Gabriella MONZEGLIO: Julia Augusta Taurinorum.

Pubblicato il : 18 Settembre 2005

La fondazione di Torino avvenne nella seconda metà del I secolo a.C. e la città prese il nome di Julia Augusta Taurinorum. Un nome curioso che deriva dal fatto che, prima dell’arrivo dei Romani, in queste zone viveva il popolo dei Taurini, ma anche perché la città fu fondata da Giulio Cesare e da Ottaviano Augusto.

Julia Augusta Taurinorum era una tipica città romana e si configurava come un rettangolo fortificato di 760×670 metri. Le principali strade cittadine erano il Cardo Maximus (ora via Porta Palatina e via S. Tommaso) ed il Decumanus Maximus (l’odierna via Garibaldi): parallele e perpendicolari a queste erano state tracciate le altre vie. L’intersecarsi dei decumani e dei cardines originava 72 isolati (insulae), con lato di circa 76 metri. All’interno dei vari isolati furono costruite le abitazioni e le strutture della vita pubblica (foro, teatro, templi, terme).

Le strade erano pavimentate in gneiss, una pietra che si trova in abbondanza in Valle di Susa, tagliata in blocchi poligonali appuntiti per meglio aderire al terreno sottostante.

Nel 1980, durante uno scavo archeologico in via Garibaldi all’angolo con piazza Castello, è stato ritrovato un tratto del decumano maggiore. Esso si trova a più di un metro di profondità rispetto al piano attuale di calpestio. In effetti, durante i 2000 anni che sono trascorsi dall’età romana ai nostri giorni, Torino ha subito numerose trasformazioni. In particolare quando un edificio non era più confacente lo si distruggeva per costruirne uno nuovo al di sopra: le macerie non venivano portate via ma semplicemente spianate e questo ha causato l’alzarsi del livello stradale.

Il reticolo fognario che correva sotto le strade cittadine scaricava le acque nel Po. Solo in un caso la fognatura scaricava nella Dora: è il fognolo ancora oggi visibile vicino alla chiesa della Consolata, e che fuoriesce dalle mura.

La città era cinta di mura costruite con ciottoli di fiume legati con malta e intervallati a distanza regolare da doppie file di mattoni. Questa tecnica, chiamata “tecnica a sacco”, consisteva nel costruire due pareti a distanza di circa un metro e nel buttare all’interno malta e pietre di varie dimensioni, così da rendere il muro molto robusto. Il lato verso l’esterno era interamente rivestito di mattoni. Le mura, la cui altezza variava tra i 6 e i 7 metri, erano rinforzate da una trentina di torri a base quadrata e sviluppo ottagonale, posizionate allo sbocco sulle mura dei cardines e dei decumani. A Torino sono ancora visibili tre torri: una vicina alla Porta Palatina, una nei sotterranei del museo Egizio ed una vicino alla chiesa della Consolata (la più significativa perché si tratta di una torre angolare). All’esterno delle mura non esisteva alcun fossato difensivo, mentre all’interno vi era uno spazio libero, destinato alle manovre dell’esercito.

L’accesso a Julia Augusta Taurinorum avveniva tramite le 4 porte urbiche che si aprivano lungo le mura in corrispondenza del cardo maximus e del decumanus maximus.

L’unica ancora oggi visibile è la Porta Palatina che risale al I-II secolo d.C. La struttura originaria è ancora leggibile nonostante le parziali modifiche avvenute nei secoli successivi. È ancora visibile la facciata in laterizio, fiancheggiata da due torri poligonali, a 16 lati, di 30 metri di altezza, con zoccolo piramidale, che inquadrano una facciata nella quale si aprono 4 fornici (due centrali per il passaggio dei carri, due laterali più piccoli per i pedoni). Nei fornici sono ancora visibili le feritoie entro cui scorrevano le saracinesche. Sul fronte esterno, sopra un architrave marmoreo sul quale probabilmente vi era un’iscrizione, si vedono due ordini di finestre fiancheggiate da lesene e semipilastri. Le caratteristiche architettoniche e costruttive di base erano probabilmente comuni anche per le altre tre porte.

La Porta Decumana è ancora visibile a Palazzo Madama, dietro la facciata settecentesca di Filippo Juvarra.

La Porta Pretoria (detta anche Segusina perché da essa partiva la strada che attraverso Susa conduceva in Francia) è testimoniata da alcuni scarsissimi resti ritrovati nelle cantine di un palazzo di via Garibaldi.

Infine la Porta Marmorea era così chiamata per i fregi in marmo che la decoravano, dovuti forse alla sua localizzazione lungo l’itinerario da Roma a Torino. Essa fu demolita a causa dell’ampliamento della città del 1640. Fortunatamente ne rimane almeno un disegno del XVI secolo ad opera di Giuliano da Sangallo, conservato agli Uffizi di Firenze. Esso testimonia come doveva essere questa porta in età romana.

I templi cittadini non hanno lasciato testimonianze visibili ad esclusione di poche tracce rinvenute sotto il mastio della Cittadella (un rilievo a palmette e un’iscrizione votiva) relative al culto di Iside, e tracce del culto di Giove, individuate sul monte dei Cappuccini.

Altre ipotesi vedono un culto dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva) nell’area del Duomo, dove in età medievale furono costruite tre chiese dedicate rispettivamente a S. Salvatore, S. Giovanni, S. Maria. Il Cristianesimo si diffuse soltanto a partire dal III secolo.

Sicuramente dovevano esistere anche altri templi dedicati ad altre divinità romane: Apollo, Bacco, Diana, Eracle, Esculapio, Marte, Mercurio, Nettuno, Venere.

Il divieto di seppellire all’interno della città impedì anche a Torino l’uso dei sepolcri urbani almeno fino al III secolo d.C. La più vasta e ricca necropoli fiancheggiava esternamente il lato settentrionale delle mura in una zona estesa tra la chiesa della Consolata e Porta Palazzo. Altre sepolture sono state rinvenute nella zona di Porta Susa, sotto Palazzo Carignano, in zona Regio Parco, in Barriera Nizza, in Borgo San Paolo.

Il foro: questo termine indica uno spazio libero di forma rettangolare, la piazza principale della città, dove si svolgeva la vita politica, economica e religiosa. In particolare in questa piazza maggiore si trovavano:
– il mercato, con i banchi dei contadini che entravano in città per vendere le proprie merci,
– la basilica, il tribunale,
– la curia, il luogo in cui si riuniva il Senato,
– un tempio dedicato alla triade capitolina ossia alle tre principali divinità romane (Giove, Giunone e Minerva),
– il nostrum, una piattaforma su cui venivano esposti i “trofei di guerra” ossia gli speroni delle navi nemiche.
Secondo alcuni a Torino sarebbero individuabili almeno 4 o 5 fori, il più importante dei quali all’incrocio tra via Garibaldi e via Porta Palatina, probabilmente dove oggi si trova piazza Corpus Domini.

Nel 1899, durante la demolizione di un’ala di Palazzo Reale venne alla luce il teatro. Esso occupa una intera insula di circa 76 metri di lato, ma attualmente ne è visibile solo metà, mentre il resto si trova sotto Palazzo Reale.

Sono riconoscibili tre fasi di costruzione attribuibili al I, II e III secolo d.C. a causa di incendi che provocarono il crollo delle strutture lignee e alle conseguenti ricostruzioni successive.

A Torino non sono più visibili, ma sicuramente vennero costruiti in età romana; l’anfiteatro, il circo, due porte di ingresso alla città, un lungo tratto di mura, numerose torri, alcuni complessi termali, molte abitazioni private, alcune necropoli, l’arco onorario. Tutto ciò che sicuramente caratterizzava una città romana non è ancora stato rinvenuto: si trova da qualche parte nel sottosuolo della città, oppure è stato distrutto dai popoli invasori nei secoli successivi.

Bibliografia:
MERCANDO L. (a cura di), L’età romana, in Archeologia in Piemonte, vol. II, Allemandi, Torino, 1998;
Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte;
GRAZZI R.R., Torino romana, Torino, 1981;
GRUPPO ARCHEOLOGICO TORINESE (a cura di), Guida archeologica di Torino, Torino, 1996;
AA.VV., Dalla preistoria al comune medievale, in Storia di Torino, vol. I, Einaudi, Torino, 1997.

Mail: gabrimo@mediares.to.it
Autore: Gabriella Monzeglio
Cronologia: Arch. Romana

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