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ROMA. Il Santuario di Giove Laziale e il Trionfo Albano.

Il mons Albanus (Monte Cavo) con i suoi 949 m di altezza è l’altura più alta del massiccio vulcanico dei colli Albani. Per questo motivo in antico ospitò il maggiore culto federale dei Prischi Latini: quello di Giove Laziale.
Il santuario di Giove Laziale inizialmente doveva essere in relazione con il vicino centro di Alba Longa, la città fondata secondo la tradizione da Ascanio, il figlio di Enea. Il culto si praticava, almeno nella prima fase, in un santuario all’aperto con un bosco di querce (lucus) sacro a Iuppiter Latiaris, forse delimitato da un recinto.
Con la distruzione di Alba Longa e l’affermarsi, sotto i Tarquini, della supremazia di Roma sulla Lega latina il santuario finì per entrare nell’orbita d’influenza romana: questo spiegherebbe lo spostamento del centro politico e religioso della Lega latina presso il santuario di Diana a Nemi. Da Dionigi di Alicarnasso apprendiamo inoltre la notizia che Tarquinio Prisco, che come sappiamo a Roma avvia la costruzione del tempio di Giove sul Campidoglio, allo stesso tempo edifica sul Monte Albano un tempio a Giove Laziale.
Lo stretto legame tra i due culti, quello capitolino e quello di Iuppiter Latiaris, risulta anche dal parallelismo istituito dalla cerimonia del trionfo: i generali vittoriosi che non avevano ottenuto il trionfo dal Senato potevano volendo celebrarlo sul mons Albanus.
Secondo Plinio il Vecchio, il primo a celebrare un trionfo sul Monte Albano fu nel 231 a.C. il console Papirio Masone, seguito alcuni anni dopo da M. Claudio Marcello, il conquistatore di Siracusa (212 a.C.). Perfino Giulio Cesare, dopo ben quattro trionfi tenuti a Roma, nel 45 a.C. ne celebrò anche uno sul Monte Albano. Qui i trionfatori con il capo cinto di mirto percorrevano a piedi (ovazione) tutta la via Sacra (l’antica via Albana) fino all’area del santuario, dove offrivano in sacrificio a Giove Laziare una pecora.
Nell’Urbe invece la pompa trionfale seguiva un percorso più complesso: partiva dalla zona del Circo Flaminio, entrando in città dalla Porta Triumphalis, attraversava il Circo Massimo e si dirigeva nel Foro e da qui, percorrendo la via Sacra e il clivus Capitolinus, giungeva sulla cima del Campidoglio, dove avveniva il sacrificio. Il corteo era aperto dai magistrati e dai senatori seguivano subito dopo i prigionieri di rango e il bottino sottratto al nemico. Preceduto dai littori veniva poi, su una quadriga trainata da cavalli bianchi, il generale vittorioso abbigliato come Giove. Dietro al trionfatore, in ordine d’importanza e di grado, sfilavano poi gli ufficiali e infine i soldati. Particolarmente suntuoso fu il trionfo celebrato nel 168 a.C. da L. Emilio Paolo: il suo trionfo durò, infatti, per ben tre giorni e il primo fu a stento sufficiente a far sfilare i duecentocinquanta carri con le statue e i trofei catturati.
Sul Monte Albano, oltre al trionfo, si svolgeva anche una festa molto più antica: le cosiddette Ferie Latine. Queste furono istituite secondo Livio al tempo del re Tullo Ostilio, poiché sulla cima del mons Albanus erano piovute pietre e si era udita una voce minacciosa provenire dal bosco sacro. In realtà si trattava di un rito antichissimo, che deve essere ricollegato ai Prischi Latini. Durante le feriae Latinae venivano infatti offerte ai popoli partecipanti, divise in parti uguali, le carni di un toro bianco sacrificato a Giove: questa equa spartizione alludeva probabilmente alla parità originaria dei membri della Lega latina. Sebbene privata del suo significato questa festa continuò ad essere celebrata dai Romani fino al 392 d.C., quando con l’editto di Teodosio si proibì definitivamente qualunque rito pagano.
Purtroppo del santuario di Iuppiter Latiaris non rimane molto visibile, tranne alcuni blocchi squadrati in pietra sperone pertinenti forse al recinto del tempio, molti dei quali fuori posto. Questo perché nel XVIII secolo proprio nell’area del santuario si costruì un convento, che determinò verosimilmente la distruzione delle strutture antiche del complesso religioso.
La via antica (oggi chiamata via Sacra) che conduceva al tempio è invece interamente conservata. La strada, nel tratto iniziale, è larga circa 2,55 m ed è fiancheggiata da marciapiedi in peperino. Nel primo tratto della via alcuni basoli presentano delle curiose lettere incise: N, V e C. Queste lettere sono state variamente interpretate dagli archeologi: secondo alcuni studiosi N e V indicherebbero rispettivamente Novus e Vetus, volendo forse alludere al restauro di alcuni blocchi del manto stradale e al riposizionamento di altri; mentre la lettera C è stata interpretata come l’abbreviazione di Consul, vale a dire “console”. La strada superata la località detta Prato Fabio si allarga e, più o meno in questo punto, su due poligoni di basalto, a breve distanza l’uno dall’altro, troviamo scolpiti in altorilievo due grossi falli rituali.

Autore: Paolo Miconi (archeologo) – sonnel@hotmail.it

Fonte: www.romafu.it, 22 set 2017

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