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Mario Zaniboni. Mitragliatrice di Pompei.

Molto spesso, leggendo certe notizie, si rimane perplessi e non si sa che dire quando dal passato viene a galla qualcosa che manda all’aria tutte quelle ipotesi e supposizioni che si erano formulate su un certo caso o una certa faccenda: questo perché il fatto avvenne in tempi tanto lontani da ritenere assurdo che, con le conoscenze di allora, ci potessero essere le basi per mostrare una modernità del tutto impossibile.
E proprio un caso analogo è stato individuato esaminando con estrema attenzione e meticolosità, senza lasciare sfuggire i minimi particolari, i segni millenari incisi sulle pareti delle mura dell’antica Pompei.
Come si sa, Pompei era una fiorente e ricca città, sita alle falde dell’infido e pericoloso Vesuvio, quando nel 79 d.C., il vulcano si svegliò, causando quel disastro, nel quale perì anche Plinio il Vecchio, è noto a tutti e concludendo la sua opera tutto seppellendo sotto una coltre di cenere dello spessore di 30 metri e anche più i centri abitati di Ercolano, Pompei, Stabia e Oplontis.
Dal punto di vista degli studi del passato, egoisticamente quella copertura fu un regalo per gli archeologi e gli studiosi attuali, perché senza ricerche approfondite si trovano belle e pronte le condizioni dei siti quasi tali e quali a quelle del momento del fatto in esame; esagerando, si potrebbe parlare di un avvenimento “di giornata” o giù di lì. Già, perché quell’enorme strato di pomice e fango solidificati ha fatto sì che tutto quanto era stato coinvolto e sepolto, al di fuori della portata dei cambiamenti climatici e delle attività atmosferiche, era in una tale situazione di sigillatura che, fino alla sua scoperta, non prima del XVII secolo, rimase quasi allo statu quo ante.
Ed è così che si è pervenuti ad una scoperta che ha lasciato tutti sorpresi e sconcertati. Eh sì, perché si tratta di un fatto imprevisto e, secondo le più normali conoscenze, nemmeno prevedibile: insomma, si sono individuate nella pietra cavità causate dall’artiglieria romana, ma a nessuno è venuta l’idea di cercare di spiegarne l’origine. I segni ritrovati sulle mura risalgono all’assedio effettuato dalle truppe del generale romano Lucio Cornelio Silla nell’89 a.C. Ma solo un’arma militare poteva lasciare simili cavità sui resti delle mura di Pompei: ma un tale tipo di arma esclusivamente in tempi moderni è presente e, purtroppo, utilizzata. Sì, i segni incisi sono stati causati da una macchina che in termini moderni non può che essere chiamata “mitragliatrice”: “mitragliatrice di Pompei”, appunto.
Chiaramente, questa arma ha scombussolate tutte le idee che si avevano sulle armi di quel tipo nell’Italia del I secolo d.C. Si sa con sicurezza che nel passato esistevano armi di lancio di notevole consistenza e micidialità (catapulte e baliste, per esempio), ma passare da ciò ad una potente arma automatica che lanciava contro il nemico proiettili in rapida successione, valutando le conoscenze meccaniche di allora, sembra il frutto di una mente ricca di tanta fantasia ed in vena di futurismo.
In ogni modo, dal passato sono giunte ai giorni nostri notizie a proposito di un’invenzione che fu valutata non veritiera dagli storici convinti che i tempi non solo non erano ancora maturi, ma ancora tremendamente acerbi. Invero, nel III secolo a.C., l’ingegnere greco Filone di Bisanzio parlò del cosiddetto “polibolo” (polybolos, cioè “lanciatore multiplo”): era definito un’arma da lancio, in grado di scagliare dardi in sequenza, senza la necessità di caricarlo ad ogni colpo; il tutto avveniva a seguito del funzionamento di un complesso meccanismo a catena. E l’invenzione, che fu attribuita a Dionisio di Alessandria, solamente dopo molti secoli fu riconosciuta come attendibile, giacché si era nella convinzione che certi principi di meccanica sino ad allora non fossero ancora stati affrontati e tanto meno studiati.
Ma come si giunse a quanto asserito?
Tutto quanto è dovuto alla perseveranza con la quale le studiose italiane Adriana Rossi e Silvia Bertacchi del Dipartimento di Ingegneria dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e Veronica Casadei del Dipartimento di Informatica e Ingegneria dell’Università di Bologna hanno non solo osservate ma attentamente esaminate le cavità lasciate da proiettili sulle antiche mura di Pompei: infatti, le studiose si sono rese conto che c’erano serie di cavità quadrate, disposte con regolarità “a ventaglio” e che non potevano essere state prodotte da fenomeni naturali: e, da qui, il ritenere che non fossero nient’altro che il risultato di attività umana il passo fu breve. Pertanto, la conclusione logica non poteva essere nient’altro che la reale esistenza del polibolo (o di qualcosa di analogo) e la sua applicazione in caso di guerra. E’ stata una scoperta clamorosa che ha dato il destro per verificare se impronte analoghe siano state prodotte (e mai riconosciute) in altre fortificazioni.
Però, naturalmente, si trattava di provare se effettivamente quanto si era intuito potesse corrispondere a quanto pensato. Così, il gruppo fece ricostruzioni digitali a 3D dei proiettili e dei rispettivi impatti sulla roccia, trovando che questi ultimi potevano essere stati prodotti da punte metalliche quadrate; e la conclusione fu che nessuna delle armi note a disposizione dell’esercito romano era in grado di produrre tali risultati.
Dunque, il polibolo, ignorato da tutti, era veramente esistito ed usato in battaglia come una balista automatizzata. Era una robusta struttura quasi tutta in legno che, con una trasmissione a catena agente su bracci a torsione, consentiva la carica e il lancio di proiettili in rapida successione, tanto da mettere le orde nemiche in difficoltà.
A questo punto, non resta che rivedere le nostre conoscenze sulle dotazioni tecnico-militari dei tempi antichi, sistemando quell’invenzione, secondo noi di un’epoca molto recente, alla sua nascita avvenuta più di duemila anni fa.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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