Per oltre un secolo e mezzo gli archeologi hanno cercato tra le rovine di Troia testimonianze delle civiltà che abitarono uno dei luoghi più celebri del Mediterraneo antico. Hanno riportato alla luce fortificazioni, abitazioni, ceramiche, oggetti preziosi e reperti capaci di ricostruire una storia molto più lunga e complessa della guerra narrata da Omero. Ma fino a oggi mancava una testimonianza materiale di un aspetto fondamentale della vita delle comunità antiche: la musica.
Durante la campagna archeologica del 2026, nell’antica Troia, nella Turchia nord-occidentale, è stato scoperto un flauto d’osso risalente a circa 2.800 anni fa, il primo strumento musicale identificato in oltre 160 anni di scavi nel sito. Accanto a questo ritrovamento, gli archeologi hanno recuperato anche una piccola testa di idolo antropomorfo databile a circa 4.500 anni fa, appartenente ad una fase molto più antica dell’insediamento. Due oggetti di dimensioni modeste, ma di grande interesse per comprendere la cultura materiale, le pratiche artistiche e le tradizioni simboliche delle popolazioni che abitarono Troia.
I ritrovamenti sono stati annunciati il 22 ottobre 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo, Mehmet Nuri Ersoy, nell’ambito del programma nazionale Geleceğe Miras, «Patrimonio per il futuro», che sostiene la ricerca, la conservazione e la valorizzazione dei principali siti archeologici della Turchia.
Le scoperte provengono dalle indagini condotte a Hisarlık, nella provincia di Çanakkale, dove si trovano i resti della città stratificata conosciuta universalmente come Troia. Il sito, iscritto dal 1998 nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, rappresenta uno dei complessi archeologici più importanti per lo studio delle civiltà dell’Anatolia nord-occidentale e dei loro rapporti con il mondo egeo.
Il reperto più sorprendente è il flauto realizzato in osso animale, individuato in un deposito archeologico attribuito all’età arcaica. Lo strumento conserva una porzione della struttura originaria, compresa la parte superiore ancora collegata al corpo, caratteristica che permetterà agli studiosi di approfondirne la tecnica di fabbricazione ed il funzionamento.
La datazione proposta, circa 2.800 anni fa, colloca il manufatto in una fase successiva alla grande stagione degli insediamenti dell’età del Bronzo, con i quali è generalmente associata la tradizione della guerra di Troia. È una distinzione essenziale. Il flauto non appartiene alla Troia degli eroi omerici, ma ad una fase più tarda della lunghissima occupazione del sito. La sua scoperta non costituisce dunque una testimonianza diretta della musica che avrebbe accompagnato le cerimonie o le celebrazioni della città cantata nell’Iliade. Offre invece la prima prova archeologica riconosciuta della presenza di uno strumento musicale all’interno delle stratificazioni dell’antica Troia, ampliando la conoscenza di una comunità la cui vita culturale rimane ancora in parte da ricostruire.
Il valore del ritrovamento dipende anche dalla natura del materiale. Gli strumenti musicali dell’antichità venivano frequentemente realizzati con elementi deperibili, come legno, canne, fibre vegetali e pelli animali, che difficilmente sopravvivono per millenni nel terreno. L’osso, pur essendo anch’esso un materiale organico, può conservarsi in condizioni favorevoli, permettendo di individuare oggetti che altrimenti sarebbero scomparsi senza lasciare traccia. Per questa ragione la documentazione archeologica degli strumenti musicali risulta spesso frammentaria, mentre le testimonianze iconografiche e letterarie possono essere più numerose.
Nel mondo greco antico la musica occupava una posizione centrale nella vita collettiva. Accompagnava cerimonie religiose, processioni, feste, banchetti, rappresentazioni teatrali ed occasioni pubbliche. Gli strumenti a fiato, insieme alle cetre e alle lire, erano particolarmente diffusi ed assumevano funzioni differenti a seconda dei contesti. Il flauto di Troia si inserisce in questo panorama culturale, ma non è ancora possibile stabilire in quali circostanze venisse utilizzato, se durante cerimonie, incontri conviviali o altre attività. Né sono stati comunicati risultati di analisi che permettano di ricostruirne la gamma sonora o le modalità esecutive.
La scoperta è comunque significativa proprio perché restituisce una testimonianza concreta di una pratica difficilmente riconoscibile attraverso i soli resti architettonici. Nel corso di oltre 160 anni di ricerche, la conoscenza di Troia si è sviluppata soprattutto attorno alla ricostruzione delle sue successive fasi urbane, delle mura, delle abitazioni, della produzione artigianale e dei contatti commerciali.
Un piccolo strumento musicale introduce ora un’altra dimensione: quella del suono, della vita sociale e delle forme di espressione che accompagnavano l’esistenza quotidiana.
La seconda scoperta conduce invece gli archeologi molto più indietro nel tempo. Nei pressi di una delle porte dell’insediamento noto come Troia II è stata individuata una testa di idolo antropomorfo risalente a circa 4.500 anni fa, quindi alla prima età del Bronzo, attorno alla metà del III millennio a.C. Il reperto appartiene ad una categoria di piccole raffigurazioni umane documentate in numerosi siti dell’Anatolia occidentale e dell’Egeo, la cui interpretazione rimane oggetto di discussione tra gli studiosi.
L’uso del termine «idolo» non implica infatti che si possa riconoscere con certezza una divinità o una specifica funzione rituale. Le piccole figure antropomorfe preistoriche e protostoriche potevano possedere significati differenti, legati alla sfera simbolica, alla rappresentazione di individui, alla memoria familiare o a pratiche religiose ancora difficili da ricostruire. La loro forma ed i contesti di rinvenimento costituiscono elementi fondamentali per tentare di comprenderne l’utilizzo. Nel caso della testa scoperta a Troia, la vicinanza alla porta dell’insediamento rappresenta un dato archeologico importante, ma non consente, da sola, di attribuire al manufatto una funzione cerimoniale o protettiva.
Troia II appartiene ad un periodo nel quale l’insediamento aveva già sviluppato un’organizzazione urbana articolata, caratterizzata da fortificazioni e strutture monumentali. La posizione presso i Dardanelli, lungo le rotte che collegavano l’Egeo al Mar di Marmara ed alle regioni interne dell’Anatolia, favoriva la circolazione di materiali, oggetti e modelli culturali. La nuova testa antropomorfa potrà quindi essere confrontata con altri reperti provenienti dal sito e dalle aree limitrofe, contribuendo allo studio delle tradizioni figurative e delle relazioni tra le comunità dell’età del Bronzo.
I due manufatti sono separati da circa 1.700 anni ed appartengono a società e contesti culturali differenti. È proprio questa distanza cronologica a renderne particolarmente interessante il ritrovamento nella medesima campagna archeologica. Troia non fu una città immutabile, identificabile esclusivamente con una singola fase storica, ma un insediamento che conobbe numerose trasformazioni, distruzioni, ricostruzioni e cambiamenti nell’organizzazione degli spazi. Le sue stratificazioni testimoniano una continuità di frequentazione ed una successione di culture che attraversano diversi millenni.
Autore: Pasquale Ruocco
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 25 ottobre 2026







