Archivi

CALTAVUTURO (Pa). Un’antica coppa, ora nell’Antiquarium di Himera.

Nei dintorni di Palermo, a Caltavuturo, nel sito di Monte Riparato nella valle settentrionale del fiume Imera, alla fine del XX secolo, durante una serie di scavi clandestini, è stata rinvenuta una antica coppa, o phiale mesomphalos, cioè con caratteristico rigonfiamento interno. Però questa, invece di finire, come avviene di solito, in qualche museo, prese prima la strada per la Svizzera, per poi finire su un nave diretta negli Stati Uniti nel tentativo, da parte di un gruppo di disonesti, di venderla a qualche magnate, che l’avrebbe sicuramente inserita nella sua raccolta personale, visibile e godibile solamente da un ristretto numero di amici capaci di tenere la bocca chiusa.
Ma il rapido intervento della Magistratura e dei Carabinieri riuscì bloccarla per tempo e ad impedire il suo ingresso in una proprietà privata, che l’avrebbe fatta scomparire forse per sempre all’ammirazione degli amatori delle cose provenienti dal nostro passato. E, infatti, dopo un antipatico tira e molla con le autorità statunitensi, il diritto internazionale di mantenere a casa propria ciò che nella stessa è trovato ebbe la meglio. Quindi, la coppa ritornò in Italia e, dal 2004, è esposta nell’Antiquarium di Himera, un’antica città-stato greca della Sicilia, molto rilevante storicamente e culturalmente.
L’assessore regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Francesco Paolo Scarpinato, mostrò la sua soddisfazione per la conclusione positiva dell’intervento ed il recupero italiano nella soluzione di quella che poteva diventare una sgradevole controversia, ringraziando sentitamente gli autori del recupero.
La coppa è stata realizzata durante il periodo ellenistico, fra il 323 a.C., anno della morte di Alessandro Magno, e il 31 a.C., che segnò la conquista dell’Egitto da parte dell’esercito romano, durante il quale la cultura greca ebbe un’ampia diffusione nell’area del Mediterraneo e nell’Asia.
Che quella coppa facesse gola ai ricchi dal punto di vista archeologico non c’è alcun dubbio, ma se si aggiunge che, per di più, era costituita da quasi un chilogrammo d’oro puro (per l’esattezza 982,40 grammi) distribuito su un diametro di 22,75 centimetri, allora la voglia di trarne un profitto materiale raggiungeva valori eccelsi.
La coppa, che è bassa, al centro mostra un rigonfiamento (omphalos). Essa è stata realizzata presumibilmente fra la fine dei IV e l’inizio del III secolo a.C., è molto bella, arricchita come è da decorazioni legate alla vita nei campi, con api, ghiande, palmette, tralci di viti, grappoli d’uva, foglie e fiori di loto, compiuti dall’autore con le diverse tecnologie di cesellatura, incisione e punzonatura a disposizione. Sul bordo è la scritta in greco “Damarco, figlio di Aghyrio” o, secondo un’altra interpretazione, “Il demarca Achyrio”, comunque sempre il dedicante; sono presenti tre lettere che, forse, fanno riferimento al peso del reperto.
L’oggetto è il frutto del sapiente lavoro di oreficeria. E’ un campione di ciò che erano in grado di fare gli artisti della Sicilia greca e pare fosse destinata ad un santuario, per essere usata in occasione di riti e offerte alla divinità.
Peccato che il ritrovamento sia stato dovuto a clandestini, per cui non si sa se sia giunto in Sicilia da lontano oppure se sia il frutto della capacità tecnica di un preparato artigiano locale, anche se mi fa piacere pensare a questo ultimo assunto: comunque sia, è un pregevole e ricco reperto archeologico degno di essere esposto in qualsiasi importante museo di fama internazionale.

Autore: Mario Zaniboni – mario.zaniboni2024@libero.it

Segnala la tua notizia