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MODICA (Rg). La Fornace Penna a Sampieri. Insediamento industriale e monumento dell’ingegno dei primi del ‘900.

Nella coscienza collettiva di piccoli e grandi lo ”stabilimento bruciato” di Pisciotto, così comunemente chiamato, è sinonimo di libertà, di vacanze, di spensieratezza, di incontro.
Per molti modicani e sciclitani un’estate non inizia e non finisce senza aver preso almeno un bagno in questa splendida cale, dalle acque limpide ed azzurre, ove i ruderi della fornace, con la ciminiera ancora alta nonostante i recenti crolli, si rispecchiano e dominano il litorale di Sampieri.

Sicuramente la “Mannara” come viene nominata la località dove sorge la fornace negli episodi degli sceneggiati televisivi del “Commissario Montalbano”, o la “Basilica laica in riva al mare” come la definisce Vittorio Sgarbi,  è uno degli angoli più magici e suggestivi del litorale, posto fra Marina di Modica e Sampieri. Quest’ultima è un’accogliente località balneare che conserva i segni dell’originario villaggio marinaro con casette di pescatori ed un molo, memoria dell’ottocentesco piccolo scalo di bastimenti destinati al commercio con Malta.

La fornace Penna, ed il relativo complesso, venne costruita tra il 1910 ed il 1915, in un’ottica di diversificazione della tradizionale rendita capitalistica, da esclusivamente agraria e latifondista ad industriale.
L’opificio sorse al centro, su un’alta scogliera, tra due spiagge: quella di “Sampieri” e quella del “Ciarciolo” (caricatore) del Porto Salvo (oggi Marina di Modica) ed era raggiungibile attraverso un’antica ”carrettabile” che, venendo giù da Scicli, e costeggiando il pantano di Sampieri, immetteva in un rudimentale ponte di legno che serviva a superare uno dei tanti canali di drenaggio dello stesso stabilimento e permetteva ai carri l’ingresso al cortile adiacente i magazzini.

Vicino al sito vi si cavava l’argilla, elemento primario per la realizzazione delle tegole, e l’acqua, che serviva per l’impasto, veniva attinta in una vicina grotta da cui scaturiva naturalmente.
La fabbrica costruita con un sapiente gioco di archi ed elementi in pietra congiunti l’un l’altro senza malta, in un affascinante equilibrio statico, era dotata di una ciminiera alta ben 41 metri. A quell’epoca tale costruzione, per i materiali usati, era considerata un’azzardata opera di ingegneria industriale e produceva soprattutto laterizi di copertura, i tradizionali e diffusissimi ”coppi” e le innovative, per quel tempo, tegole marsigliesi.

Attorno al grande complesso sorgevano i locali di servizio, fabbricati atti alla essiccazione dei laterizi rivolti al mare ed oggi quasi del tutto scomparsi tranne per le fondazioni dei muri perimetrali; gli alloggi degli operai, i magazzini in cui venivano conservate le tegole pronte per la commercializzazione e più in là, in direzione di Marina di Modica, la casa del responsabile dell’opificio. Il complesso riusciva a produrre da sei mila a otto mila laterizi al giorno impegnando un centinaio di operai.

Ebbe breve vita in quanto nel 1926 un vasto incendio distrusse la totalità delle infrastrutture lignee dell’edificio, interrompendo in un solo colpo i sogni industriali del Barone Penna e soci ed il lavoro di un centinaio di uomini.
Da quel momento nulla si fece per far risorgere la fornace. Gli spazi antistanti l’opificio vennero, come in passato, utilizzati per la coltivazione delle viti.

Oggi a distanza di molti anni da quel tragico incendio l’imponente scheletro della fornace, sempre in più totale abbandono, è lì in un tutt’uno con la scogliera, in contrada Pisciotto di Scicli, testimonianza visibile e tangibile di uno dei primi insediamenti industriali di primo novecento della provincia di Ragusa.


Mail: cultura@ingegnicultura.it
Autore: Mario Incatasciato
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