ROMA. Nello stadio dei sogni eroi, misteri e futuro.

Pubblicato il : 3 Aprile 2008

Iniziano il 20 giugno i lavori di restauro sarà ricreata l´antica “spina” in terra rialzata.
La stampa dei progettisti mostra i 340 metri lungo cui i correvano i dodici carri. Dal lato della Fao la Torre della Moletta ospiterà uno spazio informativo.

A vederselo così davanti agli occhi – nitido, pulito, perfetto – il Circo Massimo sembra quasi già fatto. D´incanto, sulla stampata laser dei progettisti, gli è tornata, lì, nel centro, la lunga, lunga spina: quei 340 metri intorno a cui, i 12 carri correvano sfrenati mentre Roma impazziva per loro. E sembra già ricongiunto al Palatino, senza più il via vai di macchine che lo vìola ancora oggi. Persino la sua zona a ridosso della Passeggiata Archeologica, già scavata da anni, sembra promettere nuove sorprese e permetterti di capirlo meglio questo cuore ovale di Roma, dove ancora oggi si celebrano le feste più sentite dalla capitale. L´ultima grande si sta allontanando nel tempo: fu quando il divus Totti e la divina Ferilli celebrarono lì, in pompa magna, lo scudetto per la Roma Capoccia del campionato 2000-2001.
A sentirselo raccontare come sarà, alla fine dei lavori milionari che iniziano il prossimo 20 giugno dalla voce di Eugenio La Rocca, che – essendo non solo Soprindendente di Roma, ma anche docente di archeologia a La Sapienza – del Circo Massimo vede passato e futuro, questa appare come una delle restituzioni più vistose tra quelle che Antonio Cederna ha sempre sognato e anche chiesto, per decenni, a gran voce.
La Rocca: «Stiamo cercando di riportare a casa i vecchi sogni che Roma ha suscitato dall´800 a oggi. È un massacrante, entusiasmante, lavoro di ricucitura: via dei Fori Imperiali, l´Appia Antica con il tunnel nuovo che l´ha fatta rivivere, ora il Circo Massimo… Qui giocheremo tutto per recuperare quest´area così importante per la nostra storia: fu drenata dall´acqua già dai Tarquini, 2500 anni fa, ma, allora, era solo una enorme pista sterrata; fu Cesare, poi, nel 46 a. C., a fare i primi lavori in muratura, anche se solo la cavea più bassa era in pietra, tutt´intorno c´erano tribune di legno. E proprio quelle costruzioni furono uno dei focolai principali dell´incendio neroniano nel 64. Con Traiano le tribune cominciarono a diventare quel portento che conosciamo ormai solo dalle riproduzioni d´epoca. Ripuliremo tutto in modo da essere praticabile e leggibile, con una recinzione curva e semplicissima, del tipo che abbiamo usato per il Palatino, e lì continueremo a indagare nella zona già scavata, il lato verso la Fao, al cui centro c´era un Arco di Tito, e arriveremo a metterne in evidenza le fondazioni. Paradossalmente del Circo Massimo abbiamo poche informazioni e quelle poche sono abbastanza confuse. Plinio ci parla di 250 mila spettatori, ma altri – come Dionigi – dicono 150 mila, molto più verosimili; qui noi oggi ci troviamo un invaso lungo 600 metri ma, invece, le fonti ci parlano di 400 o 450 metri. Ci baseremo anche su monete, bassorilievi e certi altri stadi simili, per rievocarne le proporzioni e ricongiungerlo al Palatino dove è previsto un nuovo ingresso alla Casa di Augusto appena riaperta. Via dei Cerchi – che è lì da sempre – lì resterà: sarà solamente risistemata per pedonalizzarla. La spina? Sarà ricreata creando uno spessore di terra rialzata. E – in attesa di avere qui il nuovo Museo di Roma Antica – piazzeremo dei pannelli informativi per spiegare come funzionavano le gare, qui».
Rifarlo lì dov´era, com´era, sepolto com´è da cinque metri e mezzo terra, ormai che il Circo Massimo dei Romani, là sotto, galleggia su una enorme falda acquifera, non è proprio pensabile. Del resto non sarebbe facile neppure ricostruirne la spina, come la sacralizzarono poi gli imperatori: bisognerebbe, infatti, recuperare a Piazza del Popolo l´obelisco di Ramses II e, a San Giovanni, quell´altro di Tutmosis III che, importati dall´Egitto, vennero piantati proprio lungo la spina da Augusto il primo, da Costanzo II l´altro, per poi esser traslocati dai furori urbanistici dei papi.
In pista succedeva davvero di tutto, tipo, oggi, al Palio di Siena: alle curve si stringevano gli avversari; si facevano accordi per frenare il più forte; si volava in paradiso quando si era i primi a tagliare il traguardo. La folla aveva dei suoi idoli, strapagati, ma il Circo ebbe i suoi martiri.

Il più famoso? Scorpo, un campionissimo, con 2048 vittorie, che – morto in pista – meritò un epitaffio di Marziale, così dolce, e amaro insieme, che è bello far conoscere: «Io sono Scorpo (…) che il destino invidioso ha portato via a soli 27 anni: dal numero delle mie vittorie ha creduto fossi vecchio».
Il tifo era davvero sfrenato. Del resto il Circo era, quasi, un mondo a parte. Certo, la sua struttura – gradinate, tribune, sedili di prima, seconda e terza categoria; la tribuna dell´imperatore; il pulvinar rialzato per le divinità – dando ai Cesari il posto dei Cesari, agli dèi il posto degli dèi, al popolo quel che rimaneva libero, era una struttura che rispettava l´ordine gerarchico che teneva in a posto la città e l´impero.
Poi, però, c´era licenza di fischio per tutti: persino nei confronti dell´imperatore si osavano sberleffi e prese in giro, impensabili fuori da lì. Riuscirà lo spazio informativo – per ora previsto nella Torre della Moletta, lì, nel lato verso la Passeggiata Archeologica e la Fao – a raccontarcele tutte queste storie?
Certo che no. Ma proprio lì, a pochi passi dalla pista ovale – in quell´enorme complesso di palazzoni dove si ritiravano i certificati elettorali che non ti erano arrivati a casa – sorgerà il nuovo Museo della Città di Roma che, con i suoi 32 mila metri quadri previsti, promette di stupirci con effetti davvero speciali: ad accompagnare i reperti attualmente esposti al Museo della Civiltà Romana e la miriade di reperti conservati nei depositi, ci sarà infatti il virtuale per mostrare sia quel che, ormai, non c´è più, che per presentare le ultime antiche novità che salteranno fuori dai cantieri archeologici di Roma.
E sì, le vie del virtuale sono infinite. Difficile, invece, che vi trovi spazio quel che di cosmologico e di archeoastronomico il Circo suggerisce a tutti quelli che ne conoscono gli sviluppi bizantini.
E sì, a immaginarselo con tutti i significati che, via via, gli sono stati attribuiti, il Circo Massimo (e il Circo in genere, come anche l´Ippodromo) appare come un grande impianto sacro di mnemotecnica spaziale di cui La Rocca non vuol proprio sentir parlare.

E, anzi, ne ragiona con qualche fastidio: «Giochi intellettuali tardi: tutte queste allegorizzazioni della vita quotidiana non appartengono alla prima Roma. Lo dico sempre ai miei studenti: «Le cose sono molto più semplici di quanto non possa apparire. Non bisogna costruirsi strutture mentali che, poi, i Romani stessi non sarebbero stati in grado di capire».
Gli unici modi di raccontarle tutte le simbologie che nel Circo si coagulano e che man mano – soltanto da un certo momento in poi – si fanno sempre più chiare è, quindi, di affidarsi agli scritti della Nuova Roma, quella Costantinopoli che dal 324 in poi clona lì sul Bosforo mode, modi e passioni della Roma imperiale ormai in disarmo. Be´, a Bisanzio, fior di fonti ci raccontano dell´Ippodromo (voluto lì da Settimio Severo), che tanto diverso dal Circo Massimo non era.
Antonio Carile, ordinario di Storia Bizantina a Bologna, se le è spulciate tutte, insieme alle analisi dei moderni, per uno scintillante saggio (pubblicato anni fa ne La città gioiosa) e – convinto che «il simbolismo circense, antico quanto il circo stesso» possa contribuire a interpretare meglio cosa gli Antichi vi vedessero di sacrale e cosmologico – a un certo punto scrive: «Nell´ansia antica e tardoantica di riprodurre il cosmo, nelle scenografie della operatività sociale, il circo rappresenta il circulus anni, il polus e i limites aetherei, l´arena simboleggia la terra – ma quando è cosparsa di polvere preziosa è il cielo stesso – l´obelisco sulla spina è il sole allo zenit, l´euripo (il canale che costeggia la spina. Ndr) è l´Oceano, mentre le due metae, appositamente orientate, sono l´Oriente e l´Occidente, i dodici carceres (per i cavalli. Ndr) sono i mesi dell´anno e le dodici poste zodiacali. I quattro colori (delle squadre. Ndr) rappresentano il succedersi delle quattro stagioni e al tempo stesso gli elementa mundialia. Crederci? Non crederci? Erano davvero soltanto corse quelle 24 corse?

 


Fonte: La Repubblica 02/04/2008
Autore: Sergio Frau
Cronologia: Arch. Romana

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