TORINO. Il Papiro di Artemidoro, un falso pagato quasi tre milioni di euro.

Pubblicato il : 14 Dicembre 2018
artemidoro

Pochi giorni prima di andare in pensione, il procuratore di Torino Armando Spataro rende ufficiale l’esito della sua indagine sul falso rappresentato dal Papiro di Artemidoro. Scrive così: “la certezza del falso è abbondantemente provata, sulla base di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti”. Nonostante i fatti fossero già prescritti all’epoca dell’avvio dell’indagine, rimane tuttavia l’innegabile valore storico-culturale della verità che corona anni di battibecchi tra studiosi di opinioni differenti.
Il Papiro di Artemidoro, lungo due metri e mezzo ma frammentario, contiene un testo geografico con una mappa e diversi disegni. Era stato attribuito al geografo greco Artemidoro di Efeso vissuto nel I secolo a. C. grazie alla somiglianza di un brano contenuto nel papiro con un passaggio del trattato di geografia di Artemidoro noto come “Geographoùmena” e purtroppo non giunto a noi in modo integrale ma soprattutto attraverso le citazioni di ampi stralci negli altri autori e tuttavia in maniera sufficiente da farsi un’idea dell’opera e autore.
Grazie all’esposto del 2013 del filologo dell’Università di Bari Luciano Canfora “circa la falsità del papiro di Artemidoro” l’indagine ha avuto una svolta decisiva, dichiarando fin dal 2006 trattarsi con forti probabilità del falsario greco Costantino Simonidis vissuto nell’Ottocento. Infatti, secondo gli accertamenti disposti dal ministero dei Beni culturali sugli inchiostri utilizzati nella pergamena, i disegni sono di epoca certamente successiva al I secolo a.C.
Si è trattato, come riporta “la Repubblica”, di “truffa ordita dal mercante d’arte d’origine armena, nato in Egitto e residente in Germania, Serop Simonian, consumatasi grazie alla ‘leggerezza’ dei suoi interlocutori, che portò la Fondazione per l’arte della Compagnia di San Paolo ad acquistarlo come autentico nel 2004, al prezzo di 2 milioni e 750 mila euro per esporlo al Museo Egizio”.
In particolare un elemento dell’infelice vicenda lascia perplessi, sottolinea “la Repubblica”: cioè che “tra i documenti allegati all’acquisto del papiro (che si trovava in Germania) – che la procura ha acquisito nel corso della lunga indagine – c’è una lettera del 2 marzo 2004 con cui il delegato del governo federale per l’Istruzione e la Comunicazione di Bonn, Rosa Schmitt-Neubauer, conferma che non è necessaria alcuna autorizzazione all’esportazione del documento che in effetti ‘non appartiene ai beni artistici di valore per la storia tedesca’. Non è considerato, insomma, patrimonio culturale da tutelare nonostante si trovi in territorio tedesco”.
Inoltre, “vi è poi allegata l’istanza per la concessione dell’autorizzazione all’esportazione di oggetti antichi presentata all’Istituto per la Cultura nazionale del Museo d’Egitto, nell’aprile 1971, con cui sarebbe stato esportato dall’Egitto, e nella traduzione si legge che il materiale è descritto come ‘sacco di carta in parte con immagini in oro’ senza altri particolari. Vi si precisa anche che il suo valore è di 20 lire egiziane”.
A prescindere dall’amarezza a proposito dell’intera vicenda legata al falso papiro la Compagnia di San Paolo stessa ha espresso la sua volontà di chiarire quale fosse il reale valore del documento chiedendo di sottoporlo a un test definitivo sulla composizione degli inchiostri e su alcuni frammenti selezionati.
Piero Gastaldo poco prima di lasciare la presidenza della Fondazione così commenta: “Si annunciano ulteriori approfondimenti, ma diciamo che, pur non essendo di fronte alla “pistola fumante”, le evidenze preliminari sembrano supportare la tesi del falso più di quella dell’autenticità. Per quanto riguarda gli inchiostri la composizione appare decisamente diversa da quelli usati nei papiri egiziani del periodo dal I al VI secolo e i frammenti sembrano far emergere l’ipotesi che il papiro sia stato posizionato su una rete metallica zincata e sottoposto ad azione di acidi, un trattamento che ha determinato il trasferimento dello zinco alla rete metallica”.
All’epoca la direttrice del Museo Egizio, Eleni Vassilika nutriva dubbi sul documento donato dalla Fondazione, conoscendo l’operato del mercante Simonian che aveva già truffato il museo di Hildesheim, che lei dirigeva prima di arrivare a Torino.
Tuttavia c’era anche chi difendeva il valore dell’opera, come Salvatore Settis e il papirologo dell’Università Statale di Milano Claudio Gallazzi, insieme a Barbel Kramer dell’Università di Treviri, tanto da segnare la scientifica attribuzione dei contenuti del papiro ad Artemidoro di Efeso.
Finalmente, la disputa sull’autenticità del papiro può essere considerata ufficialmente chiusa con una richiesta di archiviazione per prescrizione riguardo all’estinzione del reato di truffa. Spataro conclude gli atti dell’indagine, dicendo: “ferma restando l’opacità assoluta dell’intera vicenda/trappola in cui la fondazione stessa è intercorsa e che sarebbe stata verosimilmente evitabile attraverso accertamenti, studi e consulenze affidabili prima dell’acquisto del cosiddetto papiro di Artemidoro”.

Autore: Maksym Rozhkovskyy

Fonte: www.qaeditoria.it, 11 dic 2018

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