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ALBANIA. Un tetto di marmo per il tempio di 2.400 anni fa.

Da secoli una sola colonna dorica si innalza tra gli uliveti dell’Albania meridionale, testimone di un grande santuario greco del quale rimangono ancora da ricostruire l’aspetto originario e le successive trasformazioni. Ora una nuova campagna di scavi archeologici a Shtyllas, nei pressi dell’antica Apollonia, ha riportato alla luce monete coniate dalla città, frammenti di sculture e materiali architettonici provenienti dalla Grecia, offrendo agli studiosi elementi importanti per comprendere la struttura di un tempio risalente al periodo classico. Particolarmente significativo è il ritrovamento di parti dell’antica copertura, realizzata anche con tegole di marmo provenienti dall’isola di Paros e materiali importati da Corinto, che testimoniano la complessità delle tecniche costruttive e l’ampiezza delle relazioni commerciali della città affacciata sull’Adriatico.
La scoperta è il risultato della campagna di ricerca condotta tra settembre e la prima metà di ottobre 2026 nell’ambito del progetto Shtyllas – Architettura e rivalutazioni archeologiche, diretto da Lavdosh Jaupaj, dell’Istituto di Archeologia di Tirana, e da Stephan G. Schmid, professore all’Università Humboldt di Berlino. L’équipe internazionale ha effettuato due saggi di scavo all’interno del tempio, accompagnati da rilievi architettonici ed indagini geofisiche e geoelettriche nelle aree circostanti, con l’obiettivo di ricostruire le differenti fasi di vita del santuario e chiarire l’organizzazione originaria dell’edificio. Le ricerche si sono concentrate in particolare sulla zona dell’altare, sull’articolazione degli spazi interni e sull’ingresso monumentale, raggiungibile attraverso una rampa. Le prime indagini hanno contribuito a chiarire alcune caratteristiche costruttive del complesso, anche se gli archeologi sottolineano che la documentazione raccolta non permette ancora di ricostruirne completamente la pianta. Rimangono aperti interrogativi sulla configurazione della cella, sul rapporto con il colonnato esterno e sulle modifiche subite dall’edificio nel corso dei secoli.

Il monumento occupava una posizione particolarmente significativa nel paesaggio antico. Situato su un’altura affacciata sull’area portuale di Apollonia, il tempio apparteneva ad un santuario extraurbano, costruito fuori dal principale nucleo cittadino. La sua collocazione lo rendeva riconoscibile da lontano, contribuendo a definire l’immagine monumentale della città ed il rapporto tra spazio sacro, territorio e vie di comunicazione. Fondata da coloni provenienti da Corinto e Corcira, l’odierna Corfù, Apollonia divenne uno dei principali centri greci della costa orientale dell’Adriatico. La città si sviluppò in una posizione strategica per i collegamenti marittimi e terrestri, partecipando alle reti di scambio che univano l’Egeo, l’Italia meridionale e l’entroterra balcanico. Già alla fine del VI secolo a.C. disponeva di importanti edifici religiosi, alcuni dei quali decorati con sculture marmoree.

Il tempio di Shtyllas appartiene a questa stagione di monumentalizzazione. La sua copertura, databile secondo le prime interpretazioni alla seconda metà del V secolo a.C., rappresenta uno degli aspetti più interessanti della campagna archeologica appena conclusa. Gli studiosi hanno individuato numerosi frammenti ceramici e marmorei che potrebbero consentire di ricostruire le caratteristiche tecniche e tipologiche del tetto, una parte dell’architettura antica frequentemente perduta e particolarmente importante per comprendere la qualità costruttiva degli edifici sacri. Secondo quanto comunicato dall’Istituto di Archeologia albanese, le prime analisi indicano l’utilizzo di tegole in marmo provenienti da Paros, una delle isole più importanti del mondo greco per l’estrazione e la lavorazione della pietra, insieme ad elementi di copertura importati da Corinto. Si tratta di attribuzioni preliminari, che saranno approfondite attraverso lo studio dei materiali recuperati.

La presenza di prodotti provenienti da centri tanto importanti suggerisce che la costruzione del santuario comportasse investimenti significativi e l’accesso a competenze tecniche specializzate. Paros era celebre nell’antichità per la qualità del suo marmo, utilizzato in grandi progetti scultorei ed architettonici, mentre Corinto rappresentava un centro di riferimento per le produzioni ceramiche e per la diffusione di soluzioni costruttive destinate ad influenzare l’architettura greca. Un tetto realizzato con materiali importati attraverso il mare non costituiva soltanto una scelta funzionale, ma poteva esprimere anche la rilevanza del santuario e le possibilità economiche della comunità che lo aveva costruito. Nel caso di Shtyllas, questi elementi restituiscono l’immagine di una città capace di sostenere un’architettura monumentale attraverso relazioni commerciali e culturali che andavano ben oltre il proprio territorio.

Le indagini hanno inoltre individuato materiali di copertura apparentemente riconducibili a produzioni locali, probabilmente utilizzati durante fasi successive di manutenzione o trasformazione dell’edificio. È un elemento importante perché suggerisce che il tempio abbia attraversato differenti interventi edilizi e periodi di utilizzo. L’analisi delle tecniche di fabbricazione, della distribuzione dei frammenti e dei contesti stratigrafici potrà permettere di distinguere le parti appartenenti alla costruzione originaria da quelle introdotte nei secoli successivi.
Tra i ritrovamenti figurano anche monete coniate dall’antica Apollonia, particolarmente significative per ricostruire le attività svolte nell’area del santuario e le diverse fasi della sua frequentazione. La città sviluppò una propria produzione monetaria a partire dal IV secolo a.C., inizialmente attraverso emissioni argentee legate ai modelli corinzi e successivamente con tipologie influenzate dalle tradizioni di Corcira. Apollonia divenne nota soprattutto per le sue emissioni in argento con la raffigurazione di una vacca che allatta il vitello, un’immagine ampiamente diffusa nella monetazione dell’area adriatica e balcanica. Queste monete, prodotte in quantità considerevoli durante l’età ellenistica, circolarono anche in territori lontani dalla città, documentando l’importanza delle sue relazioni economiche.
Accanto alle emissioni argentee, Apollonia realizzò monete bronzee con immagini riconducibili al repertorio religioso greco. Un esemplare fotografato durante gli scavi di Shtyllas presenta iscrizioni greche ed un elemento centrale che sembra richiamare l’Apollo Agyieus, divinità associata alla protezione degli ingressi e delle strade, frequentemente rappresentata attraverso una forma aniconica simile ad un pilastro appuntito. Il motivo appare circondato da una corona vegetale. L’identificazione e la datazione specifica della moneta devono però ancora essere confermate da uno studio numismatico completo. Il ritrovamento delle monete non permette, da solo, di definire la funzione dei singoli ambienti del tempio o di attribuire automaticamente un particolare significato votivo agli oggetti. La loro presenza costituisce tuttavia una testimonianza materiale della frequentazione del sito e potrebbe contribuire a precisarne la cronologia attraverso il confronto con gli altri reperti rinvenuti.

La campagna ha infatti restituito anche frammenti di ceramica appartenenti ai periodi classico, ellenistico e romano, oltre a parti di sculture. La varietà cronologica dei materiali suggerisce una storia articolata, nella quale il complesso religioso potrebbe aver conosciuto fasi differenti di attività, trasformazione e progressivo abbandono. Gli archeologi stanno cercando di ricostruire anche la cronologia della distruzione del tempio, studiando i livelli stratigrafici ed i materiali associati alle strutture. Le tracce di frequentazione e modificazione dell’area arrivano fino all’epoca ottomana, un arco temporale che rende particolarmente complessa l’interpretazione archeologica. La distinzione tra le diverse fasi richiede infatti una lettura stratigrafica accurata e lo studio congiunto dei reperti architettonici, ceramici e numismatici.
Parallelamente agli scavi, l’équipe ha effettuato indagini geofisiche e geoelettriche non invasive per individuare eventuali strutture ancora sepolte e valutare il potenziale archeologico delle aree circostanti. I risultati sono attualmente in fase di elaborazione e potrebbero indirizzare le prossime campagne, riducendo la necessità di interventi estesi sul terreno.

Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda anche la conservazione dell’unica colonna superstite, elemento che ha reso il tempio di Shtyllas uno dei monumenti più riconoscibili dell’architettura greca in Albania. Secondo l’Università Humboldt, si tratta di una testimonianza eccezionale dell’ordine dorico ancora conservata in posizione verticale nell’area orientale dell’Adriatico. La struttura presenta tuttavia problemi di stabilità che richiedono interventi specifici di tutela e consolidamento. Il progetto di ricerca, sviluppato attraverso una collaborazione internazionale che coinvolge anche specialisti tedeschi e romeni e studenti di diverse università europee, intende quindi affrontare congiuntamente le questioni della documentazione scientifica, della ricostruzione architettonica e della conservazione del monumento.

Autore: Michelangelo Tonelli

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 25 ottobre 2026

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