TORINO. Kha e Merit, un amore dall’antico Egitto.

Pubblicato il : 16 Maggio 2010
Abita a Torino ormai da oltre un secolo, ma solo ora riesce a rivelare tutti i suoi segreti ai visitatori, che la riscoprono come una sorprendente novita’.
E’ la tomba dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, custodita al Museo Egizio. Rimossa dai 30 metri quadri del piano nobile, nella quale l’aveva sistemata nel 1906 il suo scopritore, l’egittologo Ernesto Schiapparelli, dalla scorsa Pasqua e’ stata ricollocata nella prima sala del Museo. Qui ogni giorno scolaresche e pellegrini della Sindone si affollano.
Eleni Vassilika, la direttrice del Museo, ha creato per Kha e signora un allestimento provvisorio, ma capace di valorizzare i resti e il patrimonio di una coppia di coniugi innamorati l’uno dell’altra, fino all’ultimo giorno di vita. Vissero fra il 1450 e il 1380 avanti Cristo. Conobbero tre faraoni: Amenofi II, Tutmosi IV e Amenofi III. Morirono entrambi attorno ai 60 anni. Una bella eta’ per l’epoca, ritenuta «giusta» per gente agiata, «dopo venti anni di gioventu’, venti di studi e venti di professione», come ricorda il papiro «Insinger».
Merit, «l’amata da Dio», nome che in lingua ebraica divenne Maria, mori’ per prima. Kha, come estremo gesto d’amore, le dono’ il sarcofago che aveva preparato per se’. Lasciarono tre figli: una ragazza e due maschi, uno dei quali divenne decoratore di tombe regali.
I due coniugi portarono nel sepolcro letti, panche, sgabelli, cofani, tele, tuniche, stoffe, vasellame in ceramica, metallo e pietra. Non dimenticarono unguentari, vetri per profumi e bistro. Kha volle con se’ i suoi strumenti di misura.
La loro tomba fu rintracciata il 16 febbraio 1906 da Schiapparelli. Ricolloco’ i corredi al Museo di Torino, in un ambiente angusto come il sepolcro. La scelta, corretta sotto il profilo filologico, fini’ per impedire la piena visione del patrimonio.
Ora l’Egizio ha rimediato. Merit e Kha hanno trovato ospitalita’ in una delle sue piu’ prestigiose sale, in tre grandi e luminose vetrine, disposte a «U». Mettono in risalto oggetti che prima sfuggivano alla vista.
Hanno permesso anche l’ispezione di reperti che la precedente collocazione aveva negato persino alla fotografia scientifica. Tutti gli oggetti ora sembrano volare su sostegni di plexiglass. I letti funebri, le parrucche, la biancheria dei due coniugi, spolverati a regola d’arte, hanno rivelato cartigli e dettagli biografici dei loro proprietari. Gli utensili di Kha evidenziano l’usura di un lavoro quotidiano. Manca pero’ il «cubito» dorato di Kha, simbolo del suo rango. Quello esposto e’ una copia. Fa parte dei 22 mila tesori dell’Egizio che lo Stato non ha ancora conferito ala Fondazione antichita’ egizie.  

Autore: Maurizio Lupo

Fonte: La Stampa, 29/04/2010

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