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ROMA. Blu e oro, la produzione artistica degli Etruschi in mostra.

Dalla libreria ho preso il libro L’arte degli Etruschi di Mauro Cristofani. Venne pubblicato dall’editore Einaudi, nella prestigiosa collana «Saggi», nel 1978 e una seconda edizione apparve nel 1985. È un classico dell’etruscologia, seppure oggi un poco dimenticato. Ricordavo un passo che spiega bene, seppure a distanza di decenni, l’idea di realizzare la mostra «Etruscan Blue, Etruscan Gold» e le scelte dei curatori Laura M. Michetti, Alessandro Conti e Claudia Carlucci. L’esposizione è accolta negli spazi del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, compreso all’interno del Polo Museale della Sapienza Università di Roma, fino al 28 febbraio 2027.
Ho rintracciato quelle righe: «Il tema specifico della produzione artistica ha assunto oggi, nell’archeologia, un posto diverso, perdendo parte di quell’aura classica (o, nel caso degli Etruschi, anticlassica) che gli era propria, ma guadagnando molto in quella che è la sua effettiva dimensione storica».
Dimensione storica che appare in primo piano nel progetto espositivo: l’attenzione è incentrata sui materiali preziosi, ma ci si interroga sulle modalità di lavoro seguite nelle botteghe artigiane, a partire dall’approvvigionamento delle materie prime, e sul messaggio che i committenti e gli artefici (Produzione e consumo è il sottotitolo del libro che ho richiamato in apertura) volevano trasmettere.

Attraverso la presentazione di reperti recuperati in alcuni dei centri più significativi dell’Etruria quali Cerveteri e Tarquinia con i loro porti, Veio, Orvieto e Marzabotto, la mostra restituisce la fitta rete di conoscenze culturali, contatti commerciali, pratiche artigianali, accorgimenti tecnici che ha accompagnato la produzione artistica in Etruria avendo uno sguardo ampio e arrivato ad abbracciare quasi l’intera area mediterranea.
Il nucleo centrale dell’esposizione è dedicato ai pigmenti di blu egizio, il più antico colore artificiale conosciuto e attestato, in area etrusca, principalmente sulle decorazioni architettoniche, ma che veniva utilizzato anche nella pittura funeraria.

Un interesse notevole è prestato alle oreficerie che rappresentarono una delle vette più alte dell’artigianato artistico etrusco, i cui orafi produssero gioielli di valore assoluto. L’attenzione è posta sulle realizzazioni, ma anche sulle leghe utilizzate e sul ricorso a tecniche complesse, come la granulazione. Non va dimenticato che l’oro non aveva soltanto un valore economico, ma poteva rappresentare una preziosa offerta rituale come suggeriscono i ritrovamenti nelle aree sacre.
La mostra è allestita in un museo universitario e lo spazio dedicato alla ricerca è comprensibilmente ampio: nel giorno dell’apertura, ad esempio, si è tenuto un incontro scientifico con i relatori che hanno presentato le novità affiorate di recente in diversi scavi in corso in Etruria (Odeion del Museo dell’Arte Classica).

Autore: Giuseppe M. Della Fina

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 13 luglio 2026

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