Orazio FERRARA: I soldati, le armi e la guerra nell’Egitto antico.

Pubblicato il : 24 Gennaio 2004

Gli Hyksos: una lezione da imparare.

Per secoli gli influssi delle civiltà esterne sono relativamente pochi in quella società essenzialmente autarchica che è l’Egitto antico, per cui ancora più scarse, a maggior ragione, sono le novità apportate in un lungo arco di tempo alla sua struttura militare, organismo già di per se stesso tendenzialmente conservatore. Ciò viene, in larga misura, favorito dal compito soprattutto difensivo che ha davanti a sé per centinaia di anni l’armata egiziana. In un paese, alieno per tanta parte della sua storia da mire imperialiste, il suo ruolo è assai semplice: contenere e ricacciare le bande di nomadi predatori, provenienti dai deserti africani, e chiudere sul Sinai la porta ad un’eventuale invasione proveniente dall’Asia.

Così il guerriero delle prime dinastie è armato in modo fondamentalmente simile al fante che affronterà in battaglia gli invasori Hyksos. E quando, nel 1700 circa avanti Cristo, queste genti guerriere di stirpe oscura, guidate però quasi sicuramente da nobili indoeuropei, si presentano nel corridoio sinaitico, chiave dell’Egitto per un’armata nemica proveniente dall’ est, per gli egiziani è il bagno di sangue e la disfatta. Sconfitta dovuta senza dubbio alla struttura militare antiquata, su cui si abbatte, come un maglio distruttore, quella sconvolgente novità tecnologica costituita dal carro da guerra leggero a due ruote, trainato da cavalli, e di cui sono in possesso gli Hyksos. E’ dunque sull’onda amara di questa invasione che gli egiziani conoscono un nuovo modo di far la guerra e l’uso dei reparti carrati. Allora i vinti osservano in silenzio i vincitori nelle loro grandiose manovre militari che, secondo quanto scrive Manetone, si tengono ogni anno nella città fortificata di Avaris, e imparano. Non passerà molto tempo che, cacciati gli invasori, anche 1’Egitto cullerà la sua ambizione imperialista e dilagherà nell’Asia, raggiungendo sotto Thutmosi III (1500 a. C.) l’apice della sua potenza militare.

Distretti militari, privilegi e ricompense.

Nella rigida gerarchia della società egiziana la casta dei guerrieri viene immediatamente dopo la prima, che è quella dei sacerdoti. Tra le due caste è permesso il matrimonio ed i figli appartengono alla stessa casta del padre.

Non tutti i distretti o “nomi”, cioè i territori agricoli che ruotano attorno ad una città e in cui è suddiviso da tempo immemorabile l’Egitto, danno soldati all’armata, ma soltanto alcuni distretti destinati esclusivamente a tale compito. La cosa è comune nel mondo antico; a questo proposito si ricordino le città dei carri da guerra del re Salomone, citate dalla Bibbia. Erodoto nel secondo libro delle sue “Storie” riporta l’elenco completo dei distretti militari egiziani e fa ascendere a circa 410.000 gli uomini atti alle armi, cifra che si ritiene eccessiva, dato che, anche nei suoi momenti migliori, l’armata egiziana non supererà mai i 50.000 effettivi. Probabilmente Erodoto si riferisce soltanto alla potenzialità del serbatoio umano maschile cui attingere.

Annualmente, in tempo di pace, i distretti sono tenuti a mandare al faraone complessivamente circa 2.000 guerrieri scelti, che costituiscono la sua guardia personale, a questi, dopo l’adozione del carro da guerra, si aggiungerà un reparto carrato forte di 600 veicoli. Sia in pace che in guerra ai soldati egiziani non viene corrisposta nessuna paga, d’altronde essi non conoscono la moneta, questa verrà adottata dopo Alessandro il Grande sotto i Tolomei.

Comunque i guerrieri godono di alcuni privilegi: dodici “arure” (circa tre ettari) di terra libere da imposte. Inoltre chi fa parte del corpo di guardia del faraone riceve ogni giorno un peso di cinque mine di grano abbrustolito, due mine di carne .bovina e quattro aristeri (più di un litro) di vino. Infine a tutto ciò va aggiunto l’eventuale bottino di guerra: i nemici vinti che diventano loro schiavi e, per i più valorosi, preziose asce d’ oro offerte dallo stesso faraone.

Le insegne di combattimento.

Ogni “nomo” o distretto possiede da tempi remoti il suo emblema araldico, il quale viene dipinto o scolpito sulle insegne che si portano in guerra; per cui tutti i soldati originari di una stessa località marciano e combattono all’ombra dell’insegna, che ritrae l’animale o l’albero sacro del distretto di provenienza. Queste insegne militari sono generalmente delle lunghe aste di legno con sopra scolpita la divinità, come si rileva dal bassorilievo di una tavoletta di cosmetici, raffigurante la vittoria del mitico faraone Narmer. Tra le più famose ricordiamo l’insegna con la testa d’ariete, sotto la quale combattono i valorosi guerrieri del distretto tebano, il cui dio protettore è Amon adorato appunto nelle spoglie di ariete, e l’insegna con lo scarabeo dei battaglioni di Menfi, città in cui dimora Ptah il più antico degli dei, raffigurato in forma scarabeo. Con il tempo le insegne di combattimento si ridurranno alle cinque delle grandi divinità: Amon, Ra, Ptah, Sutekh e Phra. Esse daranno il proprio nome ad ognuna delle cinque grandi unità, ciascuna forte di circa 10.000 uomini, in cui durante il Nuovo Regno verrà suddivisa l’intera armata egiziana.

I conducenti di carri, l’élite combattente.

Il primo tipo di carro da guerra egiziano è quasi esclusivamente una copia di quello usato dagli Hyksos: cassone leggero di legno, aperto dal lato posteriore, montato su due ruote a quattro raggi e trainato da due cavalli.

Sul cassone, che è provvisto tra l’altro di una grande faretra fissa, prende posto un solo guerriero che funge da auriga e da arciere.

Dal 1400 circa a. C. vengono apportate una serie di piccole modifiche tecniche che migliorano enormemente le possibilità tattiche del carro da guerra: la ruota viene rinforzata ed ha sei raggi, sul cassone adesso possono prendere posto due guerrieri, un arciere provvisto di un grande arco ad una sola curvatura e un auriga, che in battaglia funge da scudiero proteggendo l’altro con uno scudo, ambedue indossano corazze di cuoio e bronzo. Inoltre il nuovo carro è completamente smontabi1e, affinché possa essere trasportato a dorso d’asino sul terreno accidentato.

Sia l’allevamento dei cavalli che la costruzione dei carri in Egitto sono di buon livello, tanto che Salomone, quando deciderà di fornire le sue armate di reparti carrati, si rivolgerà agli egiziani. “…e di consueto facevano salire ed esportavano dall’Egitto un carro per seicento pezzi d’argento e un cavallo per centocinquanta…”. Così la Bibbia nel Secondo delle Cronache.

I conducenti di carri, nella casta già privilegiata dei soldati, godono di una posizione prestigiosa, essi provengono dalle file della nobiltà e i più valorosi vengono assegnati alla protezione della sacra persona del faraone, questi è di una munificenza davvero regale per chi, tra essi, si copre di gloria in battaglia: perfino mille ettari di terra esenti da imposte. In tempo di pace dedicano particolare cura all’addestramento dei cavalli e agli esercizi in formazione su carri. Tatticamente i reparti carrati precedono ed affiancano la fanteria in marcia, per cui in battaglia si suddividono in appoggio ai vari corpi in cui è frazionata l’armata. Questa suddivisione costerà assai cara agli egiziani nella tragica giornata di Kadesch (1296 a. C.), quando sulle rive dell’Oronte si svolgerà la più grande battaglia di carri che la storia antica ricordi e che vedrà la superiorità tattica degli Ittiti, i quali genialmente concentreranno tutti i loro carri in un’unica massa d’attacco.

Vestimenta, armi di difesa e razione di guerra.

I soldati egiziani portano come veste una semplice fascia di tela bianca, sorretta alla vita da una cintura, e lunga quasi fino al ginocchio. Gli ufficiali hanno inoltre sandali di cuoio e grandi mantelli. Soldati e ufficiali sono sprovvisti di elmi, portano soltanto un copricapo di tela per difendersi dal cocente sole africano. L’arma di difesa per eccellenza è il caratteristico scudo egiziano rettangolare con la parte superiore ricurva, esso è costituito da una pelle d’animale, generalmente d’ippopotamo, ma anche d’antilope come quello di Tutankhamon, stesa su un leggero telaio di legno. La facile deteriorabilità di questo scudo e quindi la eccessiva richiesta costringono l’Egitto a farne una produzione a livello industriale, per cui in tante pitture del tempo si vedono decine di operai intenti alla loro fabbricazione. Durante la marcia lo scudo viene appeso alla spalla mediante una striscia di cuoio. Qualcuno ha parlato di uso da parte degli egiziani dello scudo rotondo, ma è in errore perché se in alcuni bassorilievi, specialmente del Nuovo Regno, si notano soldati con scudo circolare, queste raffigurazioni si riferiscono per lo più a contingenti mercenari assoldati dal faraone. E’ il caso dei greci agli ordini di Psammetico I, e di Ramesse II con i suoi Sherdi.

L’uso delle corazze viene introdotto ai tempi del Nuovo Regno, ma esse resteranno sempre appannaggio della classe dei nobili. Le corazze egiziana di fattura molto semplice, con cuoio rinforzato da lamine di bronzo, devono essere molto efficienti se dobbiamo credere ad Erodoto, il quale scrive che esse sono richieste dagli ufficiali persiani, e quest’ultimi in fatto di armi non sono secondi a nessuno. Infine sono da citare gli amuleti, le sentenze su papiro, gli occhi mistici, gli anelli con lo scarabeo, le piume di animali sacri, che per il superstizioso soldato egiziano costituiscono l’estrema ultima difesa di fronte alle armi nemiche.

Povera come il vestimento è la razione di guerra che il soldato porta con sé in marcia: grano abbrustolito, acqua, pane di fichi pressati e uva secca, più cipolla ed aglio.

Armi di offesa.

Arma di offesa, tenuta in somma considerazione dagli egiziani, è il grande arco ad una sola curvatura, esso è in dotazione agli arcieri, che sono, insieme con i conducenti di carri, anch’essi d’altronde arcieri, l’élite delle forze combattenti dell’armata. La predominanza degli arcieri sulla fanteria, quest’ultima armata sempre alla leggera con scudo, scarsamente resistente, e lancia di non pregevole fattura, è comune a tutta l’area dei popoli semitici ed è spiegabile con il tipo di guerra che si conduce nelle grandi e desertiche pianure afro-asiatiche. Comunque questa peculiarità della predominanza dell’arco di fronte alla lancia sarà fatale ai popoli camito-semitici, quando gli stessi si scontreranno con il fante pesantemente armato dei popoli indoeuropei. Infatti tutte le grandi vittorie di quest’ultimi, cominciando dagli Ittiti, passando per gli opliti greci, per finire alle falangi macedoni e alle legioni romane, su eserciti asiatici, generalmente più numerosi, saranno dovute nella maggior parte dei casi proprio alla carta vincente del fante pesantemente armato.

Gli arcieri egiziani per i loro archi, nei primi tempi, si servono di frecce di giunco con punta di pietra o di osso. Tale pratica non verrà mai del tutto abbandonata perché, in un paese povero di materie prime qual’è l’Egitto, è uno spreco economico enorme usare, per la punta delle frecce, il bronzo o il ferro.

Altra arma d’offesa è la lancia con asta di legno non molto lunga, circa m. 1,60, e con punta e manicotto di bronzo, che più tardi sarà sostituito dal ferro. Infine abbiamo, per gli ufficiali, la spada ricurva atta a colpire di taglio, questa, chiamata “khopesch”, sembra caratteristica dell’armamento egiziano, ma in realtà è assai diffusa anche nell’area semitica; come è confermato dalla stessa Bibbia, che usa sempre letteralmente la frase “colpire di taglio” e quando descrive una spada a due tagli, atta a colpire di punta, la menzione come una rarità.

Anche la doppia ascia è un’arma abbastanza diffusa tra gli ufficiali dell’esercito egiziano. Dalle pitture murali della tomba di Nakht (circa 1400 a. C.) si rileva l’uso, come arma di offesa, del boomerang. L’armata disponeva inoltre di un corpo di frombolieri.

Esploratori e rifornimenti.

Il compito di esplorare il cammino dell’armata in territorio nemico spetta ad un gruppo di soldati scelti guidati da un nobile di grado elevato, che per questa sua funzione prende il titolo di “mohar”. Al mohar, che usa il carro da guerra, spetta dunque di segnalare, per iscritto, direttamente al faraone i corsi d’acqua, le valli, le montagne, le città, le risorse, i passi del territorio nemico. L’accentrare nelle mani di un uomo solo una così delicata missione non è privo di pericoli, infatti Ramesse II, stando a quando racconta il poema di Pentaur, cadrà nella trappola di Kadesch per un grave errore (o tradimento?) del suo “mohar”.

Le continue puntate offensive contro la Siria, obiettivo costante nella strategia del nascente imperialismo egiziano, pongono lo stato maggiore del faraone davanti a seri problemi logistici, in particolar modo l’attraversamento del deserto del Sinai, sprovvisto di sorgenti d’acqua. Per ovviare a quest’ultimo inconveniente l’armata egiziana organizza un vero e proprio reparto di truppe cammellate, addette esclusivamente al trasporto degli otri di pelle riempiti della preziosa acqua. Per quanto riguarda il materiale bellico di ricambio quale lance, spade, frecce e scudi, esso viene trasportato a dorso d’asino.

Fortificazioni, guarnigioni e accampamenti.

Circondato da formidabili difese apprestate dalla natura: il deserto ad ovest, il mare a nord, le alte montagne a sud, l’istmo e il Sinai ad est, l’Egitto non avrà mai bisogno di importanti opere di fortificazioni per proteggere le sue frontiere. Si spiega quindi l’estrema povertà dell’architettura militare egiziana. Bisogna attendere l’ascesa di Sesostri III (1887 – 1850 a. C.) al trono dei faraoni per vedere un rudimentale sistema di fortezze costruite nel sud del paese, ma esse in realtà, più che per la difesa esterna, servono a rinsaldare il dominio egiziano sulla Nubia.

Sono i successivi faraoni della XII dinastia (1800 circa a. C.) a costruire, a più riprese, sull’istmo di Suez una poderosa muraglia difensiva detta “Muro del Principe”, affinché – come si legge in una iscrizione del tempo – ” i predoni del deserto arabico e siriaco non facciano più bere le loro greggi nel Nilo”. Dato che è proprio lì, sull’istmo, la chiave dell’Egitto, acquista particolare importanza strategica la città di Pelusio. Però è soltanto durante il regno di Psammetico (651 a. C.) che essa godrà stabilmente di un corpo di guardia, in questo stesso periodo vengono dotate di una guarnigione permanente anche altre piazzeforti di notevole importanza, quali la città di Elefantina di fronte agli Etiopi e la città di Marea di fronte ai Libici. Ancora ai tempi in cui scrive Erodoto i corpi di guardia delle truppe di occupazione persiana risiedono negli stessi posti.

Per i loro accampamenti gli egiziani adottano la forma rettangolare con la difesa di un argine di terreno rinforzato dagli scudi; tale schema è dovuto quasi certamente, come tante altre cose militari, agli Hyksos, come sembra confermare il ritrovamento, fatto dagli archeologi, nella parte meridionale del Delta del Nilo di un vasto accampamento militare degli Hyksos dalla forma rettangolare, circondato da un argine di terra battuta.

Addestramento, disciplina e trattamento dei prigionieri.

L’addestramento per chi risiede nei distretti, destinati alla leva militare, comincia fin da bambino, e non deve essere molto piacevole se da un testo del Nuovo Regno leggiamo la seguente descrizione: “…quando egli (il soldato) è ancora in tenera età, viene preso e portato in una caserma. Qui deve abituarsi alle dure fatiche militari e per ogni lieve trasgressione il suo corpo viene battuto come un papiro. Deve abituarsi anche a portare carichi più pesanti di una soma di un asino e a bere acqua putrida… tutto ciò in previsione delle lunghe marce nelle assolate terre siriane”.

Il reato più grave di cui può macchiarsi un soldato egiziano è quello di diserzione. La pena è, come in tutti i tempi e per tutti gli eserciti, la morte, con l’aggravante però per il soldato egiziano che i suoi genitori vengono condannati al lavoro forzato nelle miniere. Malgrado ciò questo reato non è poi tanto raro, anzi sotto il regno di Psammetico si ha addirittura una diserzione in massa del corpo di guardia della piazzaforte di Elefantina, stanco, secondo quanto scrive Erodoto, di non essere rilevato dopo tre anni di guarnigione. I disertori, per sfuggire all’immancabile vendetta del faraone, si arruoleranno poi sotto le insegne del re etiope di Napata.

Per quanto riguarda il trattamento dei prigionieri di guerra e delle città conquistate, gli egiziani ignorano, nel modo più assoluto, la spaventosa crudeltà dei popoli semiti, difatti i prigionieri diventano semplicemente schiavi dei vincitori, il che non è poco se si pensi soltanto per un attimo all’impalamento o alla scorticazione della pelle, praticati sistematicamente dagli eserciti assiri nello stesso periodo. Una delle rare eccezioni a questa benevolenza verso i nemici vinti è quella del faraone Meremptah (l238 a. C.), che, dopo aver sbaragliato i predoni libici, ordina per rappresaglia l’indiscriminata decapitazione di tutti i prigionieri. Ma, a parziale discolpa di quel faraone, sta il fatto che quei feroci predoni si erano resi responsabili di orribili torture nei confronti di indifesi contadini egiziani.

Autore: Orazio Ferrara
Cronologia: Egittologia

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