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GRAN BRETAGNA. Un oggetto misterioso scoperto ora nel forte di 1800 anni fa, a Vindolanda.

Un puntale di fodero, in lega di rame, decorato con smalto, è stato scoperto in queste ore a Vindolanda, il grande forte dell’Impero romano sul confine settentrionale della Britannia. La decorazione richiama la tradizione celtica e riporta al centro dell’attenzione i soldati provenienti dalla Gallia e la figura di Quintus Petronius Urbicus, comandante della Cohors IV Gallorum e originario di Brixia, l’odierna Brescia.
Vindolanda si trova a sud del Vallo di Adriano, lungo lo Stanegate, la strada militare che attraversava la frontiera prima della costruzione del celebre sistema difensivo. Il primo forte venne realizzato intorno all’85 d.C. ed il sito rimase occupato per oltre tre secoli, attraverso una successione di fortificazioni lignee ed in pietra.

Il nuovo reperto è un chape, il puntale applicato alla parte terminale del fodero di una spada. È realizzato in bronzo – lega di rame – e conserva tracce di decorazione a smalto. La struttura traforata e l’impostazione ornamentale richiamano un repertorio ben documentato nell’arte di tradizione La Tène, sviluppatasi nell’Europa celtica durante l’età del Ferro e sopravvissuta, in forme trasformate, anche durante la dominazione romana.
Il confronto con altri reperti britannici è significativo. Al British Museum sono conservati puntali di foderi della tarda età del Ferro con smalti colorati, motivi circolari e decorazioni traforate, alcuni datati tra il I e il II secolo d.C. Un esemplare proveniente da Embleton, nel Northumberland, è stato prodotto proprio nell’ambito della tradizione La Tène III ed è datato circa 50-200 d.C.. Le analogie suggeriscono per il pezzo di Vindolanda una probabile matrice decorativa celtica, anche se soltanto uno studio tipologico e metallurgico potrà precisarne origine e produzione.
La datazione dello strato merita attenzione. Il Vindolanda Trust indica per il contesto un orizzonte del II secolo, ma una stratigrafia archeologica può formarsi nell’arco di molti anni. Un oggetto può essere prodotto, utilizzato ed infine perduto in momenti differenti. La data dello strato documenta soprattutto quando il reperto è entrato nella stratigrafia, non necessariamente quando è stato fabbricato.

A Vindolanda il mondo delle popolazioni provenienti dalle regioni celtiche e belgiche era presente fin dalle prime fasi. Tra le guarnigioni più antiche troviamo la Cohors I Tungrorum, proveniente dalla regione di Tongeren, nell’attuale Belgio. Nel II secolo arrivò la Cohors II Nerviorum, reclutata nella Gallia settentrionale. Entrambe appartenevano al vasto mondo delle popolazioni della Gallia Belgica, profondamente segnato dalle culture dell’Europa celtica.
La presenza di uomini provenienti dalla Gallia continuò nel III secolo con la Cohors IV Gallorum, originaria della Gallia Lugdunensis, la regione della Francia centro-orientale organizzata intorno a Lugdunum, l’attuale Lione. Le fonti di Vindolanda la documentano già tra la fine del II e l’inizio del III secolo: un’iscrizione è datata 198-211 d.C., un’altra al 212-213. La tradizione archeologica colloca il suo insediamento stabile nel forte nella fase VII, iniziata intorno al 213.

Questo rende il nuovo chape particolarmente interessante, anche se non permette di attribuirlo direttamente alla Cohors IV Gallorum. Se il reperto appartiene effettivamente ad una produzione o ad una tradizione celtica britannica della tarda età del Ferro, potrebbe essere stato realizzato prima dell’arrivo della coorte gallica e continuare a circolare successivamente. Oppure potrebbe appartenere ad un militare o ad un artigiano inserito nella cultura militare della Britannia romana. La distanza cronologica tra produzione, utilizzo e deposizione deve rimanere aperta.

In questo scenario compare una figura che collega Vindolanda direttamente a Brescia.
L’iscrizione RIB 1686, venuta alla luce, nel passato a Vindolanda, ricorda Quintus Petronius Urbicus, prefetto della Cohors IV Gallorum. Il testo lo presenta come “ex Italia, domo Brixia”, cioè proveniente dall’Italia, dalla città di Brixia. L’altare è datato al 213-235 d.C. e fu dedicato a Giove Ottimo Massimo, agli altri dèi immortali ed al Genius praetorii, il genio tutelare della sede del comandante.
La parte conclusiva dell’iscrizione è ancora più personale: “votum solvit pro se ac suis”, vale a dire che Urbicus “sciolse il voto per sé e per i suoi”.

Il significato religioso è quello di una dedica votiva. Un uomo poteva rivolgersi ad una divinità con un voto, impegnandosi a compiere una determinata offerta o dedica qualora la richiesta fosse stata esaudita. Urbicus dichiara di avere assolto il proprio voto per sé e per i suoi familiari. L’iscrizione non specifica quale evento avesse originato la promessa: potrebbe essere stata collegata alla protezione personale, alla carriera militare, alla sicurezza durante il servizio o alla salute ed alla protezione della famiglia. Non abbiamo elementi sufficienti per stabilire quale di queste circostanze fosse quella effettiva.
La presenza del Genius praetorii è significativa perché collega la dedica anche al luogo nel quale Urbicus esercitava il comando. Il praetorium era la sede del comandante ed il suo genius rappresentava la forza tutelare associata alla funzione ed al luogo del comando. L’altare riunisce quindi religione personale, famiglia e ruolo militare.
Ma quale era esattamente il ruolo di Urbicus? Il praefectus cohortis era il comandante della coorte ausiliaria. Nel III secolo si trattava normalmente di un ufficiale appartenente all’ordine equestre, inserito nella carriera militare delle tres militiae. Aveva responsabilità sul reparto, sulla disciplina, sull’amministrazione e sull’impiego operativo dei soldati.
La Cohors IV Gallorum era una cohors equitata, cioè un’unità composta da fanteria e cavalleria. La sua forza teorica poteva raggiungere circa 480 fanti e 120 cavalieri. Urbicus ne era dunque il comandante quando la formazione gallica era stanziata a Vindolanda.

Il riferimento a Brixia apre un’ulteriore prospettiva. Prima della piena romanizzazione della regione bresciana, il territorio era stato abitato dai Cenomani, popolazione di tradizione celtica insediata nell’area di Brescia. Nel III secolo Urbicus era però un uomo dell’Italia romana e l’iscrizione lo identifica esplicitamente attraverso la formula “domo Brixia”. Non possiamo ricavare dall’epigrafe una sua identità celtica.

La domanda suggerita dal nuovo reperto – “era dei Galli di “Lombardia”? — resta quindi una suggestione da verificare. Il chape presenta caratteristiche che possono essere ricondotte alla tradizione ornamentale celtica; Vindolanda accolse per generazioni reparti provenienti dalle regioni della Gallia e del Belgio; nel III secolo il forte ebbe tra i suoi comandanti un uomo nato a Brixia, alla guida della Cohors IV Gallorum.

Sono tre elementi distinti. La loro convergenza restituisce però un’immagine molto concreta della frontiera romana: soldati provenienti da territori diversi, oggetti che conservavano repertori ornamentali locali, culti ufficiali e devozioni personali convivevano nello stesso forte. E sulla pietra dell’altare di Urbicus rimane ancora oggi il dato più preciso di tutti: il nome del comandante, la sua provenienza da Brixia e quel voto sciolto “per sé e per i suoi”.

Fonte: www.stilearte.it 8 set 2026

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