TORTORA (Cs). JULIA BLANDA, antica città italo-greco-romana.

Pubblicato il : 21 Giugno 2019
blanda

Antica città italo-greco-romana, può essere identificata, senza alcuna sorte di dubbio, con i resti trovati sul colle del Palecastro di Tortora. Numerose sono le testimonianze degli scrittori, degli storiografi e dei geografi dell’antichità greco-latina, che ne convalidano l’esistenza e ne rivelano in parte anche la vita e l’attività.
Strabone (63 a.C.-19 d.C.) cita Blanda tra le città della Lucania mediterranea, i cui confini erano segnati a nord dal fiume Sele e a sud dal Lao.
Plinio il vecchio (23-79 d.C.), geografo e naturalista,nella sua “Naturalia Historia”, enumerando le località poste tra il promontorio di Palinuro e la città di Reggio, menziona Blanda, ubicandola però sulla costa bruzia, commettendo un grossolano errore. Che la testimonianza di Plinio, che vorrebbe Blanda a sud del Lao, in territorio dei Bruzi, sia erronea, è dimostrato dal fatto che essa contrasta con quelle di tutti gli storici antichi e moderni, che dicono Blanda in territorio lucano, a nord e non a sud del suddetto fiume Lao.
Pomponio Mela, geografo del I secolo d.C. nel “De chorographia”, annovera Blanda tra le città rivierasche della Lucania. Claudio Tolomeo, matematico e geografo, ricorda Blanda come città mediterranea della Lucania. La Tavola Peutingeriana indica Blanda come stazione posta sulla via litoranea che dalla Lucania portava nel Bruzio.
Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) afferma che Blanda venne espugnata nel 214 a.C. dal console Quinto Fabio Massimo perché, come altre città meridionali, si era schierata con Annibale nella seconda guerra punica (218-201). Dalle testimonianze di Livio si desume che Blanda era centro lucano di primaria importanza.
Claudio Tolomeo, cosmografo del II secolo d.C., cita Blanda come città lucana.
L’esistenza di Blanda è confermata anche da un iscrizione sepolcrale su marmo rinvenuta ad Altomonte, registrata nel Corpus Inscriptionum Latinorum.
Un’altra testimoninza dell’esistenza del sito di Blanda è venuto alla luce nel 1970 per puro caso, quando un piedistallo monumentale con epigrafe è stato rinvenuto alle pendici del Palecastro.
Da un iscrizione sepolcrale si rivela che Blanda ebbe l’appellativo di Julia nella seconda metà del I secolo a.C., quando con la Lex Julia municipalis del 45 a.C., diventò municipio romano con proprie magistrature. All’inizio Blanda rimase legata a Roma come città federata ed ebbe un trattamento favorevole perché era città marinara e commerciale, prima di diventare colonia romana marittima e poi, dopo che la Lucania entrò nella cittadinanza romana, municipio.
L’Anonimo Ravennate, vissuto intorno al VII secolo, nel “De Geographia” cita il nome di Blanda.
Si sa inoltre che Blanda fu sede vescovile fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani temporaneamente privi di Pastore. Ma la sede non fu vacante per molto tempo se abbiamo notizie di un Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601. Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo Romano, continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudiosus Blandarum Episcopus. Da allora le vicende storiche di Blanda restano oscure ai posteri. Tuttavia gli studiosi ritengono che Blanda, come quasi tutte le città costiere dell’Italia meridionale, fu saccheggiata e distrutta dalle frequenti incursioni dei Saraceni.
Età ELLENICA
A partire dalla metà del IV secolo a.C., l’area in esame risulta ormai stabilmente occupata dai Lucani. La ricerca archeologica consente oggi di ricostruire con una certa attendibilità il sistema insediativo e riconoscere nel territorio tortorese un centro maggiore nella zona del Palecastro, identificabile con la città lucana di Blanda.
Del centro fortificato lucano restano i consistenti resti di una cinta di fortificazione in blocchi, da sempre in vista, e una notevole quantità di materiali ceramici del IV e III secolo a.C. Le mura cingono tutto il pianoro sommitale correndo per circa 1 Km lungo il ciglio. Sono documentate tre tecniche edilizie diverse che, in assenza di dati di scavo, non possono essere con certezza attribuite a differenti fasi: un tratto particolarmente ben conservato del settore sud-occidentale è in blocchi di calcare rozzamente sbozzati e sovrapposti a secco; la gran parte del circuito, invece, è in bei blocchi rettangolari, accuratamente lavorati e posti in opera; un tratto del settore meridionale, infine, è in blocchi di conglomerato di fattura irregolare, giustapposti con l’ausilio di numerose zeppe e malta. Lungo il tracciato, nei punti caratterizzati da prominenze rocciose naturali, si è riconosciuta la presenza di ben sette torri di avvistamento a pianta semicircolare; non si sono potute riconoscere, invece, tracce di porte, anche se l’accesso principale dovrebbe trovarsi all’estremità nord-orientale, in corrispondenza della sella con San Brancato.
Poco sappiamo delle vicende di Blanda nel corso del III secolo a.C.; le aree di necropoli sembrano esaurirsi verso la fine del IV secolo a.C. e lasciano ritenere che la comunità sia entrata in crisi già al tempo della spedizione di Pirro. Da Livio sappiamo che la città lucana di Blanda fu distrutta e occupata dal console romano nel 214 a.C. Infatti alla fine del III secolo a.C. la gran parte dei Lucani si schierò al fianco di Annibale contro l’espansionismo romano e, all’ indomani della definitiva sconfitta cartaginese, Blanda fu punita con la sistematica distruzione degli insediamenti e la confisca dei terreni. Gli scavi non hanno documentato distruzioni violente, ma è certo che Blanda divenne un centro amministrativo romano solo alla fine del I secolo a.C.
Età ROMANA
In seguito alla vittoria su Annibale, Roma diviene padrona di tutta la Magna Grecia. L’alto Tirreno Cosentino ed anche il territorio tortorese non vengono toccati dal alcun processo di ristrutturazione fino all’epoca graccana. Dopo due secoli di vita stentata, assai scarsamente documentata dai resti archeologici, sul colle del Palecastro si istituisce nella seconda metà del I secolo a.C. il centro di Blanda, già esistente sotto i Lucani sotto questo nome.
Il problema dell’identificazione di Blanda, dibattuto fin dal XVI secolo, è stato definitivamente risolto dopo gli Scavi della Soprintendenza iniziati nel 1990. Blanda assume in questo periodo un’ importanza ed un ruolo maggiore; ma essa non sembra strutturarsi come città di popolamento, viste le ridotte dimensioni, ma piuttosto come centro amministrativo e giudiziario di un territorio a prevalente vocazione rurale. La vita sembra scorrere tranquilla e florida per un paio di secoli, fino alla metà del II secolo d.C. circa, quando iniziano ad avvertirsi le prime avvisaglie di una crisi che si farà più acuta nel III secolo; allora tanto il Palecastro che molte ville verranno abbandonate o frequentate con minore intensità.
Sul pianoro del Palecastro, di epoca romana, gli scavi della Soprintendenza hanno portato alla luce un vasto complesso monumentale di prima età imperiale, da interpretare come il piccolo foro ed il centro religioso della colonia di Blanda. Si è potuto ricostruire, infatti, un piccolo piazzale quadrangolare, orientato coi punti cardinali, circondato da portici e botteghe.
Sul lato occidentale si sono esplorati tre edifici separati da stretti corridoi le cui caratteristiche planimetriche ed architettoniche ne suggeriscono l’identificazione con dei tempietti.
Due dei tre edifici, meglio conservati, mostrano caratteristiche comuni: sono rettangolari, costituiti da un unico ambiente sopraelevato rispetto al circostante piano di calpestio per mezzo di un modesto podio in muratura; erano accessibili tramite scalinate in muratura rivestite in blocchi; con ogni probabilità avevano un piccolo porticato (pronao) con due colonne in laterizio, i cui resti sono stati trovati negli stati di crollo antistanti le facciate.
Gli edifici presentano murature in opera cementizia; i muri esterni erano intonacati di rosso. Si tratta di tempietti su podio di tipo italico-romano, piuttosto rari in ambiente magno-greco, ma assai comuni in Italia centrale. I materiali ceramici rinvenuti in abbondanza negli scavi consentono di datarli nella seconda metà del I secolo a.C. e di supporne una vita fino alla metà del II secolo d.C. Il piccolo piazzale quadrato è delimitato a nord da una fila di sette vani quadrangolari aperti sulla piazza (forse botteghe); ad est un’analoga fila di ambienti è preceduta da un porticato, mentre il lato meridionale è costituito da un edificio stretto e lungo che si affaccia sul piazzale con una fronte pilastrata e sembra accessibile da ovest attraverso un grande arco(una sorte di basilica?). Lungo i pilastri di questo braccio meridionale del piazzale, nel 1970 fu rinvenuta la base di un monumento dedicato a Marco Arrio.
A Sud-Ovest del foro sono stati portati alla luce resti di ampie case organizzate intorno un cortile centrale ed affacciate su strade rettilinee. Lungo il lato orientale del piazzale si è rinvenuta la vasca di una fontana pubblica che ornava la piazza; al momento dello scavo la vasca è stata trovata ricolma di uno scarico di materiali che permettono di datare al IV-VI secolo d.C. il definitivo abbandono dell’area. In epoca tarda nel piazzale viene eretto un quarto edificio di carattere templare, assai mal conservato, anch’esso costituito da un piccolo pronao e da una cella; a qualche metro da est della fronte si è rinvenuto un blocco squadrato perfettamente in asse con l’edificio, probabilmente un povero altare.
In località Pergolo è stato portato alla luce un MAUSOLEO FUNERARIO , databile alla seconda metà del I secolo a.C., primo periodo della colonia Blanda Julia, in età romana.
Nella sagrestia della Chiesa Madre di Tortora è conservata la fronte di un sarcofago strigilato (appartenuto ad una Cominia Damianete) di fine III – inizi IV secolo d.C. (con l’epitaffio di due esponenti della gens Cominia), oggi esposto alla mostra di Palazzo Casapesenna.
Scarsissima la documentazione relativa alla tarda antichità, dalle fonti ecclesiastiche sappiamo che Blanda, oltre a rimanere stazione di sosta lungo la via litoranea, fu pure una delle sedi vescovili, documentate dalla fine del IV al 743. Un importantissimo riscontro archeologico a queste notizie è costituito dalla chiesa protobizantina rinvenuta a San Brancato. Si tratta di un edificio a pianta centrale con ingresso ad Ovest e tre absidi, databile tra il VI e VII secolo d.C.; all’interno e subito all’esterno sono alcune semplici tombe a fossa. La chiesa documenta il progressivo abbandono delle aree costiere, troppo esposte alle sempre più frequenti scorrerie saracene, ed il ritiro dei nuclei superstiti verso aree più interne; tale processo culminerà con la nascita dell’abitato normanno di Tortora su uno sperone roccioso sulla Fiumarella di Tortora a circa Km 5 dalla costa.

Fonte: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/altro/Pelcastro.html

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