Jared DIAMOND: “Collasso” – Finiremo come i vichinghi?

Pubblicato il : 5 gennaio 2006

”Intorno all’anno 980 una testa calda norvegese di nome Erik il Rosso fu accusato di omicidi e costretto a partire per l’Islanda. Qui presto si macchiò di altre uccisioni e dovette di nuovo fuggire. Erik si ricordò del fatto che, molti anni prima, un certo Gunnbjorn Ulfssön era andato fuori rotta e aveva così avvistato delle piccole isole spoglie che si trovano appena al largo della costa sudorientale della Groenlandia. Erik tentò la fortuna partendo alla volta di queste terre misteriose”.

È l’inizio di uno dei più curiosi e frustranti episodi della storia: i vichinghi, che da due secoli ormai razziavano le coste dell’intera Europa, che avevano risalito il Volga fino alle sue sorgenti, varcato lo Stretto di Gibilterra e raggiunto il Canada, stabilirono una colonia in Groenlandia. Qui prosperarono per quattro secoli, allevando mucche, cavalli e maiali, costruendo fattorie modello e grandi chiese, e importando tutto quel che serviva loro per conservare l’immagine di una cultura al passo con le mode europee del tempo: vetrate istoriate e candelabri di bronzo, giubbe e cappelli a cilindro, pettini e abiti femminili scollati. All’inizio del Quattrocento la loro società degenerò rapidamente, fra violenze e carestie. I contatti con la madrepatria si interruppero e, quando ripresero, circa due secoli dopo, dell’antica colonia non c’era più traccia. Buona parte degli abitanti, si pensa, era semplicemente morta di fame.

Che cosa era successo? I vichinghi non avevano capito il loro ambiente e lo avevano violato, rimanendo infine vittime della loro insipienza. Al loro arrivo, avevano trovato “un territorio vergine, con verdi campi sui quali nessun animale aveva mai pascolato e con foreste intatte”. Abituati al clima più mite della Norvegia, avevano assunto che tanta grazia di Dio si sarebbe rapidamente rigenerata e avevano proceduto a “bruciare interi boschi per creare terreni da pascolo e ad abbattere gran parte degli alberi rimasti per procurarsi legna da costruzione e da ardere”. Non sapevano di aver invece ereditato l’equivalente di un grosso conto in banca in cui non affluisce nuovo denaro; non prevedevano che, una volta consumate le risorse esistenti, accumulate nel corso di migliaia di anni, la lunghezza di una o più vite umane non sarebbe stata sufficiente per creare nulla di analogo. E mantenevano consuetudini del tutto inadeguate alla fragile geografia del posto: i loro animali “estirpavano le pianticelle appena nate e calpestavano il terreno”; le loro costose importazioni li costringevano a sprecare parte della breve estate artica inseguendo l’avorio dei trichechi (la loro più preziosa merce di scambio); e, inspiegabilmente, non mangiavano pesce. Fino all’ultimo, fino alla loro completa estinzione, non si trova nella spazzatura che hanno lasciato alcuna lisca.

La tragica epopea dei vichinghi groenlandesi costituisce il baricentro di “Collasso”, il nuovo libro di Jared Diamond (già autore di “Armi, acciaio e malattie”). È una storia nostalgica e struggente, di uomini e donne sperduti nel più remoto avamposto della civiltà occidentale e ottusamente fedeli ai più assurdi dettagli di quella civiltà.

La sua morale è forte e chiara; leggendola, non possiamo non riflettere ansiosi su come stiamo spendendo il nostro conto in banca, su quanta energia e quanta ricchezza stiamo bruciando per comprare l’equivalente di cappelli a cilindro e pettini alla moda nel mezzo di una tempesta di neve. Ma la logica inflessibile del best-seller non ci consente di riflettere a lungo.

Quanti film di Hollywood sarebbero graziosi piuttosto che insulsi se non dovessero comunque raggiungere le due ore regolamentari! Così qui, per avere our money’s worth, servono le regolamentari cinquecento pagine, riempite parlando di Maya e Anasazi, dell’Australia e dell’Isola di Pasqua, del Ruanda e della Cina. E, perché no?, del Montana, dove Diamond trascorre ogni anno le vacanze. Alcuni di questi resoconti hanno un certo interesse, altri meno; nessuno aggiunge granché a quanto abbiamo imparato dalle umane, troppo umane vicissitudini dei coloni norvegesi.

Due cose soprattutto abbiamo imparato. Primo, l’ignoranza uccide, ma la conoscenza aiuta solo se le si dà retta. I vichinghi non potevano sapere a che cosa andavano incontro; noi, anche per merito di libri come questo di Diamond, lo sappiamo benissimo. Sappiamo che l’intero ecosistema è fragile, sappiamo che manca poco perché il nostro conto vada in rosso; eppure il paese più potente (e più inquinante) del mondo fa ritirare il suo rappresentante quando la discussione a un convegno sul riscaldamento globale minaccia di aprirsi sulla necessità di stabilire limiti alle emissioni nocive. Secondo, davanti a rischi del genere anche i nostri valori più cari vanno rimessi in discussione, perché potrebbero essere tanto autodistruttivi quanto l’eurocentrismo dei vichinghi.

Dopo aver tratto questa conclusione, Diamond si rivela legato a filo doppio ai valori che definiscono la società contemporanea, cioè ai valori del mercato, e suggerisce di scaricare i costi di una migliore gestione dell’ambiente sui consumatori, invitandoci nel frattempo a tacitare la nostra coscienza mandando contributi a qualche associazione benefica. Ma, a dispetto di questa sua sciagurata miopia, la conclusione è corretta. Ci servono davvero tutti i cappelli a cilindro che compriamo? Dobbiamo continuare a sostenere la produzione di cappelli a cilindro? Se non siamo in grado di rispondere a tono a queste domande, ci aspetta un esito come quello che ebbe luogo, in una notte di aprile di un secolo fa, non lontano dalla Groenlandia. Ci calcheremo in testa il cappello a cilindro e danzeremo sulla tolda, mentre la nave definita inaffondabile sprofonda negli abissi.

Fonte: La Stampa Tuttolibri 02/01/2006
Autore: Ermanno Bencivenga

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