ROMA – IN QUEL BOSCO SI APPARTAVANO ANNA E LE SUE NINFE

Pubblicato il : 20 Ottobre 2002

La costruzione e la trionfale inaugurazione dell’Auditorium progettato da Renzo Piano nell’area Flaminia hanno ancora una volta mostrato al grande pubblico come sia un carattere assolutamente peculiare di Roma la compresenza delle diverse fasi della millenaria vita urbana nello stesso sito. Infatti il piccolo ma eloquente museo degli scavi dell’area, allestito dal professor Andrea Carandini, integra a meraviglio la visione dell’architettura arcaica che si apre subito al di là della “cavea” di raccordo progettata da Piano fra due delle tre sale di musica. In questa area in prossimità del Tevere lungo la quale si sta strutturando l’immagine della Roma del terzo millennio caratterizzata dai “segni” del nuovo, la Roma antica, anzi la più arcaica, sta a pochi palmi di terra sotto i nostri piedi. Così, non si era ancora spenta la sorpresa destata dai complessi ritrovamenti archeologici dell’Auditorium che una nuova eccezionale scoperta in un’area assai vicina a quella riapre il capitolo della topografia dell’area Flaminia nell’antichità e riafferma che anche l’archeologia è mobile e in continuo aggiornamento. Cronologia di 5 anni di scavi Ma conviene andare con ordine se ci si vuole districare nel complesso “sistema” disegnato dai ritrovamenti dell’ultimo quinquennio. Nel 1995 lo scavo archeologico preliminare nell’area del cantiere dell’Auditorium restituisce una serie di murature che definiscono un complesso architettonico di notevole ampiezza che attesta l’occupazione dell’area in diverse fasi, dal VI sec. a. C., al II d.C. Gli andamenti dei muri, che non sono tutti della stessa epoca e che si arrestano ad un’altezza di 50-70 cm, la presenza di particolari materiali ceramici nonchè quella di un forno, inducono Andrea Carandini ad identificare nelle strutture la fondazione di una villa suburbana la cui vita si sarebbe protratta per un lunghissimo periodo attraversando diversi secoli. La prima edificazione con i muri di sostegno in schegge di tufo legate da argilla, risalente alla fine del VI secolo, è una piccola fattoria con una serie di ambienti aggregati intorno ad una corte centrale: gli oggetti rinvenuti (pesi da telaio, ciotole, fuseruole e brocche) e la presenza di un fosso assai ben conservato ci parlano delle attività agresti e domestiche di un piccolo nucleo familiare, bruscamente interrotte dopo tre decenni; intorno al 500 a.C. il sito registra infatti la fondazione di una villa signorile molto più grande della precedente e significativamente divisa in due zone, quella assegnata alla residenza del patrizio romano che ne è proprietario (con basamento in opera quadrata a blocchi di tufo litoide, che riprende lo schema precedente ampliandolo intorno a corti circondate da ambienti), e quella servile, con tecnica muraria più dimessa. Fra le due, uno stradino di ghiaia. Questa villa, di grandi dimensioni e dall’articolata struttura finalizzata a molteplici funzioni, è praticamente un unicum per l’epoca, e il suo ritrovamento costituisce per Carandini un prezioso tassello nella storia del suburbio romano e dei suoi insediamenti. Nel 310 a.C. l’edificio viene ulteriormente ampliato e registra lo sdoppiamento dell’ambiente di culto in due celle affiancate: è questa la cosiddetta “Villa dell’Achelao”, così ribattezzata dal rinvenimento di un’enorme tegola in argilla ad impasto scolpita con il volto della divinità fluviale, tegola che serviva per convogliare le acque di scolo dal tetto sulla grande corte interna. A questa fase ne seguiranno altre due (nel 225 a.C. e nell’80 a.C.) fino al ridimensionamento della villa e alla successiva decadenza. Il bosco di Anna Questo a grandi linee lo schema generale dello studio condotto da Carandini, che verrà definitivamente presentato in dicembre, anche sulla scorta dei materiali, moltissimi, emersi dal terreno; uno schema interpretativo che dovrà convivere e risultare compatibile con quanto è emerso tra novembre 1999 e gennaio 2000 durante gli scavi per un parcheggio posto all’angolo tra piazza Euclide e via D. Dal Monte. Ad una profondità compresa tra –6,20 e 10,30 metri è stata ritrovata una fontana di forma rettangolare, ancora alimentata dalle acque, in una tecnica edilizia tarda ma la cui origine data certamente ad epoche assai più antiche. Lo prova incontestabilmente la presenza di un’ara (del 156 d.C.) con una dedica ad Anna Perenna e alle Ninfe a lei consacrate, personaggi mitologici citati anche nelle altre due epigrafi dedicatorie murate nella parte anteriore della fontana. E’ straordinario, spiega l’archeologa Marina Piranomonte: si tratta del primo esempio a Roma di iscrizioni dedicate ad Anna Perenna, arcaica divinità romana da alcune fonti ricordata sorella di Didone. Il suo culto antichissimo era legato alle acque e aveva una forte componente dionisiaca: durante la sua festa il giorno delle Idi di Marzo, come attesta Ovidio, si facevano abbondanti libagioni e le coppie si appartavano nel bosco a lei consacrato rinnovando, ancora in epoca imperiale, antichissimi riti di fecondità. Fino ad oggi la localizzazione del santuario consacrato ad Anna ed alle Ninfe era riconosciuta sulla base delle fonti sulla “via Flaminia ad lapidem primum” (all’altezza del primo miglio), mentre il poeta Marziale ricorda che il bosco dedicato alla dea era ben visibile da Monte Mario (dato che appare compatibile con la localizzazione di piazza Euclide). L’eccezionale riconoscimento del bosco di Anna con l’area Flaminia si è poi accompagnato, nel corso del 2000, con alcuni ritrovamenti all’interno della cisterna che alimenta la fonte: altrettanto eccezionali in quanto attestano la continuità d’uso del santuario, fino al IV secolo d.C., e la sua importanza. Si tratta di oltre cinquecento monete, decine di lucerne ad uso rituale e dieci rarissimi contenitori all’interno dei quali si sono trovate figurine maschili e una femminile modellate in argilla cruda o cera. Ce n’è abbastanza, secondo la Piranomonte, per avanzare l’ipotesi che la “villa” dell’Auditorium, così vicina al bosco di Anna, sia non una residenza privata ma una costruzione collegata con il culto della dea, un annesso al santuario. Troverebbero così una spiegazione logica anche alcuni elementi poco conpatibili con l’ipotesi della villa suburbana, come la presenza di vasellame miniaturistico, di evidente uso cultuale, emerso in grande quantità nello scavo, di raffinate coppe di ceramica attica e della grande tegola con l’immagine di Acheloo, ben collocabile in un santuario, dell’acqua e delle fonti.
Fonte: Il Giornale dell’Arte luglio-agosto 2002
Autore: Daniela Fonti
Cronologia: Arch. Romana

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