Nel 1837, due lavoratori stavano effettuando scavi nella località Pietrasele in Romania quando nel grande tumulo Istrita, dopo aver scostato un grosso masso che disturbava il prosieguo del lavoro, rinvennero una specie di fagotto, che un tempo forse aveva come contenitore una pelle animale o qualcosa di similare, andata distrutta nel corso dei secoli; ed il contenuto era costituito da 22 pezzi, fra i quali erano piatti, gioielli, coppe, due anelli riportanti iscrizioni runiche.
Ebbene, si trattava di un vero e proprio tesoro in tutti i sensi, giacché, oltre all’elevato valore archeologico dei reperti, era il loro valore materiale a sorprendere, perché essi erano costituiti da oro per un peso attorno ai 20 chilogrammi.
Il ritrovamento fu immediatamente seguito da un furto che fece prendere il volo a una decina di oggetti fra i quali era uno degli anelli. Quest’anello, una volta ritrovato, mostrò che era stato suddiviso in quattro parti da un orafo di Bucarest. E meno male che tutti i reperti erano stati disegnati, per cui fu possibile ricostruirli con le caratteristiche originali. In ogni modo, ciò che non è diventato uccel di bosco, dimostra che gli autori dei manufatti conoscevano molto bene il loro lavoro di artistici artigiani; anzi, alcuni studiosi sono pervenuti alla convinzione che la produzione non sia stata locale e che sia pervenuta da altre parti.
Infatti, nel 1879 lo studioso Isaac Taylor, in uno dei suoi scritti ipotizza che il bottino poteva essere una parte di ciò che era stato portato via dai Goti durante le loro scorrerie in Mesia e Tracia fra il 238 e il 251.
Secondo un’altra ipotesi, formulata da Odobescu nel 1989, già confermata da Giurascu nel 1976, il proprietario del tesoro era Atanarico, re dei Tervingi, frutto dello scontro del 365 con l’imperatore romano Valente.
Nel 1990, il catalogo Goldhelm suppone che si sia trattato di un dono fatto dai Romani ai principi germanici alleati nella coalizione.
Recentemente, studi approfonditi hanno dimostrato che gli oggetti hanno tre origini diverse, provenendo dagli Urali meridionali, dalla Nubia nel Sudan e dalla Persia, anche se tutto ciò resta da provare.
Comunque, resta sempre l’interrogativo: perché quel tesoro è stato sepolto? Qualora fosse appartenuto ad Atanarico, l’averlo seppellito sarebbe stato per metterlo al sicuro dalle mani rapaci degli Unni, che avevano battuto i Grutungi nelle regioni al nord del Mar Nero e che, nel frattempo, si stavano spostando verso la Dacia occupata dai Tervingi.
Ma ad Atanarico fu garantita la protezione del romano Teodosio I nel 380 e perciò perché lasciarlo sotto terra? Alcuni ricercatori si sono orientati diversamente, ritenendo che il tesoro appartenesse al re ostrogoto Gainas, ucciso dagli Unni nel 400. Insomma, mistero era e mistero resta!
Per ciò che riguarda la data del seppellimento è parere comune che sia avvenuto fra la metà del III secolo ed il IV.
Come ricordato più sopra, gli oggetti inizialmente erano 22, ma solamente 12 sono giunti ai giorni nostri e sono esposti nel Museo Nazionale della Storia in Romania. Di questi, i più significativi sono una fibula con testa d’aquila di buone dimensioni e tre fibule più piccole, tutte tempestate di pietre semipreziose, una coppa a dodici lati, una patera con figure orfiche che attorniano una dea seduta, un grande vassoio, due collane ed un anello riportante un’iscrizione runico gotica. E ciò che fa pensare a diverse origini, come puntualizzato in precedenza, sono gli stili dei vari oggetti, che pertanto fanno pensare che le fibule provengano dalla Cina della dinastia Han, dalla cultura ellenica la coppa e altri oggetti dalla civiltà germanica.
Si rammenta qui che Alexandru Odobescu scrisse un libro sul tesoro, nel quale ha ribadito che, secondo il suo parere, il tesoro era appartenuto ad Atanarico, capo del popolo gotico dei Tervingi, e che morì nel 381; ma non mancano coloro che la pensano diversamente.
Nel 1916, il tesoro di Pietroasele corse il grande pericolo di entrare a far parte dei bottini di guerra dell’esercito tedesco che stava entrando nella Romania. Per fortuna, i Romeni non perdettero tempo, portandolo al sicuro in Russia; e solamente nel 1956 fece ritorno a casa del legittimo proprietario.
Autore: Mario Zaniboni – mario.zaniboni2024@libero.it








