un rosso scuro, custodendo nel loro interno un ricordo antico. È un rosso che sfugge allo sguardo, come una traccia che emerge dalle profondità per ricordare ciò che è rimasto nascosto. Eppure vi è qualcosa in quel colore che non permette di credere troppo facilmente alle apparenze. Si dice che la laguna non dimentichi. Che custodisca in sé non soltanto acqua. E che ogni primavera, per un breve istante, riporti questa memoria alla superficie sotto forma di storia e di colore. Un rosso che non appartiene soltanto a lei. Un rosso che potrebbe essere il sangue del tempo.
Orico, nel Golfo di Valona, è oggi un piccolo centro, ma conserva un porto di origine antica. Tra i numerosi tesori archeologici dell’Albania, il porto antico di Orico occupa senza dubbio un posto privilegiato. Questa città fu teatro di uno degli episodi decisivi nell’ascesa di Julius Caesar al potere assoluto. Tuttavia, durante la seconda metà del XX secolo, il regime comunista albanese impedì ad archeologi e storici di accedere a questo sito unico. Solo nel 2008 gli archeologi poterono avviare le prime campagne di scavo sistematiche.
Tra i molti tesori archeologici dell’Albania, il porto antico di Orico è certamente uno dei più affascinanti. Questa città a lungo dimenticata ebbe un ruolo cruciale nella conquista del potere da parte di Cesare. Per gran parte del Novecento, però, il regime comunista isolò l’Albania dal resto del mondo, rendendo il sito inaccessibile agli studiosi.
“Alea iacta est”, la celebre espressione pronunciata da Cesare nel 49 a.C. mentre attraversava il Rubicone con il suo esercito, segnò l’inizio della guerra civile contro il suo più grande avversario, Pompeo. “Il dado è tratto.”
Pompeo si ritirò precipitosamente con i senatori a lui fedeli sull’altra sponda dell’Adriatico, convinto di essersi messo al sicuro dal suo aggressivo rivale. O almeno così credeva. Cesare non era diventato comandante di un esercito tanto potente per caso. Con una nuova dimostrazione di straordinaria strategia, decise di attraversare lo stretto d’Otranto durante una tempestosa notte d’autunno, servendosi di navi mercantili.
Questo gesto, apparentemente temerario, si rivelò vincente. Le sue truppe scelte sbarcarono inosservate nella tranquilla insenatura di Palasë, ai piedi dei monti di Llogara, non lontano da Orico, uno dei punti più strategici dell’area controllata da Pompeo.
Le sentinelle, colte di sorpresa, si aspettavano una minaccia proveniente dal mare e non immaginavano che un attacco via terra fosse ormai imminente. Attraversare il Mare Adriatico durante una notte di tempesta nel 49 a.C. comportava rischi enormi. Eppure Cesare decise di affrontare quel pericolo, consapevole che il successo della sua impresa dipendeva proprio dall’audacia della sua decisione.
Orico si trova nel punto d’incontro tra il Mar Adriatico e il Mar Ionio. Fu teatro di uno degli episodi più significativi della carriera militare di Julius Caesar, all’inizio della grande guerra civile romana. Un conflitto sanguinoso che vide contrapposti due straordinari strateghi, impegnati in una lotta per il potere supremo.
Raggiungere e conquistare questa posizione era estremamente rischioso. La vicenda di Cesare avrebbe potuto concludersi improvvisamente in mare, travolta dalla tempesta. Osservare oggi l’antica Orico significa sfogliare le pagine della Storia, pagine che per lungo tempo sono rimaste sorprendentemente incomplete.
Negli anni Sessanta ebbe luogo una spedizione archeologica congiunta russo-albanese. Gli scavi furono avviati e portarono alla luce i primi reperti. Tuttavia, l’ordine di chiudere la base militare e la successiva rottura politica tra Albania e Unione Sovietica interruppero bruscamente il progetto. Solo in tempi recenti gli archeologi hanno cercato di colmare queste lacune.
Orico fa oggi parte dell’Albania moderna, un Paese che per gran parte del XX secolo rimase isolato dal resto del mondo. All’inizio degli anni Duemila, ad un’équipe di archeologi albanesi e svizzeri fu finalmente concesso l’accesso a questo straordinario sito, fino ad allora scarsamente documentato.
«Oricum» in latino, o «Orikos» in greco, era già noto come città portuale molto prima della conquista romana. Le prime menzioni, redatte in lingua greca, lo identificano chiaramente come un porto. In seguito, i Romani utilizzarono la città come punto di sbarco per le loro truppe, trasformandola in un collegamento strategico tra l’Italia e l’intera regione balcanica. Piccola ma di grande importanza strategica, la città compare occasionalmente nelle fonti antiche, spesso senza descrizioni dettagliate. Gli autori dell’epoca si limitano a brevi riferimenti. Tutto cambiò con l’arrivo di Julius Caesar nel 49 a.C. Nei suoi Commentarii de Bello Civili, il celebre generale descrisse il porto ed il paesaggio circostante con notevole precisione.
«Orico è il primo porto conquistato da Cesare durante l’inseguimento di Pompeo. «In città si combatté uno scontro, e la descrizione di Cesare contiene dettagli topografici estremamente accurati. In modo sorprendente, essi corrispondono ancora al paesaggio attuale. Questo ci porta a ritenere che, negli ultimi duemila anni, il contesto topografico abbia subito pochissime trasformazioni, poiché il mare termina ancora pressappoco nello stesso punto.»
Nel libro III del De Bello Civili, Cesare descrive in questi termini uno degli episodi avvenuti a Orico:
«Gneo, figlio di Pompeo, che comandava la flotta egiziana, ricevute queste notizie, giunse a Orico. Respinti i nostri uomini, stremati dalla fatica e sopraffatti dalla moltitudine dei dardi, catturò una nave, benché coloro che vi erano saliti per difenderla riuscissero a salvarsi su piccole imbarcazioni. Allo stesso tempo occupò un promontorio naturale sul lato opposto della città, quasi un’isola. Trasportò quindi le sue truppe all’interno del porto e attaccò da entrambe le parti le navi da guerra ancorate presso la riva, catturandone quattro e incendiando le altre.» Nonostante questo episodio sfavorevole, Cesare vinse infine la guerra contro Pompeo e assunse il titolo di imperator, termine che all’epoca indicava un comandante supremo e che, nel suo caso, si avvicina più al concetto di dittatore che a quello moderno di imperatore. L’intera guerra civile è stata studiata e documentata in modo approfondito dagli storici, che hanno analizzato ogni dettaglio della campagna. Rimane tuttavia una parte ancora enigmatica di questa vicenda: Orico.
Dopo molti anni di studio, il monumento tradizionalmente identificato come “Teatro” ha rivelato la sua reale funzione. È stata inoltre scoperta una porta nelle mura di fortificazione, confermando ulteriormente che Orico era un porto di notevole importanza strategica, tanto da essere protetto da una poderosa cinta muraria. Sulla base dei resti rinvenuti sul terreno, gli studiosi hanno potuto ricostruire le dimensioni di un edificio a pianta quadrata situato più in alto sul pendio. Successivamente sono emersi i resti di una costruzione quadrangolare di grandi proporzioni. I pavimenti, realizzati con elementi in terracotta lavorati artigianalmente, testimoniano l’accuratezza e l’elevata qualità del lavoro degli artigiani locali. Tra i materiali rinvenuti figuravano numerosi frammenti di argilla cotta.
È probabile che gli abitanti di Orico utilizzassero questo edificio come struttura destinata alla produzione di tessuti e di vele per la navigazione.
In quell’epoca erano necessarie numerose imbarcazioni per trasportare i pregiati blocchi di pietra calcarea bianca estratti dalle cave della vicina penisola di Karaburun. Nel 2016, durante uno studio dedicato a queste cave, una fondazione di ricerca esaminò anche la laguna, dove furono individuate centinaia di strutture sospette. Tutti questi resti presentano un aspetto particolarmente interessante: si trovano sotto la superficie dell’acqua, a poche decine di metri dall’antica città. È giunto il momento di studiare ciò che potrebbe rappresentare le tracce superstiti dell’antico porto di Orico.
L’Albania moderna custodisce numerosi tesori archeologici ancora poco conosciuti. Uno dei più significativi è proprio il porto antico di Orico. Questa città fu teatro di uno degli episodi decisivi nell’ascesa al potere assoluto di Julius Caesar, una delle figure più affascinanti della storia. Straordinario stratega, Cesare conquistò non solo la Gallia, ma gran parte del mondo mediterraneo in pochi anni, prima di essere tradito e assassinato.
Nel corso della sua vita tumultuosa, uno degli episodi chiave della sua ascesa rimane ancora poco noto al grande pubblico. Si svolse nel 49 a.C. ed alcuni storici lo considerano una delle operazioni militari più audaci della sua carriera.
Dopo la sottomissione della Gallia nel 50 a.C., Roma iniziò a percepire il crescente potere di Cesare come una minaccia. Il Senato gli ordinò, secondo la consuetudine, di sciogliere il suo esercito. Cesare rifiutò e guidò le sue truppe oltre il Rubicone, nell’Italia settentrionale: ebbe così inizio la guerra civile. La maggior parte dei senatori scelse di fuggire sotto la protezione di Pompeo. In pochi giorni essi trovarono rifugio sull’altra sponda dell’Adriatico, nella regione allora nota come Epiro, controllata dalle forze pompeiane.
Giunto al porto di Brindisi, Cesare comprese che lo scontro decisivo si sarebbe combattuto oltre l’Adriatico. Per avere successo, doveva penetrare in territorio nemico.
Nell’autunno del 49 a.C., stagione nota per le violente tempeste marine, attraversò l’Adriatico accompagnato da sette legioni. Poco prima dell’alba, dodici navi riuscirono a raggiungere la costa senza essere avvistate.
Dopo lo sbarco su una piccola spiaggia dominata dai monti di Llogara, l’esercito attraversò un passo situato a circa 1.000 metri sul livello del mare, per poi discendere verso la città portuale di Orico.
Le truppe di Pompeo, convinte che l’attacco sarebbe giunto dal mare, furono colte di sorpresa ed affrontarono Cesare in una serie di scontri terrestri e navali.
Dopo un anno di combattimenti, Cesare sconfisse definitivamente il suo avversario nella battaglia di Pharsalus, in Macedonia.
Molti luoghi di questo straordinario itinerario, descritti dallo stesso Cesare nei Commentarii de Bello Civili, sono ancora oggi riconoscibili: Brindisi, importante porto della Puglia; la spiaggia dello sbarco in Epiro; il percorso attraverso il valico montano; e soprattutto Orico, con il suo porto antico, apparentemente sospeso nel tempo.
Pochissimi studiosi hanno avuto l’opportunità di seguire le tracce di questa impresa e di indagare il sito eccezionale di Orico. La spiegazione è semplice: gran parte dell’antico Epiro appartiene all’odierna Albania. Questo piccolo Paese balcanico rimase isolato dal resto del mondo per gran parte del XX secolo. Paradossalmente, proprio tale isolamento contribuì alla conservazione di uno dei patrimoni archeologici più importanti del Mediterraneo. Sulla terraferma e sotto la superficie dell’acqua, un tesoro straordinario, vecchio di oltre duemila anni, attende ancora di essere pienamente scoperto e studiato.
L’antico porto di Orico è stato localizzato all’interno della laguna, lunga circa 2,2 km e larga 1,2 km. Le indagini archeologiche indicano la presenza di una banchina per l’attracco delle imbarcazioni che, in base alla larghezza della laguna in questo punto, doveva raggiungere una lunghezza di circa 200 metri.
Nel 2007, in questa zona della laguna, sono stati rinvenuti numerosi reperti archeologici. Tra questi figurano un frammento triangolare in terracotta (18 × 19 × 8 cm), databile al II secolo a.C.; quattro pesi da telaio in ceramica (9 × 5 cm), scoperti presso la scalinata con svolta ed attribuiti ai secoli IV–III a.C.; un frammento di tubazione in ceramica ad arco (16 × 15 cm), rinvenuto presso l’altare; un’ansa orizzontale di vaso, anch’essa arcuata, proveniente dal Pozzo n. 2; un’ansa verticale (16 × 6 cm), trovata nei pressi del teatro; un fondo di anfora con tracce di conchiglie ed ingubbiatura color ocra, recuperato nella laguna; una tegola del tipo kalypter con apertura circolare centrale (15 × 7 cm), rinvenuta presso il Pozzo n. 1; quattro coperchi circolari di anfore, uno dei quali frammentario (diametro 9–10 cm); e un collo di anfora con marchio impresso, di tipica colorazione ocra (17 × 15 cm), anch’esso recuperato nella laguna.
Secondo il Prof. Dr. Neritan Ceka, nell’antichità esisteva in questa regione una significativa concentrazione di centri urbani, tra i quali Orico appare come il più antico, fondato tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C.
La storia di Orico è strettamente connessa a quella di Apollonia, in particolare per il ruolo svolto nell’approvvigionamento di materiale lapideo. Le cave situate nei dintorni di Orico, soprattutto quelle di Gramà e della penisola di Karaburun, fornirono fin dall’età arcaica la pietra utilizzata per la costruzione dei più antichi monumenti di Apollonia: un probabile tempio di Apollo, l’altare arcaico del VI secolo a.C. e le prime colonne del V secolo a.C., comprese quelle del tempio di Shtyllas. Il trasporto di questi materiali, destinati non solo ad Apollonia ma anche a Durrës (l’antica Dyrrachium), avveniva principalmente attraverso il porto di Orico.
La laguna di Valto conserva ancora oggi le tracce di questa intensa attività. Il porto di Orico rivestiva una grande importanza economica ed era protetto da una possente cinta muraria. Tra le strutture monumentali spicca il grande altare, documentato negli scavi del 1958 e conservato nello stato attuale. Un altare minore, descritto da Luigi Maria Ugolini, è oggi conservato nel Museo di Valona. Esso fungeva da podio per le cerimonie religiose e presenta analogie con l’altare di Apollo rinvenuto tra le rovine di Pompei, databile al I secolo a.C.
A ovest del teatro si trova il basamento dell’altare, con elementi della cornice inferiore decorati da incisioni lineari. Mancano le parti superiori, probabilmente destinate alle processioni rituali. La struttura, databile al IV secolo a.C., presenta elementi larghi circa 2,5 metri e disposti a distanze regolari.
Autore: Gezim Llojdia – llojdia@yahoo.com









