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Mario Zaniboni. La teriàca. Un amico fedele per la salute umana.

Da quando l’uomo, e naturalmente non solo per lui, vive sulla terra, le malattie sono state una cattiva compagnia, sempre pronte a rendergli difficile il tirare avanti e a indurlo a tentare di curarle e superarle, per non finire miseramente alla sua resa e alla morte. E, pertanto, fra le tantissime attività, ci fu chi scelse di studiarle e possibilmente di combatterle, estirpandole.
I rimedi erano spesso soggettivi, applicati a seguito di esperienze vissute, personali o di altri, per questioni religiose e così via, rivangando su cause naturali (talora curabili) e spirituali (con pochi o nulli risultati). E fin dai tempi più lontani ci sono stati tentativi di produrre sostanze medicinali che aggredissero le malattie, debellandole, quando andava bene, altrimenti…
Un medicinale, la cui nascita si perde nella notte dei tempi, è la teriàca, nome derivato dal termine greco thēriaké che significa “antidoto” e che, stando ai “si dice”, aveva un potere miracoloso o addirittura portentoso, che dava risultati positivi contro ogni malattia. Questo prodotto ha attraversato tutti i secoli, sempre utilizzato in ogni caso e situazione, e solamente al principio del XX secolo è stato messo in pensione. E’ nato come medicinale contro diversi disturbi fisici, con efficacia polivalente, andando dalla cura dei morsi di animali velenosi alla lotta contro le sostanze che infettano l’organismo umano; e non solo, perché serve pure per combattere i bruciori di stomaco, i dolori di testa, gli abbassamenti della vista e dell’udito; e non finisce qui, giacché va pure bene per favorire il sonno, per irrobustire e rinvigorire il corpo, per allungare la vita e… chi più ne ha, più ne metta: più polivalente di così, che si può pretendere?
Storicamente, si ritiene che la nascita della teriàca sia avvenuta attorno al 50 a.C., a seguito dell’interessamento per le malattie e per la sua passione per i medicinali del re del Ponto, Mitridate Eufator Dioniso VI, noto come Mitridate il Grande. Egli temeva sempre che qualcuno lo facesse fuori avvelenandolo, e perciò, per precauzione, si rivolse al suo medico personale Crateva, ordinandogli di studiare e preparare una sostanza che lo proteggesse da qualsiasi tipo di avvelenamento, qualora qualcuno, come temeva, tentasse di eliminarlo. E il suo metodo, come fu testimoniato da medici romani, era basato sull’assunzione giornaliera di questa miscela; ma l’uso prolungato di una sostanza può sancire l’assuefazione ad alcuni componenti, rendendolo inefficace: questa pratica passò alla storia con il nome di Mitridatismo.
Quando fu sconfitto dai Romani, per non farsi catturare con le figlie, Mitridate decise per il suicidio, e perciò, dopo averle fatte avvelenare e aver seguito il corso del loro decesso, tenuto conto del fatto che per lui il veleno sarebbe stato inefficace per l’immunità acquisita, stando alle leggende, si fece trafiggere con la spada da un soldato.
Pompeo, da conquistatore, si appropriò di tutti i possedimenti del re del Ponto e di tutte le conoscenze del suo popolo, fra le quali non mancarono quelle mediche e farmaceutiche, in cui trovò pure la formula del Mitridatum, o mitridate che dir si voglia, composto da più di 60 ingredienti. Riconosciuta la sua importanza, la fece tradurre in latino dal liberto Pompeo Leneo e diffondere a Roma e nei suoi territori.
Nel 30 d.C., Aulo Cornelio Celso descrisse e rese pubblico l’antidoto nel suo trattato De Medicina, dove incluse l’elenco degli ingredienti e della dose di ciascuno; questi, dopo essere accuratamente battuti, per non risultare sgraditi al palato, venivano cosparsi di miele.
Comunque, l’importanza della teriàca fu riconosciuta un centinaio di anni più tardi, quando il medico dl corte di Nerone, Andromaco il Vecchio, la apprezzò e la decantò in un suo poema elegiaco di 174 versi, fornendone la composizione e i vantaggi che ne possono derivare. Ma volle aggiungervi un componente in più: infatti nella miscela aggiunse della carne di vipera, forse seguendo il principio del simila similis, vale a dire che, se l’animale possiede il veleno, nello stesso tempo deve possedere pure il suo antidoto. In definitiva, lo studioso decantò l’importanza della teriàca nella lotta di tutti i mali che affliggono l’umanità, ma soprattutto insistette sulla sua validità contro l’avvelenamento per i morsi di serpente. L’uso della carne di vipera per la preparazione della teriàca fece sorgere molte perplessità, giacché si temeva che il veleno contenuto nelle ghiandole velenifere potesse entrare a farne parte ed essere, pertanto, un pericolo per chi ne faceva uso; ma poiché queste erano eliminate insieme con la testa, il pericolo era da ritenere inesistente.
Anche Plinio il Vecchio volle dire la sua sul mitridate e sulle panacee in genere, costituite da un’infinità di ingredienti: infatti, nella sua Storia Naturale compare la sua ferma critica nella quale insinua che, secondo il suo parere, nessun cervello umano sarebbe abbastanza acuto da poter fissare le dosi per il consumo umano.
Uno dei massimi medici dei tempi antichi, Claudio Galeno, si interessò alla teriàca nelle versioni di Elio (usata da Giulio Cesare), Andromaco (da Nerone), Antipatro, Nicostrato e Damocrate.
L’antidoto ebbe una enorme fortuna e fu utilizzato da tanta gente, ma soprattutto divenne di sommo pregio quando Galeno, appunto, consigliò l’imperatore Marco Aurelio ad assumerlo ogni giorno, per evitare qualsiasi tipo di avvelenamento.
Nel Medio Evo, la teriàca, dopo la traduzione delle sue caratteristiche dal greco al siriaco, ebbe una grande diffusione nel Medio Oriente con particolare predilezione da parte dei medici arabi, fra i quali si possono ricordare Mesuè il Vecchio e Avicenna e, attraverso i rapporti commerciali, si diffuse pure in India ed in Cina. E che fosse apprezzata in Italia lo sta a dimostrare la grande produzione effettuata in modo particolare a Genova e Venezia, tanto che divenne una sostanza ricercata e commercializzata in tutta l’Europa, e soprattutto in Francia e Germania.
La teriàca si diffuse a macchia d’olio, diventando famosa e in tal modo la sua abbondante produzione favorì la prosperità di chi la creava nel XVI e nel XVII secolo. Anzi, è interessante ricordare che allora era invalsa l’abitudine di preparare quella “panacea” (cioè quel toccasana che risolve tutti i problemi, guarendo ogni male) coram populo, per mostrare quali fossero gli ingredienti utilizzati e le modalità della sua preparazione. Tutto ciò si dimostrò essere un affare gigantesco, che arricchì i produttori e anche gli Stati della nostra Penisola. Questo rimedio entrò a far parte di quei medicinali che non potevano mancare ovunque, sia nelle case dei ricchi sia in quelle dei meno abbienti, fino al XIX secolo.
Inizialmente, questo prodotto non fu accettato pedissequamente da tutti: durante i secoli in cui la sua presenza era costante e accetta, non mancarono studiosi di varie branchie della scienza, dai farmacisti ai chimici, ai medici e ad altri ancora che si interessavano di malattie e di benessere, non solo clinicamente ma anche giuridicamente, che si trovarono a discutere, anche pesantemente, sia sulla preparazione del farmaco sia sugli ingredienti utilizzati; e ciò un po’ ovunque, anche in Italia. Per esempio, a Bologna, nel XVI secolo, nacque un diverbio fra il naturalista e docente di filosofia all’Università locale, Ulisse Aldovrandi ed i farmacisti, che ricorsero pure a raccogliere il parere delle autorità cittadine; questo dissidio si accese perché lui partiva dal presupposto che la teriàca, e non solo, non era prodotta come avrebbe dovuto essere. Questa polemica controversia indusse le due parti a coinvolgere il Collegio dei Medici, il Protomedicato e il Governo Cittadino, che fra l’altro erano accusati dall’Aldovrandi di non proteggere sufficientemente la popolazione dal punto di vista sanitario: chiedeva maggiore attenzione e l’apertura di un orto botanico per la produzione delle erbe necessarie per la cura delle malattie. Dopo un lungo tira e molla, si giunse ad un accordo: due protomedici, scelti dal Collegio, ogni tre mesi avrebbero steso un nuovo ricettario, con la collaborazione di Aldovrandi e Febrizio Garzoni, scelti dal Senato.
Nel 1574, Aldrovandi nel convento di San Salvatore mise a punto la teriàca, inserendovi due nuovi ingredienti e scatenando le ire dei farmacisti; ma il Collegio, a seguito dei chiarimenti da lui forniti e della comunicazione che questi erano stati inclusi nella teriàca fatta a Venezia, Verona, Padova, Napoli e Ferrara, seguendo il suo consiglio, li calmò ed ammise che il prodotto era “buonissimo e perfettissimo”, autorizzandone la vendita.
Questo favoloso successo favorì la formazione di specialisti del settore; di questi, il primo fu il medico e farmacista francese Nicolas Lémery, che diede alla stampa l’opera “Farmacopea Universale”, diffusa a Parigi nel 1697. Questa opera fu la molla che fece scattare il passaggio fra la vecchia alchimia e la nuova chimica, con la conseguenza, fra le altre, della perdita di credito della teriàca, riconosciuta come un farmaco di non sicura prestazione. In effetti, questa panacea fu studiata profondamente ed il risultato che ne derivò fu che quella di Andromaco andò in pensione per fare posto a quella nuova, definita “riformata”, vale a dire rivista e formulata secondo le conoscenze di quell’epoca. Dunque, a questo punto, la teriàca, fino ad allora ritenuta un valido farmaco, fu bocciata dai nuovi farmacisti, ma il popolo, ignaro di questo cambiamento di rotta, continuò scrupolosamente e rigorosamente a servirsene come nel passato.
E, in effetti, sintomatico fu l’intervento di Ferdinando IV Borbone (detto Re Nasone), re di Napoli dal 1759 al 1816, che fiutò l’affare e, facendo intervenire la Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Arti, monopolizzò la produzione della teriàca, mentre la propagandava per attirare l’attenzione della popolazione, e la immise sul mercato. E, per arrotondare le sue entrate, impose ai farmacisti di acquistarne una certa quantità per ogni anno che passava. Questo nuovo prodotto continuò ad essere utilizzato non solo dal popolo, ma anche dai medici, finché nel 1906 fu definitivamente messo a riposo in soffitta.
Questo prodotto calamitò pure l’attenzione di letterati, come lo dimostra A. E. Housman nella sua raccolta di poesie “A Shropshire Lad“, pubblicata nel 1896, che si conclude con l’affermazione “Mitridate morì vecchio!”, a dimostrazione dell’efficacia del farmaco.
Comunque, come ricordato, alla fine questo farmaco fu definitivamente messo a riposo, sostituito da prodotti più moderni e consoni alle conoscenze che man mano si sono acquisite in campo medico scientifico, ma ha lasciato un ricordo di sé nel quale si riscontra un corale grazie per ciò che ha fatto, o che si ritiene che abbia fatto, per la salute umana per tantissimi anni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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