Andrea ROMANAZZI: La simbologia natalizia tra antichi rituali e tradizioni. Gli ancestrali ricordi di un mondo pagano.

Pubblicato il : 24 Gennaio 2004

La festa del Natale è una tradizione nata moltissimi secoli prima della venuta del Cristo, quando l’uomo, immerso nell’immanenza della Natura, sua madre feconda, guardava stranito i suoi prodigi.
Il primitivo sapeva bene che tutto è dominato da cicli di morte e resurrezione in un eterno susseguirsi di buio e luce, vita e morte, maschio e femmina che, come eterna spirale, assicurano la vita. Il questo mutevole ciclo importanti diventano particolari periodi dell’anno durante i quali l’uomo, con una serie di rituali basati sul concetto della magia simpatica, l’idea del “simile che produce il simile”, tenta di ingraziarsi la natura o, se vogliamo, la Mater, per cercare di ridestarla dal suo torpore e così assicurarsi prosperità e fecondità. E’ in quest’ottica che si inserisce la festività del Natale, detta anche Yule, il Solstizio d’Inverno, il momento in cui il Sole, l’elemento maschile ingravidatore, nella sua fase più debole, dal 22 al 24 dicembre, viene partorito nuovamente dalla sua Madre per garantire lui stesso successivamente, come figlio ed amante, la fertilità della sua sposa.

Con l’avvento del Cristianesimo tutti i rituali pagani, che già avevano perso i profondi significati dell’antica religione, iniziarono ad esser demonizzati, gli antichi luoghi sacri ove si tenevano i rituali naturali divennero luoghi di incontro con il diavolo, forse mistificazione di alcune divinità pagane e arboree come Pan o Cernunnos, le cui caratteristiche ritroveremo appunto nel nemico di Dio, e i Sabbah, le “feste” apotropaico-naturali della cultura primitivo-contadina, trasformati in malefici incontri tra streghe.

In realtà però anche se svuotati dei loro arcaici significati, gli simboli sono rimasti, muti interlocutori, nel dialogo tra il sapiente viaggiatore e gli antichi ricordi, mai del tutto sopiti lungo il cammino attraverso il folklore e le tradizioni popolari.

La simbologia dell’Albero: Il Fallo Universale

Simbolo per antonomasia del Natale è il famoso albero scintillante e splendente, l’elemento che simboleggia, al di là della fede religiosa, in ogni casa, in ogni città la mistica festa. L’albero si presenta adorno di luci e illuminazioni, decorazioni, fili illuminazioni e sfere colorate, addobbi di gioia che, riscaldando il cuore delle persone, evocano tradizioni pagane legate alla fertilità e alla procreazione che ancora oggi vengono ripetute anche se mascherate sotto differenti e spesso consumistici significati. In realtà l’albero natalizio è un simbolo stagionale, da sempre associato a quelle divinità maschili dei campi che ne faranno un elemento fallico rappresentante della loro rinata forza e vitalità.

L’accostamento tra albero e fallo non è azzardato ma per intuirlo dobbiamo per un attimo esaminare il contesto in cui la festa si svolge. Il solstizio di Inverno è, per il primitivo, il momento in cui la divinità maschile, il sole, muore per poter successivamente rinascere in un eterno moto che, lontano dall’equilibrio e dunque dalla stasi, riporta ad alcuni miti del passato nei quali l’elemento arboreo è sempre presente. Un esempio potrebbe essere il mito di Osiride, qui la tradizione vuole che il malvagio Seth, geloso del fratello maggiore, decise di ucciderlo per poter governare lui stesso sul mondo. Avendo così preso segretamente le misure del corpo della divinità, fece fabbricare da Tifone una cassa della stessa dimensione, e con uno stratagemma, vi fece entrare il divin fratello. Una volta dentro i cospiratori chiusero il coperchio, lo inchiodarono solidamente e lo nascosero con cura tra le foci del Nilo.

Sarà solo grazie all’intervento dell’elemento femminile, Iside, che, attraverso un atto d’amore, Osiride tornerà alla vita. La narrazione sembra proprio descrivere l’immagine di un dio morente, l’astro splendente che si va spegnendo e solo dopo essere morto può tornare in vita grazie alla sua Mater e compagna.

Vi è però nel mito un aspetto spesso ritenuto secondario, che dobbiamo esaminare meglio, infatti si narra che sulla cassa di legno ove era rinchiuso il dio sarebbe cresciuto un albero di melograno che poi sarebbe stato tagliato e disperso, una idea che non può non riportarci con la mente al nostro simbolo natalizio addobbato con le sue luccicanti palle. Questo albero, cresciuto sulla cassa costruita da Tifone, sarebbe dunque elemento di resurrezione dalla morte e per questo, sotto forma di zed, era rappresentato nei sarcofagi, proprio con il compito di riportare in “vita” il defunto.

Sempre l’albero è presente in un altro mito di morte e resurrezione, quello di Adone che amato follemente da Cibele, si evirò togliendosi la vita proprio sotto un pino a causa della cattiveria della divinità che, per avere il giovane tutto per sé, aveva fatto impazzire la sua promessa sposa. La tradizione continua e narra che la dea, pentitasi dell’accaduto, avrebbe ricordato il gesto del suo amato festeggiandolo e dunque facendolo risorgere ogni anno dai suoi sacerdoti, i sacri “dendrofori” che dovevano portare in processione un albero di pino rivestito di bende.

“…stimulatus ibi furenti rabie.vagus animi,devolsit ilei acuto sibi pondera silice…”

Potremmo continuare per moltissime pagine a descrivere miti e tradizioni che parlano di alberi sacri e di divinità che muoiono e risorgono, storie di questo tipo sono presenti in tutte le culture, interessante ad esempio è soffermarci tra le tradizioni nordiche ove incontriamo il famoso Frassino Universale Yggdrasil, l’albero al quale rimase appeso Odino per raggiungere la conoscenza e tra le cui radici ancora oggi, tra mille luci si trovano i “doni” natalizi che ancora simboleggiano la sua generosità.

“…So che restai appeso ad un albero sferzato dal vento
per nove notti intere,
ferito da una lancia e consacrato ad Odino,
offerto da me stesso a me stesso;

I piu’ sapienti non sanno da dove nascono
Le radici di quell’albero antico.
Non mi confortarono con il pane,
ne’ mi porsero il corno per bere;

Guardai verso il basso,
afferrai le Rune,
gridando le afferrai;
caddi dall’albero.

Appresi nove canti di potere
Dal figlio famoso di Bolthor,
padre di bestla,
ed ebbi un sorso del prezioso idromele
misto con magico Odrerir.

Poi diventai dotto, sapiente,
crebbi e prosperai:
parola da parola mi diedero parole;
azione da azione mi diedero azioni…”

L’albero natalizio, il Ciocco e il sacro fuoco

In questa ottica di rituali apotropaici si inserisce l’usanza dell’accensione dei fuochi e del ceppo natalizio. Queste tradizioni nascono da una idea basata sul concetto che il simile produce il simile. Infatti come detto precedentemente questo è il periodo in cui il Sole raggiunge il suo punto più basso e il suo calore diminuisce sensibilmente, così in questo momento di generale sgomento e paura il primitivo immagina che, accendendo fuochi o falò su colline e montagne egli potesse in qualche modo rinvigorire l’astro e riportarlo al suo primordiale splendore. Questa idea è presente in moltissime culture e anche in molte altre tradizioni differenti dal Natale ma, in questo momento dell’anno essa assume un carattere un po’ differente, esso diventa un rituale domestico forse anche a causa delle intemperie che costringevano le famiglie nelle loro abitazioni e ben difficilmente potevano riuscire ad accender fuochi all’esterno. La tradizione vuole così che qualche giorno prima della Sacra Notte ogni esponente maschile della famiglia andasse nei boschi per tagliare alberi di ulivo, betulla, abete o quercia, per poi arderli nel fuoco trasformandoli appunto in “ceppi” natalizi. La raccolta della legna da ardere nel fuoco e quella per il successivo falò epifanico era così raccolta nei boschi e nella campagne attorno al paese ma era spesso legata anche all’usanza della questua. I ragazzi del villaggio infatti, in una sorta di rituale collettivo, andavano in giro per le case per chiedere fascine e tronchi, in una sorta di globale partecipazione popolare, tradizione poi trasformata nella famosa “strenna” natalizia, l’usanza di fare doni ai bambini come noci, frutta secca o denaro.

Tornando al ciocco, l’idea di portare così nella propria casa un albero per poi bruciarlo diventa così un’altra spiegazione dell’usanza del famoso abete, del resto le stesse luci di cui oggi l’albero viene addobbato potrebbero ricordare appunto questo fuoco rituale e i doni deposti sotto di esso il suo carattere fecondatore e portatore di gioia. Questa idea non è in antitesi con il concetto espresso precedentemente della simbologia fallica, infatti il primitivo, portando a casa il ceppo, porta una parte di quello spirito arboreo che, dimorando nei boschi, rimane nel pezzo di legno fino ad esser bruciato, o meglio, “sacrificato” per poter rinascere dalle proprie ceneri come novella fenice.

Del resto basta guardare le tradizioni popolari per capire come esso avesse poteri propiziatori, si narra che le sue ceneri erano disperse nelle campagne le rendessero più fertili, o ancora il numero di scintille saltate fuori dal camino avrebbero individuato i capretti nati nel nuovo anno, tradizioni ancora presenti in Umbria, Emilia, Marche, Abruzzo e Puglia .

In Toscana le case rimangono aperte agli ospiti per tutto il tempo in cui il “ciocco” arde nel camino, mentre i bambini battevano il ceppo con delle canne nella speranza di veder cadere dal camini dolcetti e caramelle sapientemente disposte di nascosto dagli adulti, in Friuli il ceppo natalizio è chiamato nadalìn e ancora a Genova veniva acceso il ceppo della città al quale si offriva vino e confetti, idea di una ospitalità e di prosperità che ritroviamo proprio tra i bei pacchi ricchi di lustrini dei nostri giorni.

La Befana come figura della vecchia mater

Altra tradizione natalizia è quella che descrive una antica figura pagana, la donna-sacerdotessa del culto arboreo, le cui sembianze oggi sono quelle di una strana vecchina, molto simile alle numerose streghe perseguitate e arse nei roghi dalla stessa Inquisizione Cristiana. Essa ha avuto e ha tanti nomi con i quali è conosciuta, Ardoia, Berta, Donazza, Gianepa o Marantega ma oggi potremmo, chiamarla facilmente “befana”, la “vecia” portatrice di abbondanza e legata ai rituali di fertilità, che dispensa doni e “carbone” ai bimbi meritevoli ponendo i suoi regali in vecchie calze la cui forma ricordano fortemente la cornucopia.

Anche se la figura di questa donna dalle chiare origini pagane è stata successivamente trasformata e riadattata dalla moralistica religione Cristiana che le ha dato il potere di premiare o punire i bambini cattivi portando loro del carbone, essa è in realtà legata agli atavici rituali di fertilità, alle tradizioni dei fuochi sacri e del ceppo natalizio a cui il “nero dono” si ricollega fortemente. Il legame con i rituali di procreazione e di abbondanza lo ritroviamo anche in uno dei particolari iconografici che caratterizzano la figura, raffigurata sempre a cavalcioni su una scopa. E’ in questo strano intricarsi di elementi che prende corpo l’immagine della scopa stregonesca, attrezzo magico che ricorda fortemente il bastone o la “bacchetta magica”, simbolo priapico e al tempo stesso legato all’albero. Sembrerebbe che la tradizione della scopa derivasse direttamente da antichi culti naturali nei quali il bastone era elemento preponderante proprio perché simbolo dell’albero. Un esempio potrebbero essere i rituali dionisiaci dove un elemento importante era il Tirso, il mitico bastone dei satiri avvolto da foglie d’edera e vite e con in capo una pigna, elemento legato alla fertilità a causa dei “frutti”, i pinoli, che nasconde nel suo seno.

In realtà la scopa, spesso dichiarato arnese delle streghe usata proprio dalle donne nei lavori domestici in realtà è un simbolo priapico come è facile intuire dalla sua stessa posizione tra le gambe della donna, un gesto di chiara magia “simpatica” che ricollega la vecchia figura a quelle antiche divinità che, assicurando la fertilità, portavano all’uomo il più grande “dono”, la vita e dunque la continuità della sua specie e l’abbondanza dei campi, l’alimento necessario per se stesso e la sua progenie.

Strane donne a cavalcioni di scope, alberi illuminati, piccole bacche bianche di vischio, atavici simboli che, nel santo periodo natalizio, ci fanno rivivere antiche tradizioni di un mondo e un culto oramai perduto di cui solo il simbolo rimane come unico monito: La Foresta.

Mail: andrji00#libero.it
Autore: Andrea Romanazzi

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