ROMA. Xenodochio di VIII secolo in via delle Botteghe oscure.

Pubblicato il : 18 Maggio 2013
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20130516 bottegheUn autentico ospizio gratuito per forestieri, gestito da monaci che offrivano vitto e alloggio ai viandanti sulla via della fede. Un capitolo della Roma medievale noto solo sulle fonti, ma che fino ad oggi non aveva collezionato nessuna prova archeologica.
I risultati delle indagini sul cantiere di via delle Botteghe Oscure (condotte dalla Soprintendenza ai beni archeologici sotto la direzione scientifica di Fedora Filippi, e ormai concluse) sono stati presentati ieri in una conferenza all’Accademia Britannica di archeologia.
«Per la prima volta abbiamo l’opportunità di conoscere concretamente una struttura assistenziale per pellegrini stranieri, assai diffusa nella Roma medievale, ma che finora era nota solo sulle fonti storiche», avverte Riccardo Santangeli Valenzani professore della cattedra di Archeologia urbana di Roma dell’università Roma Tre, che ha studiato il patrimonio riaffiorato in collaborazione con Monica Ceci della Sovraintendenza capitolina.
«Dalle cronache dell’epoca sappiamo che a Roma erano state create almeno quattordici strutture di questo tipo specifico in epoca medievale, ma fino ad oggi non avevamo nessuna prova archeologica», ribadisce Santangeli Valenzani che da vent’anni sta indagando questa porzione della città a ridosso dell’area sacra di largo Argentina, per ricostruirne l’evoluzione nelle fasi medievali. Ed oggi riesce a identificare anche il momento clou dell’edificazione dello «Xenodochio»: «Dalle tecniche edilizie delle murature possiamo riconoscere una datazione tra l’VIII e l’inizio del IX secolo, e più precisamente va ricollegato al pontificato di Stefano II, tra il 752 e il 757, quando per sua volontà, vennero restaurati e potenziati tutti gli Xenodochii di Roma».
Dallo scavo (oggi ormai interrato per l’imminente inaugurazione del prolungamento del tram) sono riaffiorate murature in blocchi a definire un lungo corpo di fabbrica, articolato in una sequenza di ambienti che si aprono lungo un corridoio: «Potrebbe trattarsi proprio del famoso Xenodochio degli Anici, fondato dalla gens Anicia e rifatto da Stefano II», riflette Valenzani. La struttura emersa riguarda così i dormitori dei pellegrini, che rientravano in un complesso edilizio dotato di tutti i comfort, dal refettorio alle terme. Ma soprattutto, era collegato al suo oratorio, la chiesa di Santa Lucia de’ Calcarari. Sono i resti dell’originaria chiesa medievale (ristrutturata nel 1630 e poi demolita nell’800) ad aver arricchito il repertorio di scoperte.
LA CHIESA
«Ha una pianta con tre absidi ad angolo retto, l’unica planimetria di questo tipo attestata a Roma nell’VIII secolo», commenta Santangeli Valenzani. La chiesa è lunga sedici metri e larga dodici. La foma è svelata da blocchi che disegnano due absidi, le lastre di marmo che rivestono il piano del presbiterio, dove sono stati riconosciuti gli incassi per l’altare, e il muro della facciata della chiesa. «Manca il corpo centrale – avverte Valenzani – Nel ’600 è stato distrutto il pavimento della chiesa medievale per ricavare l’ossario». A darne memoria è il disegno di un teschio con ossa incrociate su una lastra di marmo.

Autore: Laura Larcan

Fonte: http://www.ilmessaggero.it, 16 mag 2013

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