Non erano semplicemente sparse sul terreno. Alcune erano state inserite verticalmente nella terra, disposte attorno a strutture in pietra circolari o curve. È questo dettaglio, più ancora del numero, a rendere particolarmente interessante il ritrovamento avvenuto nella grotta di Gedikkaya, nella Turchia nord-occidentale, dove gli archeologi hanno portato alla luce circa venticinque statuette di tartaruga databili all’Epipaleolitico. La campagna di scavo 2026, condotta tra il 18 maggio e il 18 luglio sotto la direzione di Deniz Sarı, dell’Università Şeyh Edebali di Bilecik, ha interessato la collina di Gedikkaya e la vicina grotta di İn, nel distretto di İnhisar.
Gli oggetti sono realizzati soprattutto in calcare, alcuni presentano tracce di rivestimento in argilla e il maggiore misura circa 30 centimetri per 20. Molte statuette non sono rifinite con particolare accuratezza: sembrano oggetti prodotti rapidamente e destinati a essere collocati in un contesto preciso, più che manufatti concepiti per circolare o essere conservati come oggetti autonomi.
La posizione in cui sono state trovate ha spinto il gruppo di ricerca a interpretarle come depositi rituali. Le datazioni al radiocarbonio degli strati associati collocano il complesso fra circa 14.500 e 11.200 a.C., in una fase in cui le comunità della regione vivevano ancora principalmente di caccia e raccolta. È proprio questo il punto che rende Gedikkaya significativo: la presenza di spazi organizzati e oggetti depositati intenzionalmente mostra quanto la dimensione simbolica fosse già strutturata in società precedenti all’agricoltura.
Il dato non arriva isolato. Le campagne precedenti avevano già restituito elementi difficili da interpretare come semplici scarti di vita quotidiana. A circa venti metri dall’ingresso della grotta, nicchie naturali contenevano resti animali e strumenti litici sistemati con ordine, tra cui vertebre, corna, un artiglio di rapace e frammenti di carapace di tartaruga.
Nelle vicinanze era stata rinvenuta anche una scultura stilizzata zoomorfa. Più in profondità, gli archeologi avevano individuato una struttura ancora più complessa: due file curve di pietre selezionate disposte attorno a una grande stalagmite naturale. La formazione geologica non era stata rimossa né ignorata, ma apparentemente incorporata intenzionalmente nell’organizzazione dello spazio. Nei pressi erano stati deposti oggetti in pietra e osso, insieme a una piccola figura umana stilizzata. Il complesso è stato interpretato come una possibile fossa votiva o rituale.
La scoperta delle venticinque tartarughe cambia quindi la scala del fenomeno. Un singolo oggetto può essere casuale; una serie ripetuta, collocata in relazione a strutture e preceduta dal ritrovamento di gusci dell’animale, suggerisce invece una scelta reiterata. Gedikkaya sembra aver attribuito alla tartaruga un valore specifico.
Le tartarughe compaiono in numerosi contesti simbolici del Vicino Oriente preistorico. Nel sito natufiano di Hilazon Tachtit, nell’attuale Israele, grandi quantità di resti di tartaruga sono state associate a pratiche funerarie e banchetti rituali. A Wadi Hammeh 27, in Giordania, è stato ipotizzato che la geometria stessa del carapace potesse aver avuto un valore nell’immaginario simbolico. Ancora più indietro nel tempo, nella grotta di Manot, sempre in Israele, un masso inciso intenzionalmente con una forma simile a un guscio di tartaruga è stato datato fra 37.000 e 35.000 anni fa.
Questi confronti non autorizzano naturalmente a parlare di un unico “culto della tartaruga” diffuso nel Vicino Oriente. Le società, i periodi e i contesti sono troppo diversi. Mostrano però che l’animale poteva entrare molto presto dentro sistemi rituali complessi. Sarı ha avanzato anche un’ipotesi particolarmente suggestiva: la collina stessa di Gedikkaya potrebbe essere stata percepita come simile a una tartaruga. In questa prospettiva, le figurine sarebbero miniature del paesaggio, una forma attraverso cui collegare territorio, grotta, animale e attività rituale. È un’interpretazione affascinante ma ancora da dimostrare. Il rischio, in casi come questo, è proiettare automaticamente sulle società preistoriche significati successivi associati alla tartaruga senza basi archeologiche sufficienti. La forza della scoperta sta invece proprio nei dati materiali: la ripetizione dell’immagine, la collocazione intenzionale, l’associazione con resti animali e strutture organizzate.
Le statuette sono state trasferite al Museo di Bilecik e all’Università Şeyh Edebali per ulteriori analisi e interventi di conservazione. Il loro significato resta aperto. Ma proprio questa incertezza è il dato più interessante: sedicimila anni dopo, quelle piccole tartarughe continuano a indicare che una parte decisiva della vita preistorica non si svolgeva soltanto intorno al fuoco o alla caccia, ma anche dentro un universo di immagini e simboli che l’archeologia sta appena iniziando a ricostruire.
Autore: Bianca Castelbarco Albani
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 24 ago 2026







