ROMA. L’archeologo Mario Torelli: svelato il mistero degli Etruschi.

Pubblicato il : 7 Gennaio 2013
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20130104 etruschiTARQUINIA – Nello studio della civiltà etrusca capita di rado che l’alone di mistero intorno ai volti e ai nomi dei personaggi documentati dalle testimonianze archeologiche svanisca, rivelandone le vicissitudini personali e il loro posto nella storia dell’Etruria. Tra i casi eccezionali in cui è possibile coniugare le notizie storiche citate dalle fonti indirette (la letteratura originale etrusca è andata totalmente perduta) con le tracce materiali lasciate dai protagonisti, risalta quello offerto dalle vicende politiche della famiglia degli Spurinas, una delle gentes aristocratiche più in vista nella Tarquinia del IV secolo a.C., ma scomparsa molto presto dal novero delle grandi famiglie della città. Eppure, del ruolo di spicco rivestito nella scena politica da tre dei suoi membri, che si distinsero nella guerra romano-tarquiniese (358-351 a.C.), resta una prova certa nei famosi «Elogia» in latino incisi nella prima età imperiale su un monumento onorario nel grande tempio poliadico dell’Ara della Regina, scoperti alla fine degli anni Sessanta.
IL DOSSIER. L’intero dossier di notizie riferibili agli Spurinas è stato di recente ripreso dall’illustre archeologo Mario Torelli, che in una conferenza al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ha presentato una nuova chiave di lettura della documentazione esistente, attraverso la quale lo studioso è giunto ad un’inedita ricostruzione delle sorti della famiglia.
Secondo Torelli l’enigmatica uscita di scena dalla vita pubblica tarquiniese sarebbe da collegare ad una precisa motivazione politica, culminata con l’espulsione dei suoi membri dalla città. Ipotesi che lo studioso avanza sulla base di una serie di indizi, finora tralasciati, scaturiti dall’analisi della straordinaria decorazione pittorica della Tomba dell’Orco di Tarquinia, datata al IV secolo a.C. e attribuita alla gens Spurinas sulla base di un’iscrizione in parte frammentaria dipinta al suo interno. «La tomba – spiega il professor Torelli – rappresenta il capolavoro della pittura tarquiniese di età classica. Studi recenti permettono di ricondurre quasi certamente a maestranze greche il programma pittorico della camera sepolcrale più antica (Tomba dell’Orco I, realizzata intorno al 380 a.C.), come del resto dimostra il fatto che le iscrizioni sono state prima graffite e poi dipinte, evidentemente perché chi dipingeva non conosceva l’etrusco».
L’illustre archeologo ha da tempo riconosciuto nel personaggio raffigurato sulla parete centrale il «praetor Velthur Spurinna» capostipite dei personaggi ricordati negli «Elogia», il quale alla fine del V secolo a.C. guidò un’alleanza di città a combattere insieme agli Ateniesi sotto le mura di Siracusa.
L’ENIGMA. Ma è la nuova chiave di lettura dei dati riguardanti il secondo ambiente a suggerire una risposta all’enigmatico destino dei suoi aristocratici committenti. «Nella mia interpretazione» continua Torelli «due generazioni dopo la costruzione del sepolcro fu «Aulus Spurinna», il nipote del fondatore ricordato dall’epigrafe latina come il generale che tra il 358 e il 351 a.C. mosse l’esercito di Tarquinia contro Roma, ad ampliare la tomba creando intorno al 340 a.C. un’altra camera sepolcrale (Tomba dell’Orco II), con un programma figurativo di altissimo livello artistico. La decorazione dipinta comprende una descrizione dell’Ade popolata da divinità dell’oltretomba ed eroi della discesa agli Inferi omerica, insieme ad un messaggio programmatico – di tipo orfico-pitagorico – sui destini della famiglia». Su una delle pareti campeggia l’indovino Tiresia. Sul lato opposto la lettura della narrazione pittorica è lacunosa, perché le pareti sono state brutalmente scalpellate già in epoca antica.
«Nessuno si è mai posto il problema di quale fosse il contenuto della scena perduta» sostiene il Professor Torelli «ma la sua ricostruzione è possibile sulla base di una porzione di parete superstite, in cui si distinguono un tavolino con vasi d’oro e due inservienti infernali, chiaramente in funzione del soggetto che è stato distrutto. Certamente si trattava del banchetto dei membri della famiglia che, in pendant rispetto alla scena di Tiresia, erano la prefigurazione della reincarnazione degli eroi omerici».
In questa prospettiva, la cancellazione volontaria dei volti dei protagonisti della politica tarquiniese assume i contorni di una «damnatio memoriae». Secondo Mario Torelli «questo è il segno del crack politico del partito anti-romano rappresentato da Aulo Spurinna. Dopo la guerra tra Roma e Tarquinia, nel 308 a.C. venne misteriosamente rinnovata una tregua di quarant’anni tra le due città. È perciò probabile che nel mutato clima politico la famiglia sia stata cacciata, segnando la sua uscita di scena dalla storia di Tarquinia».

Autore: Chiara Morciano

Fonte: Il Messaggero.it, Viterbo, 4 gen 2013

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