Nella Repubblica dell’Ossezia Settentrionale-Alania (Caucaso), che si trova al confine con la Russia, nel distretto di Prigorodnyj, presso le sponde del fiume Gizeldon, si trova il minuscolo villaggio di Dargvas, in italiano Osseto, con meno di 200 abitanti, situato in una valle di circa 17 chilometri quadrati di estensione. Lì vicino è un raggruppamento di edifici, che non sono altro che tombe in pietra e cripte: insomma si tratta di una vera e propria “Città dei Morti”.
Per quanto si riferisce alla loro costruzione, si ritiene che la cripta più antica risalga al XII secolo d.C., mentre tutte le costruzioni siano databili al XIV o al XVI secolo, secondo i pareri di diversi studiosi. Nel punto più elevato della necropoli di Ossezia a vigilare sulle tombe fu elevata una torre di guardia, destinata alla sorveglianza sui defunti.
Le cripte sono caratterizzate da tetti ricurvi arricciati, che salgono a gradini fino a concludersi in alto con una piccola punta centrale; quelle di dimensioni minori sono ricoperte da tetti piatti sul davanti, mentre curvano verso l’interno sui lati; le più piccole sono prive di tetto. Le pareti delle costruzioni sono in pietra o argilla e calce. Sulle pareti sono stati lasciati loculi, cioè fori quadrati per consentire l’inserimento dei cadaveri nelle cripte. Il tetto delle cupole maggiori è sostenuto da volte a crociera appuntite, e nelle più piccole si hanno volte a botte, pure loro appuntite.
Anche a Dargvas, come capita quasi sempre quando si ha a che fare con i morti, non mancano leggende; di queste, una che lascia un po’ perplessi riporta che c’è stato un certo periodo nel quale le salme erano conservate in strutture poste al si sopra del livello del suolo: e ciò era dovuto alla convinzione che, qualora fossero state seppellite, il terreno le avrebbe rigettate. Ma c’è pure un altro fatto che consigliava di tenere i defunti al di sopra del suolo: infatti, gli Osseti erano convinti che fosse più difficile cacciare chi ha affidato i corpi dei loro cari alla necropoli sopra il suolo per secoli e secoli: pertanto si tratta di una forma di difesa per la propria sede.
Quando, nel XVII secolo, Dargvas fu aggredito dal colera, gli Osseti, non si sa in base a quale ragionamento, andarono in quarantena proprio nelle cripte, attivando un’unione strana che, attraverso la malattia, unì la vita alla morte; molti si costruirono casette nelle quali attendere il proprio destino, vale a dire guarire o morire in pace. Tale epidemia fu micidiale, tanto che sopravvisse solamente il 10% della popolazione.
La distribuzione sul territorio delle strutture, in tutto 99, rispecchia la pianta della necropoli di Itum-Kali nella Cecenia russa, dove le tombe e le cripte sono distribuite su rilevamenti di terra, cioè in collina o montagna, e talune sono sparse in giro.
Gli scavi archeologici dimostrano che chi abitava nei villaggi dei dintorni seppelliva i propri cari, vestiti di tutto punto, in contenitori di legno a forma di “barca” e, poiché nelle vicinanze non esistono né fiumi né laghi ma solamente canali di raccolta di acque piovane, è facile supporre che tale usanza riguardasse l’avvenire dei morti che, per raggiungere il loro regno, avrebbero dovuto attraversare un corso d’acqua; e tale ipotesi è suffragata dal fatto che i beni dei morti erano posti insieme al loro cadavere, e la barca li avrebbe portati con sé nella navigazione: a valorizzare questa ipotesi sta il ritrovamento di un remo di legno in una cripta.
Di solito, ogni famiglia aveva la sua cripta, oppure diverse famiglie occupavano quelle di maggiori dimensioni.
Davanti ad ogni cripta vi è un pozzetto, nel quale i superstiti gettavano una moneta, la quale, se avesse emesso un suono per aver colpita una pietra, avrebbe avvisato che il loro congiunto era giunto alla meta.
Però, un fatto strano che colpisce chi non è del luogo è che nessuno dei vivi va a fare visita ai congiunti alla necropoli, ma se ne sta alla larga; pare che dipenda da un mito che vi aleggia intorno, secondo il quale chiunque vi entrasse non ne uscirebbe vivo e questa è una ragione che non si stenta a ritenere giustificata. La scelta di non fare visita ai defunti potrebbe fare da deterrente alle possibili scorribande da parte di ladri decisi a razziare nelle tombe.
Attualmente, Osseto è un luogo che documenta storicamente tutto quanto riguarda i suoi abitanti, dalla loro vita alle usanze, destando sempre un grande interesse da parte dei visitatori.
Autore: Mario Zaniboni – mario.zaniboni2024@libero.it








