In ArcheoMedia del 16 settembre scorso (anno XXI, n. 18) è comparso un articolo di Roberto Malini dal titolo: “E’ Ostia la ‘Città Dipinta’ del Colle Oppio?”. Il testo contiene un’ipotesi che ritengo contestabile, benché interessante. Salterei le premesse: tutto il mondo scientifico, ma ormai anche il grande pubblico, sanno cos’è l’affresco della Città Dipinta, scoperto ormai molti anni fa a Roma, sul Colle Oppio, negli scavi della Sovrintendenza Comunale diretti da Rita Volpe, e di recente riportato agli onori della cronaca e reso visitabile. Malini lo riproduce, nello stato molto mutilo nel quale ci è purtroppo pervenuto (né abbiamo idea di quanto fosse esteso in origine), dandone una foto bella e chiara, a proposito della quale l’autore dice onestamente – in calce al testo – che qualche marginale ritocco e la particolare luminosità dell’immagine sono stati ottenuti mediante un limitato impiego dell’intelligenza artificiale.
Tralascio del tutto le tante identificazioni con vari centri romani (Londra, Arles…) che della Città Dipinta sono state finora avanzate da varie parti, senza risultati conclusivi, e per ogni altra considerazione rinvio alla bibliografia specialistica, già abbondante, sul rinvenimento. Inoltre, sgombriamo subito il campo da ogni eventuale dubbio legato a problemi di cronologia: da tale punto di vista le osservazioni dell’autore (circa la congruenza temporale fra l’epoca di esecuzione dell’affresco, attribuito all’età flavia, e l’aspetto di Ostia nello stesso periodo) sono tutte condivisibili.
Ciò detto, entriamo in medias res. Riguardo al Teatro raffigurato nell’affresco, mi sembra indubbio (nonostante le perplessità dell’autore) che si tratti di un edificio coperto, ed è improbabile che quello di Ostia lo fosse, ma non è questo il punto principale. Dopo aver accennato al Teatro, Malini parla infatti del grande edificio porticato sulla destra della parte conservata del dipinto, scorgendovi “un confronto immediato con il Piazzale delle Corporazioni di Ostia”. Già di per sé tale affermazione dà adito a consistenti perplessità, perché uno dei lati corti del piazzale ostiense detto delle Corporazioni – quello verso il Tevere – era dotato di un grande portico, ma con un numero di colonne o pilastri molto minore di quello dell’affresco dell’Oppio, che inoltre è dotato di un propileo monumentale al centro (del tutto assente a Ostia).
Un’altra difficoltà è ancora più seria. Malini ricorda (e i dati fattuali che riporta sono esatti, stando anche alle conferme fornite dai saggi di I. Pohl degli anni ‘70) che “a Ostia Teatro e Piazzale costituivano fin dall’origine un unico complesso”. Ciò in ottemperanza, del resto, ai precetti di Vitruvio, che scriveva in età augustea (quindi più o meno contemporaneamente alla creazione del Teatro di Ostia, promossa da Agrippa): il grande trattatista dell’architettura antica voleva infatti che annessa ad un teatro vi fosse una porticus post scaenam. Ma allora, come spiegare la clamorosa discrepanza data dal fatto che la porticus dell’affresco, non solo è separata dal Teatro, ma fra i due edifici si frappone un altro grande complesso, affiancato da due strade?
Infine, per concludere su questo punto, è vero che l’assetto dell’area interna al portico come spazio aperto e sistemato a giardino può rappresentare un confronto con Ostia (prima che al centro del Piazzale delle Corporazioni sorgesse un tempio): ma questo non mi sembra affatto un elemento “identitario”, come oggi si suol dire, bensì un dato comune a varie altre situazioni del genere.
Andando avanti, in tutto l’ampio discorso che Malini svolge relativamente alla presenza dell’acqua nell’affresco c’è un assunto che trovo stimolante, e direi originale: quello che la veduta della città presenti il Sud in alto e il Nord in basso, secondo l’usanza seguita in età antica e (mi sembra) anche per una buona parte del Medioevo, fino alle soglie dell’epoca moderna. Noi spettatori odierni ci troveremmo quindi “spiazzati”, perché siamo invece abituati a cartografie e mappe con il Nord in alto. Secondo la ricostruzione di Malini, quindi, se la città dipinta fosse Ostia noi la vedremmo come se fossimo collocati sulla riva destra del Tevere, e a un certo punto l’autore lo dice esplicitamente: come se, in altri termini, guardassimo alla città da quel “Trastevere ostiense” (corrispondente alla sponda Sud dell’Isola Sacra) che le straordinarie prospezioni geognostiche britanniche di qualche anno fa hanno cominciato a rivelare. Possibilissimo, ma i problemi sono altri, e direi decisivi.
Nel dipinto l’elemento acquoreo gioca in effetti un ruolo molto importante, ma, senza entrare nei dettagli, nessuna delle complesse argomentazioni che Malini escogita per far corrispondere la presenza dell’acqua a Ostia con ciò che si vede nell’affresco convince davvero. Per prima cosa, c’è poco da fare: l’acqua a Ostia, quella di superficie, era solo quella del fiume e del mare. Personalmente, se guardo a ciò che dell’immagine dell’Oppio è sopravvissuto ai danni del tempo vedo una realtà che mi ricorda piuttosto – emozionandomi, ma non credo di essere il primo ad esserne emozionato – città come Amsterdam, Venezia, o simili: affacciate sul mare, solcate da canali…
Nulla del genere a Ostia, né il paragone fra la colonia alla foce del Tevere e la Città Dipinta viene rafforzato (al contrario!) da come sono rese in quest’ultima le fortificazioni turrite, che sembrano intersecare e includere i suddetti corsi d’acqua (e verso l’acqua si apre, in un tratto delle mura, anche una grande porta). E’ un aspetto che ci lascia intuire quanto fosse raffinata la tecnica ingegneristica romana nel campo dell’architettura militare, come in ogni altro settore dell’edilizia. Lo si sapeva, sia dalla trattatistica, sia da tante testimonianze archeologiche, ma vederne una conferma in forma di affresco suscita in chi guarda un’impressione unica. Però, tornando a noi, il fatto che la cinta muraria del dipinto (anzi, il vario e complesso sistema di fortificazioni che la compongono) sia radicalmente diverso dalle lineari mura repubblicane di Ostia è talmente evidente che non merita di soffermarvisi sopra.
Restano da prendere in considerazione i postulati di carattere metodologico che emergono dai paragrafi conclusivi dello scritto di Malini, e che, a suo avviso, ne giustificherebbero l’assunto generale. Cito testualmente: nel dipinto, “la composizione è costruita per giustapposizione di monumenti riconoscibili e può alterarne le relazioni geometriche per evitare sovrapposizioni. La posizione relativa degli edifici deve essere quindi confrontata per sequenze e rapporti, non mediante una sovrapposizione metrica immediata”. Ma già parlare tout court, per il dipinto, di “monumenti riconoscibili”, attribuendoli a Ostia, è tutt’altro che scontato (vedi sopra): e inoltre, non si capisce quali siano le sovrapposizioni che l’anonimo artista antico si sarebbe proposto di evitare, dal momento che l’immagine dell’Oppio non è una semplice “veduta a volo d’uccello” (definizione di Malini), ma combina le caratteristiche di una veduta prospettica con quelle di una planimetria zenitale, ribaltata verticalmente a beneficio dell’osservatore.
A questo proposito, in un altro passaggio l’autore dice che “non è possibile sovrapporre meccanicamente la pittura a una carta topografica, perché la rappresentazione antica disloca e ruota gli edifici per renderli leggibili”. E’ vero che ciò accade spesso, così come non si può negare la probabilità che lo straordinario reperto del Colle Oppio ci presenti un’immagine di città “necessariamente selettiva e idealizzata” (ancora Malini), ma bisogna vedere in che misura. Inoltre, sicuramente dobbiamo tener conto della tendenza di alcune espressioni dell’arte romana a far prevalere le esigenze dimostrative e “didattiche” (diremmo oggi) su quelle strettamente naturalistiche: ma di fronte a certe clamorose “dislocazioni e rotazioni” di interi complessi, come quelle che avremmo se credessimo che la Città Dipinta è Ostia, allora il rischio che corriamo è che davvero sia possibile dire tutto e il contrario di tutto senza tema di smentita, e fuor di ogni verifica archeologica – sia pure di larga massima – da effettuare sul campo.
Un simile esito non è, va detto onestamente, negli intenti di Roberto Malini, il quale auspica infatti un confronto topografico ulteriormente approfondito, ammettendo che “allo stato attuale sarebbe prematuro presentare Ostia come identificazione acquisita”. Sono d’accordo, e concluderei ribadendo che ogni ipotesi è comunque legittima (e ci mancherebbe!), tanto più in un ambito disciplinare – qual è quello dell’archeologia – nel quale necessariamente si procede in massima parte per ipotesi, per suggestioni, per spunti di ricerca. Proposti, verificati, smentiti, accettati (mai definitivamente), e così via.
Autore: Carlo Pavolini – carlo.pavolini48@gmail.com








