FARAONI NERI, LA VENDETTA – Una civiltà africana alla conquista delle sue radici

Pubblicato il : 25 Gennaio 2003

Dal cuore dell´Africa nera, nuova luce su una cultura remota ancora tutta da scoprire.

Una missione archeologica franco-elvetica, guidata dal professor Charles Bonnet dell´Università di Ginevra, ha trovato nel Sudan settentrionale, l´antica Nubia, una collezione di statue che risalgono almeno a 2.500 anni fa.

Finemente scolpite nel granito, lucidate con cura, ma in gran parte danneggiate (pare volutamente), amputate della testa e dei piedi, erano ammassate in una fossa a poca distanza dal Nilo, in un´area di templi in rovina. Raffigurano i cosiddetti “daraoni neri”, i cui nomi sono incisi sul retro e sul piede di ogni scultura.

Bisogna essere un minimo esperti in materia per ricollegare subito questa immaginifica espressione ai leggendari sovrani dell´Alta Valle del Nilo che tra l´VIII e il VII secolo a.C. estesero il loro dominio fino al Delta, scalzando i signori di Tebe, di Menfi, di Tanis, e fondando una loro dinastia (la XXV) che si inserisce a tutti gli effetti nel plurimillenario flusso della civiltà egizia.

Fu il regno di Napata, dal nome della capitale in cui il primo faraone nero, un certo Alara, stabilì la sua sede intorno al 747. Per gli egiziani era l´ennesimo avverarsi di un incubo ricorrente, localizzato nel vasto e inaccessibile territorio a Sud della prima cateratta del Nilo, da loro denominato regno di Kush: una sorta di limbo affollato di figure dai marcati tratti negroidi, puntualmente evidenziati nell´arte plastica fin dal III millennio, un´area caotica e tenebrosa opposta al luminoso ordine incarnato dalla civiltà dei faraoni.

I nubiani (o etiopi, come anche venivano chiamati nell´antichità; adesso l´Etiopia è stata «spostata» più a Est) erano per loro gente infida, che non a caso al tempo della dominazione degli hyksos, mille anni prima, si erano schierati con i loro invasori. Già in una stele del XIX secolo a.C. Sesostri III si era espresso con duri accenti: “I nubiani non sono gente da rispettare. Ho catturato le loro donne, ho preso i loro servi, sono salito ai loro pozzi, ho sradicato il loro orzo, vi ho appiccato fuoco…”.

Ma il predominio di Napata durò poco. Nel 656, durante il regno di Tantamani, i faraoni egiziani portarono a termine la riconquista, infliggendo gravi distruzioni alla capitale nemica e da allora conducendo ripetute incursioni nel territorio nubiano (in seguito la capitale sarebbe state spostata a Meroe, autentico crogiolo in cui si fondono con risultati originali gli influssi egizi, ellenistici, perfino indiani).

È forse in una di quelle sortite (intorno agli inizi del VI secolo, al tempo di Psammetico II) che le statue trovate dagli archeologi franco-svizzeri vennero sfregiate e sepolte nella fossa: secondo Bonnet potrebbe trattarsi dell´estrema rivalsa degli egiziani, decisi a cancellare anche il ricordo dei vituperati vicini che li avevano umiliati. Irraggiungibile lo scopritore – isolato a Kerma, all´altezza della terza cateratta, dove scava da più di trent´anni -, non è possibile per il momento precisare meglio i dettagli e la portata di questa scoperta, che per il professore ginevrino, come riporta il sito Internet della Bbc, è di straordinaria rilevanza non solo per la storia del Sudan, ma per tutta la storia dell´arte africana.

Proviamo allora a sondare il suo collega Alessandro Roccati, che da dieci anni dirige la missione dell´Università La Sapienza a Gebel Barkal, l´antica Napata (gli archeologi italiani sono molto attivi in zona, fin dalla riscoperta moderna della Nubia, agli inizi dell´800). Un´osservazione, innanzitutto: “Non è detto che le statue siano state amputate dagli egiziani. Potrebbero essere stati gli stessi nubiani, in una fase in cui per qualche ragione avevano scelto di sgombrare i loro templi. Tagliare la testa e i piedi era un modo rituale per “neutralizzare” i personaggi che si mettevano in soffitta”.

In secondo luogo, aggiunge Roccati, “se il ritrovamento è avvenuto a Kerma, come tutto lascia credere, siamo di fronte a una difficoltà: si tratta di un centro molto importante nel III e in parte del II millennio, ma al tempo di Napata era una città secondaria. Che ci facevano lì tutte quelle statue? A meno che le nostre conoscenze sulla situazione interna di quel regno siano da riconsiderare: anche per questo la scoperta di Bonnet potrebbe aprire orizzonti inattesi”.

Curatore dell´allestimento torinese della mostra-evento “Napata e Meroe. Templi d´oro sul Nilo”, che alla fine degli anni Novanta girò l´Europa contribuendo a rilanciare l´interesse per il passato nubiano, Roccati parla di una “rivoluzione copernicana” avvenuta in tempi recenti.

Prima ci trascinavamo ancora il pregiudizio dei faraoni “bianchi” sul Sudan: “Ci appariva come una cultura inferiore, subordinata a quella mediterranea dell´Egitto, una sua semplice filiazione meridionale. Invece si trattava di una civiltà autenticamente “africana”, con caratteri indipendenti che la denotano rispetto a tutte le altre”.

È questo l´aspetto politico-ideologico dell´archeologia sudanese. E ora si attende che la rivalutazione investa anche tutta la zona a Sud di Khartum, l´odierna capitale, e quindi l´Etiopia: “Aree archeologicamente ancora vergini. Può darsi che non ci sia niente da trovare. Oppure…”.
Fonte: La Stampa 22/01/2003
Autore: Maurizio Assalto
Cronologia: Egittologia

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