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Vittorio DI CESARE: La caduta delle civiltà. Argomentazioni e prove di un impatto meteoritico sul mondo antico.

Una celebre frase di Kant, sopravvissuta ai tempi, recita così: “Due cose sono degne di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Il filosofo tedesco coglieva con questa sintetica affermazione i due poli di quell’immensità ancor oggi sconosciuta propria degli abissi del cuore umano e dello spazio illimitato che ci sovrasta tutti e che sonde e satelliti non finiranno mai di percorrere ed indagare. Trascorso da poco il mese di agosto ed il tempo delle stelle cadenti, appuntamento abituale delle notti estive di adolescenti ed adulti, il libro “La caduta delle civiltà” dell’archeologo Vittorio Di Cesare, edito nel giugno 2003, rivela nuovamente la sua imperante cogenza.

Lo scrittore congiunge il destino dei cieli a quello della Terra, la mitologia e la storia, il divino e l’umano; vaglia documenti; esamina testi; presta attenzione alle parole di uomini che furono e, analizzando criticamente le fonti e i reperti, propone una sua interessante teoria sulla fine di numerose civiltà del bacino del Mediterraneo e sulle trasmigrazioni di popoli nell’età del Bronzo e non solo, delineando un quadro organico di una storia sommersa, scritta su sassi, rocce e antichi papiri invece che sui canonici libri scolastici, una storia che si rivela al tempo stesso entusiasmante e inquietante.

“La caduta delle civiltà” è un puzzle prezioso di notizie che trovano ordine e sistemazione logica alla luce della fervente convinzione dell’autore di poter provare la conoscenza dei disastri apportati da impatti meteoritici nelle civiltà del passato.

Nell’antico Egitto la leggenda di Ra che trasforma Hator in una leonessa (le meteore sono associate alla costellazione del Leone) per aizzarla contro gli uomini; la dea Sekhmet che rappresenta la forza mobile della divinità solare, “colei che semina lo smeraldo”; la stessa costruzione delle piramidi orientate verso le stelle e culminanti con il benbenet, di forma molto simile ai proiettili cosmici; il racconto delle sette piaghe che flagellarono la terra dei Faraoni, tutto lascia pensare ad una catastrofe di natura cosmica che ha tramandato memoria di sé nei miti, nella storia e nelle costruzioni dell’epoca.

In età coeva, attorno al 2300 a.C. il fenomeno delle “acque rosse” che interessò il Nilo, si verificò anche in Mesopotamia asfissiando i letti prolifici del Tigri e dell’Eufrate, portando morte, malattia e siccità, e dando vita all’epopea di Gilgamesh e del Toro celeste in ambito sumerico: la dea Ishtar, respinta dall’eroe, si rivolse al padre, il dio Anu, per ottenere vendetta e questi scatenò sugli uomini il terribile “Toro celeste” che sbuffò per tre volte fino a scavare una buca in cui caddero molti abitanti di Uruk.

Anche nell’immaginario cananeo e babilonese esistono le divinità definite dall’autore con l’epiteto “di fuoco”, rispettivamente Baal (legato alle forze naturali) e Adad (“dio della tempesta, degli uragani e di tutti i fenomeni meteorologici più grandiosi e terrificanti”), assimilate da Di Cesare, per le effettive congruenze, alla Sekhmet egizia.

A Gerico, la più antica città del mondo, fondata nel Mesolitico, nell’8000 a.C., fortificata 4000 anni dopo, sono stati ritrovati i segni di un incendio risalente al 2300 a.C. che rase al suolo la cinta muraria costruita 500 anni prima.

Nel 1996 Harris e Beradow affermavano di aver trovato i resti delle città bibliche di Sodoma e Gomorra: nel 2300 a.C. un terremoto di oltre sei gradi della scala Richter le sprofondò nel terreno come risucchiate dalle sabbie mobili tra tuoni e un fragore rimbombante. La data del 2300 nel crollo o nel tracollo di antiche civiltà è ricorrente e tutto lascia pensare che a quest’epoca si ebbe l’impatto di un corpo celeste che in pochissimo tempo segnò un uguale destino per le civiltà mediorientali. La conclusione cui Di Cesare giunge sembrerebbe confermata dalle immagini satellitari che mostrano un immenso cratere nel bacino tra il Tigri e l’Eufrate risalente a più di 4000 anni fa.

Abbandonando l’area mediorientale per spaziare in altre civiltà lo scrittore si sofferma a rilevare come gli annali cinesi registrino in diversi periodi storici piogge meteoritiche e rileva la fervente credenza dei “Quattro Soli” nell’America centrale, un mito Maya secondo il quale il mondo sarebbe stato distrutto per ben quattro volte dagli dei.

Interessante e suggestiva è la teoria dell’Omero baltico, ripresa dai testi di Plutarco, a cui l’archeologo si rifà, avvalendosi delle scoperte di Felice Vinci, per rintracciare testimonianze di un cambiamento climatico che avrebbe spinto gli antichi abitanti delle aree scandinave, con le loro saghe, tra cui quella omerica, verso i litorali greci, migrazione di cui si perse memoria ma che reca impronta di sé nei nomi delle epopee di Odisseo e dei Troiani. Sono molte le località nordiche assimilabili ai luoghi della Troade per morfologia e toponomastica, tanti gli eroi e gli dei greci che trovano corrispondenza nei nomi scandinavi: Enea ha il suo corrispettivo nella terra dell’Aeningia (Finlandia); la divinità nordica Freya è assimilabile per nome e peculiarità all’Afrodite del pantheon greco.

Il mito nordico del Ragnarok, il terribile crepuscolo degli dei, che descrive un repentino tracollo della temperatura accompagnato dallo spaventoso manifestarsi di fenomeni atmosferici, secondo la penna dello scrittore, è stato, con grande probabilità l’evento che ha spinto gli Achei ad abbandonare i mari del Nord per le acque più miti del Mediterraneo.

L’ultima testimonianza che la storia tramanda e che Di Cesare raccoglie di un culto legato ai meteoriti nel mondo antico è connesso all’ambito romano e alla dea Cibele, la Magna Mater, culto straniero e dalle arcaiche origini, che prevede la venerazione di una misteriosa pietra nera, importato a Roma durante la seconda guerra punica e mai estirpato nonostante le violenze perpetuate e ad esso collegate.

Di Cesare, sulle tracce dell’Apocalisse di Giovanni, della venerazione per le divinità solari o legate al fuoco devastatore, di leggende nordiche e saghe islandesi, di credenze precolombiane, del ritrovamento di pietre sacre ai popoli antichi di indubbia provenienza celeste, si cala in un mondo di meteoriti che s’infrangono sul pianeta e provocano distruzioni di massa ed improvvisi cambiamenti climatici, lasciando senza fiato il lettore che viene persuaso da tanta dovizia di particolari combacianti e che non può fare a meno di chiedersi con lo scrittore se la fine dei tempi che scenderà dal cielo, profetizzata da tante culture, non rifletta in realtà il timore per l’ingovernabile massa cosmica che ci ruota pericolosamente attorno.

ECIG (Edizioni Culturali Internazionali Genova), Genova 2003, pp. 164, € 13.00.

Autore: Barbara Carmignola

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