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ZAGABRIA (Croazia). Il mistero del “Liber Linteus”.

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Liber linteus Zagrabiensis: un manoscritto etrusco per avvolgere una mummia egizia…
Quando verso la metà dell’Ottocento il collezionista croato Mihail de Baric riportò in patria dall’Egitto alcuni oggetti antichi tra cui una mummia, non poteva di certo immaginare che sopra le bende del reperto vi fosse un testo etrusco: il cosiddetto Liber linteus Zagrabiensis.
Si tratta del più lungo testo etrusco conosciuto fino a questo momento, nonché l’unico di carattere librario.
La storia a noi nota della mummia e delle sue bende inizia tra 1848/49 quando furono acquistate in Egitto dal nobile Baric, scrittore della Regia Cancelleria Ungherese. Quest’ultimo tornato dal viaggio, conservò la mummia, ancora avvolta dalle bende, insieme al resto della sua collezione, in una delle sue case al centro della città di Vienna, al n. 728 di Am alten Fleisch markt. La mummia era esposta stante (eretta) e fissata a una spranga di ferro, in una vetrina verticale addobbata da tendaggi.
linteusUna nipote di Baric, Th. Jellinek, raccontò nel 1891 a Jacob Krall, primo editore del testo sulle bende, d’aver visto il volto infantile della mummia: ciò testimonia che da un certo momento Baric avesse iniziato a liberarla dalle bende; operazione che completò sicuramente prima di morire, in quanto nel 1859 la mummia e le bende erano custodite in due teche distinte.
Alla morte di Baric, erede universale ne fu la nipote, ed esecutore testamentario il fratello Ilija, subarcidiacono di Golubinci (un paese della diocesi di Djacovo).
Come si apprende da un documento redatto da Ilija Baric, datato 14 dicembre 1861, le volontà del fratello Mihail erano quelle di cedere il reperto all’Accademia Jugoslavia (allora non formalmente istituita) oppure, se questa sede si fosse dimostrata inadeguata, il destinatario alternativo sarebbe stato il Museo Nazionale di Zagabria.
Fu proprio quest’ultimo ad accogliere i reperti, che fino all’estate del 1862 si trovavano ancora nell’appartamento di Vienna del defunto Mihail; essi furono trasportati a Zagabria all’interno di alcune casse, per mezzo della ferrovia.
Al Museo Nazionale ospitato nel Palazzo Draškovic, gli oggetti furono presi in consegna dal curatore Mjtiar Sabljar, colui che redasse un inventario manoscritto del museo fra 1862 e 1865, e proprio al n.1. della collezione di antichità egizie si legge la scheda:
linteus“Dono: del signor Ilija Baric Vice-arcidiacono della diocesi di Djakovo, a Golabinci.
Luogo del ritrovamento: portata dall’Egitto da Mihail Baric, scrittore della Regia Cancelleria di Corte ungherese e, dopo la sua morte lasciata al fratello Ilija.
Descrizione: 1) Mummia femminile ignuda, stante, agganciata ad un asta di ferro, su di un basamento di legno levigato, con i capelli rossicci, tracce di doratura su fronte e spalle, entro una vetrina nera levigata con vetro sui quattro lati, e all’interno di un tendaggio di seta di color grigio-cenere, sportelli guarniti, due serrature con chiavi, delle quali la superiore blocca la corda, con le quali viene sollevata la tenda.
2) Altra vetrina, posta su piedistallo sollevato, nero levigato, con porte di vetro, guarnizioni, serratura e chiave. In essa si trovano le interiora e le bende della suddetta mummia e frammenti di documenti scritti su papiro. Anche la maggior parte delle bende reca iscrizioni e geroglifici.”
L’individuazione di “iscrizioni e geroglifici” sulle bende era il primo passo verso il riconoscimento di quello che ancora oggi è il più importante documento in lingua etrusca pervenutoci.
Il curatore Sabljar fu l’ultima persona perfettamente informata sulla più recente “storia” della mummia e delle bende di cui, alla sua morte avvenuta nel 1865, restò solamente la descrizione su riportata e l’etichetta scritta a mano posta sulla vetrina della mummia stessa. Il suo successore, l’abate Sime Liubic che fu curatore del Museo di Zagabria dal 1869 e direttore dal 1871 al 1892, fu il primo vero archeologo ad avere l’incarico: egli invitò l’egittologo Heinrich Brugsch a Zagabria per studiare le bende, ma tuttavia non riuscì ad identificarne la lingua, pur notandone la grande novità. Nel 1891 le bende furono inviate a Vienna presso la Biblioteca dell’Università, qui le studiò l’egittologo prof.Jacob Krall, che riconobbe che si trattava di un testo appartenente alla lingua etrusca, inoltre individuò che il reperto era formato da undici frammenti di cinque bende maggiori.
In origine era un rotolo lungo 340 cm e alto 40 cm contenente un testo etrusco scritto da destra verso sinistra con lettere dipinte in rosso e nero su almeno 12 colonne verticali, con un totale di oltre 230 righe e circa 1200 parole. Tale rotolo veniva ripiegato “a fisarmonica” seguendo le linee verticali dei riquadri che funzionavano quindi come le pagine di un libro.
Fu portato in Egitto probabilmente da qualche emigrato dall’Etruria, successivamente fu tagliato in strisce orizzontali per essere utilizzato per avvolgere la mummia.
Il testo è senza dubbio un’esempio vivo e concreto di quella normativa religiosa che doveva contenersi nei famosi Libri Rituales, uno dei tre grandi settori della letteratura sacra etrusca, che sappiamo dalle fonti classiche esistente e copiosa in Etruria. Si tratta infatti di un calendario rituale che specifica le cerimonie da compiere durante i mesi e giorni prestabiliti in onore di varie divinità, tra cui Nettuno.
Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell’area tra Perugia, Cortona e il lago Trasimeno, mentre la tipologia della scrittura ha portato gli studiosi a datare il testo al II sec. a.C.
La mummia di età tardo-tolemaica era anche accompagnata, come parte del corredo funerario della donna, da un papiro con un testo di diversi capitoli del Libro dei Morti. Il papiro, scritto in ieratico, fu danneggiato, ma nonostante ciò dalle sezioni leggibili si decifrò che il nome della donna mummificata era Nesi-hensu e che era la moglie di Paher-hensu, un “sarto divino” di Tebe.
Nel 1998 il dott. Nazzareno Gabrielli dell’Istituto di ricerca scientifica dei Musei Vaticani intraprese un complicato restauro, preservando il corpo della mummia da un ulteriore decadimento.
La mummia ancora oggi fa parte del Museo Archeologico Nazionale di Zagabria, dal quale prende il nome con cui è più comunemente conosciuta: Mummia di Zagabria.

Autore: Fabio Rossi

Fonte: facebook.com – Gruppo Italiano Amici degli Etruschi

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