Dopo la fortunata tappa d’esordio, da poco conclusa a Venezia nell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale, la mostra «Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari» si apre, dal 14 ottobre al 10 gennaio prossimo, alla Fondazione Luigi Rovati di Milano in una veste nuova e complementare rispetto alla precedente, e con uno sguardo che si amplia fino alla cultura della Sardegna nuragica.
Il progetto, frutto della collaborazione tra la Fondazione milanese e la Fondazione Musei Civici di Venezia, è stato curato da Giovanna Gambacurta, Laura Maria Michetti, Giulio Paolucci, Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, ed esplora sotto un duplice punto di vista il tema dell’acqua così com’era inteso, nell’Italia preromana, tra gli Etruschi ed i Veneti: da un lato l’acqua delle fonti termali, entità benefica e curativa che fu ovviamente da subito assimilata al sacro e venerata in santuari dedicati; dall’altro l’acqua come via privilegiata per i viaggi e i commerci.
Viaggi densi di pericoli, quelli, al cui arrivo i naviganti rendevano grazie, in appositi santuari presto diventati luoghi di aggregazione e di scambi culturali, alle divinità protettrici di chi andava per fiumi o per mari. Accadeva, fra Veneti ed Etruschi, con modalità talora affini, talora diverse: se gli uni e gli altri usavano lanciare nei bacini delle fonti termali recipienti che riproducevano, miniaturizzati, quelli usati per attingere le acque benefiche, molto diversa era la natura dei luoghi di culto eretti nei pressi delle fonti sacre e negli approdi fluviali o marittimi.
Fra gli Etruschi era infatti d’uso costruire edifici monumentali ornati da preziose sculture e antefisse fittili, mentre i Veneti si avvalevano di strutture meno altisonanti, in semplice legno e forse addirittura diffuse nella natura: esemplare, a questo proposito, il confronto iniziale tra due dei capolavori della mostra, la scultura fittile appartenuta all’acroterio di un tempio dell’area di Chianciano Terme che rappresenta la dea Thesan, divinità etrusca dell’aurora (e quindi della continua rinascita) e, di fronte, il «Disco di Montebelluna», grande disco bronzeo destinato probabilmente ad essere appeso agli alberi, su cui figura una divinità femminile riccamente abbigliata (la «Signora della Natura», massima divinità dei Veneti), circondata da simboli cosmici, animali e vegetali che rinviano al suo dominio su cielo, terra, acque e inferi, alluso anche dalla grande chiave che impugna: l’emblema del suo potere assoluto.
Di qui si accede alla sezione delle «Acque miracolose», con reperti provenienti per l’Etruria, da Chianciano (come la grande ascia rituale in bronzo) e dalla zona termale della Banditella di Vulci, e per il Veneto da Montegrotto Terme e Làgole di Calalzo e qui sono molti, in mostra, i piccoli recipienti di terracotta o di bronzo di cui si diceva, ritrovati a migliaia negli uni e negli altri luoghi sacri.
Appassionante la sezione dei recenti ritrovamenti di San Casciano dei Bagni, nel Senese, esposti in una sorta di spirale discendente che evoca i diversi livelli a cui sono stati rinvenuti, fra i quali ci s’imbatte in una magnifica testa virile votiva in bronzo, etrusca sì, ma già «romanizzata»: San Casciano fu infatti un luogo termale che dal V secolo a.C. al V d.C. ricevette doni legati al culto delle acque calde, praticato prima dagli Etruschi, poi dai Romani, e per 150 anni da Etruschi e Romani insieme. Un’iscrizione votiva sul suo collo ci parla della «Fonte calda» (Flere Havens, in etrusco; Fons Caldus in latino) cui il dono fu affidato. Ma non meno fascinosa, oltre alle teste votive di bambini, uomini e donne, e agli arti di cui s’invocava la guarigione, è la raffinata figura femminile orante del II secolo a.C., con le mani aperte verso il cielo. Dopo, in età romana, le sculture saranno sostituite da monete metalliche: in fondo, ciò che accade ancora oggi nella Fontana di Trevi, cui si chiede, tradizionalmente, di poter tornare a Roma.
Dopo questa «isola», è la volta dei «Sacri approdi», dei porti-santuari: in quello di Este (fluviale, perché allora l’Adige scorreva qui) la divinità preposta era Reitia ed a lei si offrivano sculturine raffiguranti cavalli (i cavalli veneti erano famosi nell’antichità) o zampe equine, mentre si chiamava Altino la divinità dell’omonima città (da cui migreranno i fondatori di Venezia) della laguna veneta settentrionale: qui si trovava un grande santuario in cui confluivano genti da ogni dove, dal Mediterraneo come dal mondo celtico, che hanno lasciato il loro segno nei reperti ritrovati. Per l’Etruria c’è Pyrgi, porto della potente città di Cerveteri ed uno dei più importanti del Mediterraneo, dove una sorgente alimentava grandi vasche in cui è stata ritrovata, tra molto altro, la preziosa testa votiva femminile in terracotta esposta in mostra. Il suo grandioso santuario, di cui sono esposte bellissime antefisse e due Acheloi, le divinità umane e taurine che sovraintendevano alle acque fluviali, offriva a tutti i naviganti, che giungessero dalla Fenicia, dalla Grecia, dalla Magna Grecia o da altrove, la possibilità di officiare alle proprie divinità, in un sincretismo religioso che apriva le braccia a tutti i culti del bacino del Mediterraneo.
Ancora da Este giungono poi gli emozionanti reperti legati alla scrittura, esposti in una vetrina dedicata: il santuario, infatti, era anche una scuola scrittoria e lo testimoniano le lamine con le vocali e le consonanti, probabilmente usate dai docenti, e gli stili usati invece dagli allievi per scrivere. Dalle allieve anzi, perché curiosamente, fra le migliaia di stili privi di iscrizioni, gli unici che presentino un’iscrizione votiva, di ringraziamento alla divinità, portano nomi femminili. Non a caso, accanto sono posti anche strumenti utilizzati per la tessitura e la filatura, attività femminili poste anch’esse sotto la protezione della dea Reitia.
Una piccola sezione è poi dedicata alla Sardegna nuragica, con bronzetti figurati, navicelle e ceramiche votive risalenti all’ultima Età del Bronzo e alla prima Età del Ferro, quando i pozzi e le fonti sacre erano spesso inseriti in complessi cultuali in cui confluivano genti lontane.
Il compito di contestualizzare gli oggetti o di porre l’accento su dettagli minuti di molti dei reperti è stato affidato al bio-artista milanese Davide Ceolin (1963), nel cui lavoro confluiscono arti visive e discipline scientifiche, mentre il catalogo (Edizioni Fondazione Luigi Rovati) contiene numerosi ed illuminanti testi scientifici.
A tutto si aggiungono, come è d’uso qui, un ricco public program, le visite guidate, i laboratori per bambini, ed il progetto «Museo Gentile» con la videoguida in LIS (con Ente Nazionale Sordi) accessibile attraverso l’app della Fondazione, scaricabile presso il museo, e, per il progetto «Stare bene insieme» (con Cooperativa La Meridiana), il libretto, disponibile in biglietteria, con la guida alla mostra per persone con patologie neurodegenerative ed i loro accompagnatori.
Autore: Ada Masoero
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 ottobre 2026









