Giuseppe PIPINO. Il castelliere di Mongrando? L’ha costruito Talponàt il matt.

Pubblicato il : 13 Novembre 2006

Tra le numerose fandonie dure a morire che riguardano la Bessa, la nota discarica delle miniere d’oro romane vicino a Biella, e che in qualche modo vengono alimentate proprio da quei funzionari della Soprintendenza Archeologica che invece dovrebbero fare chiarezza, quella del “Castelliere di Mongrando” è tra le più singolari.

La “scoperta” e la definizione di “Castelliere-Necropoli” si debbono al sacerdote Carlo Rolfo, noto autore di un fantasioso volumetto su un presunto “grande popolo estinto”, quello dei Vittimuli, pubblicato nel 1966 quando scavi ufficiali, innescati dalle sue precedenti rivelazioni alla stampa, avevano già fatto giustizia della fantastica scoperta.  Gli scavi, preceduti da saggi preliminari eseguiti l’anno precedente in collaborazione con il Centro Studi Biellesi, vennero eseguiti dal 28 ottobre al 14 dicembre 1965 dall’allora Soprintendenza alle Antichità per il Piemonte, e di essi esiste un dettagliatissimo giornale redatto da Giacomo Calleri che li seguiva per incarico del Soprintendente Carlo Carducci e in collaborazione con la dott.sa Fausta Scafile e del geom. Pierino Cerrato, della stessa Soprintendenza:  a quest’ultimo si deve uno schizzo planimetrico della costruzione, eseguito l’anno precedente ed allegato al giornale.

Gli scavi evidenziarono la presenza di una costruzione a terrazzi sul fronte orientale di un cumulo di ciottoli separato dalla vecchia strada selciata da una fascia di terreno pianeggiante e spoglio di sassi, in superficie.  Si trattava di tre stretti ripiani sormontati per pochi decimetri dalla sommità irregolare del cumulo a sassi sciolti, per un’altezza totale di circa 12 metri, delimitati da muri di ciottoli messi in opera a secco e poggianti, a profondità di pochi decimetri sotto terra, su sassi sciolti ben lavati, ad eccezione di quello più basso, poggiante su sassi misti a terra costituenti il fondo della piana inferiore.  Nei muri, spessi dai 60 agli 80 centimetri, erano ricavate una diecina di aperture, fra le quali nicchie con lastre di pietra di copertura che, in almeno tre casi, presentavano “…tracce di cemento dove le lastre di pietra poggiano sui muriccioli di sostegno”.  Lo scavo all’interno e alla base delle nicchie non aveva dato alcun risultato utile:  al fondo di una di esse furono trovati resti di coppi e mattoni recenti, mentre durante le esplorazioni preliminari in un’altra era stata trovata un frammento di lamiera zincata molto ossidata.  Sui ripiani era presente uno strato di terra probabilmente trasportata ad uso agricolo:  vi si trovavano infatti tracce di vite e numerosi frammenti di mattoni, coppi e ceramica invetriata locale, del Sette-Ottocento.  Sotto lo strato di terra, spesso da 40 centimetri a poco più di un metro, si trovavano sassi sciolti, ben lavati, ad eccezione del terrazzo più basso dove, alla profondità di un metro e 25 centimetri, fu trovato “…uno strato di banco alluvionale vergine” composto da “…terreno compatto misto di ghiaie duramente cementate”.  Tra i ciottoli sciolti sottostanti e circostanti la costruzione, ma solo nei livelli più alti, si rinvennero sporadici frammenti di ceramica antica, mentre nessun reperto importante fu trovato all’interno delle presunte tombe, che si rivelarono pozzi e vasche con pareti di muri a secco.  Venne invece individuati e scavati, sulla sommità del cumulo, fondi di capanna, in parte rimaneggiati, in parte ancora intatti, nei quali furono trovati numerosi grossi frammenti di ceramica antica, molti dei quali decorati.  In totale vennero recuperate alcune centinaia di frammenti che, suddivisi in sacchetti per posizione di ritrovamento, furono presi in consegna dalla Soprintendenza:  nel quaderno furono annotate le decorazioni più significative.

La conclusione fu che gli sporadici e dispersi frammenti fittili di epoca gallica trovati nei piani inferiori provenivano da fondi di capanne esistenti sul cumulo, visibilmente rimaneggiato in più punti, e che erano simili a quelli trovati su cumuli vicini, talora associati ad oggetti metallici e monete romane:  su molti cumuli della Bessa erano infatti posizionati “…piccoli nuclei abitati, probabile residenza provvisoria di addetti alla coltivazione della aurifodine“ e, quindi, “…non possono risalire molto oltre il 100 a.C.”.  Veniva inoltre notato che il presunto castelliere era circondato da colline assi più elevate, “…sulle quali avrebbe avuto maggior ragione di esistere“.

Dato l’esito negativo degli scavi, non si ritenne di pubblicarli:  tuttavia nel 1969, nella presentazione del libro “Il mistero della Bessa” di M. e P. Scarzella, il Soprindentendente Carducci affermava, riferendosi alle strutture del presunto castelliere:  “…le ricerche si sono rivelate infruttuose e la conclusione non è stata favorevole al giudizio sulla loro antichità”.

Nel contempo un geometra biellese, Aldo Clemente, si interessava alla struttura e coinvolgeva l’Università di Milano per lo studio della ceramica antica:  l’indagine si avvalse di un contributo economico del Consiglio Nazionale delle Ricerche e portò alla pubblicazione, nel 1971, di un estesa relazione a più mani sui prestigiosi “Rendiconti dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere”.  Nel suo contributo, che per buona parte si perde in disquisizioni pseudo-storiche, il geom. Clemente si attribuisce in qualche modo la scoperta della struttura:  egli cita marginalmente la pubblicazione di don Rolfo, per criticarla, ma è evidente che dal sacerdote assume la convinzione che si tratti di castelliere preromano e di necropoli;  ignora inoltre l’indagine ufficiale eseguita pochi anni prima e nemmeno si accorge degli scavi, che pure dovevano essere ancora “freschi”.  Nel corso dei rilievi della struttura e di esplorazioni preliminari, secondo la stessa relazione, furono trovati alcuni frammenti di ceramica sulla sommità, in prossimità delle murature (posizione che si ricava soltanto dai disegni) e, soprattutto, in un non ben specificato e localizzato “focolare”, coincidente, forse, con uno di quelli che l’Autore dice di aver scavato in altre zone della Bessa:  secondo il prof. Barocelli, che li aveva esaminati, si trattava di “…ceramica usata durante tutto l’ampio arco dei vari secoli dell’Età del Ferro”.  Nella relazione è inoltre riportata la foto di una “…squama di occipitale” che Clemente afferma essere stata trovata in una non meglio localizzata “…tomba ad inumazione del castelliere”, affermazione che sarà in seguito messa in serio dubbio da Calleri, che aveva esplorato tutte le nicchie e le presunte tombe, senza trovarvi traccia di ossa.

I frammenti fittili forniti da Clemente furono oggetto di studio particolareggiato, a Milano, da parte di Patrizia Schrämli che, nella sua relazione, divide la ceramica preistorica e la ceramica romana del castelliere dalla ceramica preistorica del focolare e mette in relazione le diverse tipologie con quelle trovate in altre zone, senza azzardare datazioni precise.  Infine la ceramica “preromana” viene collocata nella “…cultura di Golasecca” da Rittatore Vonwiller e messa in relazione con altra simile, in particolare con quella del Bec Berciassa (CN) che “…una datazione di Radiocarbonio o C 14” aveva assegnato al 240 a.C. circa.

Nella pubblicazione, alla quale si aggiunge uno studio linguistico di Donna d’Oldenico, si distingue bene il contributo di Clemente che, a parte il rilievo del cumulo e delle strutture murarie, eseguiti da buon geometra, risulta confuso ed impreciso in molti punti, da quello degli archeologi dell’Università di Milano che esaminano con rigore scientifico i frammenti ceramici, dei quali non si conosce però la precisa provenienza:  il risultato è che viene avallata accademicamente, come dice il titolo generale, la presenza di “Un Castelliere della Bessa nel Biellese Occidentale”.

La pubblicazione, e soprattutto le entusiastiche recensioni su giornali biellesi, nel giugno del 1972, provocarono un intervento di Calleri ed una successiva polemica fra questi e Rittatore Vonwiller sulla definizione di castelliere e sull’età dei reperti:  il cattedratico milanese, arroccato sul prestigio dell’Istituto Lombardo e della Scuola di Paletnologia milanese, fu comunque costretto a riconoscere la possibilità di un attardamento della ceramica esaminata fino ad epoca romana, cosa peraltro già evidenziata da Barocelli.  La polemica, e il riconoscimento, restarono nelle pagine dei giornali, mentre i funzionari della neo-denominata “Soprintendenza Archeologica per il Piemonte”, in contrasto con il risultato degli scavi eseguiti dal loro stesso Ufficio, assumevano per certa la presenza del castelliere e di tombe preromane, promuovendo ed ottenendo la tutela archeologica ufficiale del sito.

A parte le convinte citazioni in scritti dei funzionari della Soprintendenza, si ritorna a parlare del castelliere nel 1984, in occasione delle polemiche giornalistiche sull’istituzione del Parco, che sarà poi la “Riserva Naturale Speciale della Bessa”, e, l’anno successivo, nel libro sulla Bessa di Giacomo Calleri, il quale ricorda gli scavi eseguiti ed i risultati ottenuti.  Tuttavia il castelliere continuerà ad essere considerato costruzione antica dalla Soprintendenza Archeologica, o meglio del funzionario “competente” per zona e per epoca (F.M. Gambari), già noto per la sua tendenza a riconoscere, senza esitazioni, come reperti antichi, e quindi di suo “dominio”, oggetti di natura ed età incerta, quando non sicuramente estranei all’archeologia (“stele” di Vermogmo, “piroga” dell’Elvo, ecc.):  pure allo stesso funzionario si deve la presentazione del libro di Calleri, dal quale avrebbe dovuto apprendere, semmai precedentemente ignorati, del risultato degli scavi eseguiti dal suo Ufficio e dell’esistenza del dettagliatissimo resoconto e delle centinaia di frammenti ceramici raccolti, esaminati e descritti con rigore scientifico.

Per sua iniziativa il castelliere fu oggetto di una campagna di scavi nel 1998-99, della quale non sono stati pubblicati i risultati:  sappiamo però che non ci si curò di sentire il sempre disponibile Calleri, per eventuali confronti.  Nel 2005, infine, per iniziativa congiunta del Parco e della Soprintendenza, l’intera struttura è stata oggetto di lavori di “restauro” e munita di numerosi pannelli “esplicativi” ad uso turistico-culturale, grazie ad un finanziamento di 77.500 Euro ottenuti nell’ambito del progetto comunitario “Interreg III Italia-Svizzera” denominato “Antiche impronte dell’uomo nelle vallate alpine”.

Nei pannelli, nelle conferenze stampa di presentazione del “monumento” e nel pieghevole pubblicato dal Parco, si nota la totale assenza di riferimenti e confronti con lo scavo archeologico ufficiale del 1965 e, di conseguenza, vengono negati o ignorati dati fondamentali, quali la presenza di “leganti”, di frammenti ceramici recenti, di resti di vite e di ciottoli sciolti al disotto delle strutture, mentre vengono confermati, ma presentati come nuove “scoperte”, il disconoscimento della funzione di castelliere e l’assenza di tombe.  L’”impianto architettonico”, caratterizzato da “…un sistema di pozzi e canalizzazioni”,  viene comunque riferito ad un “…unico fondamentale momento costruttivo” risalente al IV-III sec. a. C., “…datazione certa, suffragata dal ritrovamento di alcune ceramiche”, e per esso viene ipotizzata una funzione collegata“…alla ritualità e al culto delle acque di scorrimento… altrimenti attestato anche in altri aspetti, quali le numerose rocce a coppelle con canaletti, nel corso di tutta l’età del Ferro ”.

Da quello che è dato di capire dai pannelli, l’età sarebbe stata ricavata da un paio di frammenti fittili trovati nella terra di riporto e messi a confronto con il disegno di alcuni di quelli pubblicati da Clemente ed altri, senza considerare la loro posizione alloctona o, comunque, estranea alla costruzione, e senza prendere in considerazione la possibile persistenza tipologica segnalata da Barocelli e da Rittatore Vonwiller, anzi retrodatando nettamente la ceramica rispetto all’età media da loro proposta.  Una datazione più precisa avrebbe potuto e dovuto venire dall’osservazione dei frammenti raccolti nella prima, seria, campagna di scavi, frammenti in molti casi assemblabili in vasi pressoché completi, come si ricava dalla relazione Calleri, o, comunque, dall’esame delle decorazioni in questa riportate, ma, come detto, non si fa alcun riferimento allo scavo ufficiale del 1965.  Quanto alle incisioni sui massi isolati presenti in varie parti della Bessa, considerate sicuramente preistoriche e antecedenti allo sfruttamento aurifero, è più che evidente, in molti casi, che gli stessi massi facevano parte del sedimento fluvioglaciale grossolano sfruttato e che sono emersi a seguito dei lavaggi:  non possono quindi essere stati incisi prima di questi.

Comunque sia, contrariamente alle affermazioni secondo le quali la struttura sarebbe preromana e antecedente allo sfruttamento aurifero, l’unica cosa veramente certa, attestata dai primi scavi e facilmente verificabile sul posto, è che sia i fondi di capanna da cui proviene la ceramica, sia l’intera costruzione, poggiano su un cumulo residuo dei lavaggi e ne utilizzano i ciottoli sciolti.  L’imponenza del cumulo stesso (alto ancora più di 12 metri e lungo più di 150) così come degli altri contigui, il loro geometrico allineamento e la loro “freschezza” fanno inoltre escludere che possa trattarsi di sfruttamento aurifero indigeno preromano.  Quanto al “castelliere”, mi sembra che i primi scavi abbiano sufficientemente dimostrato che si tratta di costruzione recente, cosa del resto intuibile sulla base di altre argomentazioni, quali la freschezza della struttura (rilevabile anche dalle prime foto, pubblicate da don Rolfo) e la sua fragilità, incompatibili con una conservazione millenaria, specie per quanto riguarda le sottili murature in elevato.  Un edificio di culto così antico e ben conservato avrebbe inoltre lasciato qualche testimonianza nella tradizione locale, che invece parla di altro, come vedremo.

In definitiva, la costruzione è assimilabile ai terrazzamenti ad uso agricolo, di età moderna, così comuni nella Bessa, nella Serra d’Ivrea e in tutte le regioni alpine ed appenniniche italiane, costituite da murature a secco non molto consistenti e munite di nicchie per uso vario (deposito attrezzi, riparo temporaneo, imboccatura di risorgive).  La presenza di terreno riportato, contenente manufatti recenti e le tracce di vite, è ben indicativa di tale funzione per il nostro “castelliere”:  d’altra parte piccoli terrazzamenti coltivati sono ancora presenti sul fronte opposto dello stesso cumulo, e sono costruiti con gli stessi criteri.  Resta la presunta “originalità” del gran numero di nicchie e pozzetti, oltre che delle opere di canalizzazione delle acque convogliate nel “…grande invaso a conca irregolare” presente sulla sommità del cumulo, al cui centro si apre un pozzo circolare, ma, a parte il fatto che non si tratta di opere uniche ed originali, possono essere avanzate altre ipotesi, senza ricorrere a fantastici templi antichi.

Avvallamenti artificiali sulla sommità di alcuni cumuli della Bessa, ottenuti per asportazione di ciottoli, sono già stati notati e riferiti alla volontà di aumentare la superficie di accumulo della neve e, quindi, dello spessore di ghiaccio che si forma in profondità, al contatto fra i sassi sciolti ed il sottofondo impermeabile.  Tale presenza, che secondo molte testimonianze persiste nei mesi estivi, da’ luogo, o meglio, dava luogo alle numerose sorgenti della Bessa, indispensabili per abbeverare gli animali e per coltivare campicelli strappati ai sassi.  Senza andare troppo lontano dal cumulo del “castelliere”, sul fianco settentrionale di quello adiacente (a nord-est) è presente un avvallamento allungato con visibili tracce di un pozzo ad una delle estremità, mentre nell’altra estremità si erge, per circa due metri, un tubo di ferro dal diametro di circa 15 centimetri profondamente infisso nei ciottoli:  sulla cima del tubo è saldata una freccia ottenuta ripiegando una lamiera su un grosso filo di ferro appositamente sagomato.  Tutt’intorno si notano le tracce di altri pozzi, circolari ma anche quadrangolari.  La “strana” struttura è evidentemente sfuggita ai nostri inventori di templi antichi, a meno che non sia stata volutamente trascurata nell’impossibilità di attribuire al tubo l’età del Ferro.

Ma torniamo al nostro “castelliere”.  La formazione dell’invaso sulla sommità del cumulo, visibilmente artificiale, così come il pozzo centrale, potrebbero aver avuto lo scopo suddetto, con canalizzazione e fuoriuscita delle acque a varie altezze, per irrigare le piane coltivate a vite.  Il piccolo canale inferiore, fuoriuscente dalla base del cumulo e senza sbocco apparente, oltre che per irrigare la piana attraversata potrebbe aver avuto la funzione di drenaggio per impedire la stagnazione dell’acqua di scioglimento del ghiaccio e, quindi, l’accelerazione dello scioglimento, ed infatti ricorda molto quello presente alla base delle più classiche “neviere” scavate ancora in un recente passato nei nostri monti.

I vecchi del posto, interrogati a suo tempo da Calleri e più recentemente da me, non sanno di templi antichi, ma alcuni ricordano di aver sentito raccontare dai padri e dai nonni che la struttura era opera di un certo Talponàt, un tipo strano e solitario che non faceva che rimuovere sassi.   E di tipi strani e solitari avvezzi a rimuovere sassi sembra che ve ne siano sempre stati nella Bessa, basti ricordare Gino il tuné, morto una ventina d’anni or sono lasciandoci la curiosa facciata della sua casa incompiuta nella Bessa di Cerrione, o il costruttore del “villaggio africano” nella Bessa di Zubiena, al quale si debbono, oltre all’importazione dei bungalow, diffusi “aggiustamenti” di sassi, anche questi scambiati per templi antichi da qualche “collaboratore” della Soprintendenza.  E gli stessi considerano protostorici pure un paio di cumuli terrazzati, analoghi al “castelliere”, che si trovano nella non lontana località Roletto, sulla base non di elementi probanti, ma con argomentazioni prive di logica e contrarie ai più elementari principi storici e giuridici del popolamento, locale e generale:  anche in questo caso si tratta in effetti di tipici terrazzamenti sui quali, come da testimonianze locali, fino a qualche diecina d’anni fa veniva coltivata la vite per la produzione del discreto “Rosso della Bessa”.

Visto comunque come vanno le cose, non ci resta che proporre a Soprintendenza e Parco di inventarsi anche un più appetitoso tempio antico legato al culto del vino, spillare altri soldi alla Comunità Europea per ripristinarlo e destinarlo a fruizione pubblica con pannelli illustrati che raccontino simpatiche frottole, come quelle già raccontate, in varie parti del Parco, sul “castelliere” di Mongrando, sulla “stele” di Vermogno, sui “canali di lavaggio” di Cerrione e, più in generale, sul deposito aurifero originale e sulle tecniche di sfruttamento.

 


Autore: Giuseppe Pipino – Museo Storico dell’Oro Italiano
Cronologia: Protostoria
Link: http://www.oromuseo.com

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