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VARAZZE (Sv). L’entusiasmo del comandante “Una scoperta di grande valore”.

“E’ un relitto di grande valore, una nave romana oneraria adibita al trasporto di generi alimentari datata entro il I secolo d.C. contenente oltre cento anfore tappate e praticamente intatte, quello individuato al largo di Varazze. Non escludiamo, dato il perfetto stato di conservazione, che quest’ultime possano contenere al loro interno residui della mercanzia trasportata i quali, una volta analizzati, possano dare utili, nuove indicazioni sull’epoca augustea e chissà, magari anche i profili culturali e commerciali di quel periodo”.
Non nasconde l’entusiasmo il Tenente Colonello Francesco Schilardi, comandante del nucleo carabinieri subacquei di Genova con sede a Voltri, mentre racconta i dettagli dell’operazione. Tantopiù che è la seconda grande scoperta messa a segno dai suoi uomini dopo il ritrovamento del Transylvania, il piroscafo inglese affondato nel maggio 1917 durante il primo conflitto mondiale da un sottomarino tedesco e localizzato un anno fa nei pressi dell’isola di Bergeggi a 630 metri di profondità. “Stiamo parlando di due ritrovamenti storici di grande importanza, ma il primo ci riportava all’epoca del grande conflitto mondiale mentre quello odierno si rifà ai traffici romani dell’età repubblicana o imperiale, quando Roma commerciava coi paesi mediterranei, in primis la Spagna, e il Mar Ligure era crocevia nevralgico dello smercio. Ed è forse anche più importante, data la caratura archeologica non solo storica del ritrovamento”.

Dove è stato individuato il relitto?
“A circa 60/70 metri di profondità, totalmente infangato nei caratteristici fondali liguri, di natura sabbiosa, che hanno consentito la buona conservazione della nave. Nella parte superiore di questa vi sono numerosi frammenti di cocci degli antichi recipienti, danneggiati dalle attività di pesca. La parte sottostante risulta invece ancora ancora intatta e in perfetto stato e contiene molte anfore oblunghe di materiale tipo “dressel” utilizzate dal I secolo avanti cristo al II secolo dopo Cristo per il trasporto di generi alimentari, soprattutto olio, vino, pesce in salamoia. Una di queste l’abbiamo recuperata, in collaborazione con la Soprintendenza di Genova, e sarà oggetto di studi e analisi”.

Come siete arrivati all’individuazione della nave romana?
“E’ stata una ricerca mirata, grazie alle preziose testimonianze dei pescatori che sin dagli anni ’30, durante la pesca a strascico trovavano nelle reti pezzi di queste anfore e lo segnalavano, una volta a terra. Abbiamo studiato sia il fondale marino che la costa sulla base degli insediamenti romani dell’epoca avvalendoci anche del supporto tecnico dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale); il resto lo ha fatto il R.O.V., il robot-sistema filoguidato denominato Pluto le cui ispezioni visive hanno permesso l’individuazione del sito archeologico. Ora abbiamo chiesto l’interdizione dell’acqua per evitare le ‘visite’ dei subacquei curiosi o peggio di chi vorrebbe prelevare un ‘ricordino’ dal relitto; nel frattempo inizieranno ora le attività di sorveglianza e monitoraggio del sito dirette alla sua salvaguardia”.

Il relitto è recuperabile, pur se infangato, o incastrato nei fondali?
“Tempo e costi di recupero sono certamente lunghi e onerosi; a questi vanno poi aggiunti quelli di restauro e uno spazio idoneo a ospitare l’importante scoperta. Ma se lo Stato decidesse di investire nella cultura, nella storia e nell’archeologia la cosa non solo è fattibile ma avrebbe pure una significativa valenza turistica per l’intera regione”.

Autore: Lucia Marchio’

Fonte: La Repubblica, Genova, 06/08/2012

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