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MONTELEONE SABINO (Ri). Scoperto un acquedotto sotterraneo risalente all’epoca preromana.

Un acquedotto sotterraneo scavato interamente nella roccia viva, con un percorso documentato di almeno cento metri, è stato individuato sulle colline di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti. La struttura, attribuita all’età preromana, costituisce una nuova testimonianza delle conoscenze idrauliche sviluppate dalle popolazioni dell’Italia centrale prima della diffusione delle grandi infrastrutture romane.

La scoperta è stata annunciata dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, a seguito delle indagini condotte dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, sotto la direzione scientifica dell’ente ed in collaborazione con il Comune di Monteleone Sabino. Il ritrovamento interessa un territorio storicamente legato alla presenza dei Sabini e, in particolare, alla comunità dei Mutuesci, associata all’antico centro di Trebula Mutuesca.
La documentazione del canale sotterraneo aggiunge un elemento significativo alla conoscenza dell’organizzazione del territorio, delle pratiche agricole e delle infrastrutture che sostenevano la vita degli insediamenti locali. L’acquedotto attraversa un pendio costituito da roccia conglomeratica alternata a strati di marna e argilla. La galleria presenta una sezione dal caratteristico profilo ogivale, confrontabile con quello di altre antiche opere idrauliche sotterranee documentate in Sabina. La particolarità della struttura riguarda soprattutto la tecnica impiegata per realizzarla. Le indagini hanno infatti permesso di riconoscere una sequenza costruttiva articolata: gli antichi scavatori aprirono inizialmente gallerie trasversali a intervalli regolari, utilizzandole come punti di accesso per procedere successivamente allo scavo del condotto principale lungo il versante della collina. Una soluzione che consentiva di organizzare il lavoro da più punti, anziché avanzare esclusivamente da un’estremità della galleria.
Questa modalità esecutiva presupponeva una conoscenza delle caratteristiche geologiche del terreno ed un coordinamento accurato delle diverse fasi di lavorazione. Le tracce ancora leggibili sulle superfici rocciose permettono oggi agli studiosi di ricostruire almeno in parte le procedure adottate e di valutare le competenze tecniche necessarie alla realizzazione dell’opera. La lunghezza di circa cento metri si riferisce al tratto finora accessibile e documentato, non all’estensione complessiva originaria dell’acquedotto, che resta da determinare. Anche la cronologia richiede ulteriori approfondimenti: la Soprintendenza identifica la struttura come preromana, ma non è stata ancora definita una data precisa di costruzione.

Il contesto archeologico è quello dell’antica Trebula Mutuesca, uno dei centri della Sabina storica. Il nome dei Mutuesci è attestato dalle fonti antiche: Plinio il Vecchio distingue gli abitanti di Trebula Mutuesca da quelli di Trebula Suffenas, confermando l’esistenza di comunità territorialmente e culturalmente riconoscibili. Secondo un’interpretazione linguistica ricordata dal Museo Civico Archeologico di Monteleone Sabino, il nome Mutuesci potrebbe essere collegato ad una radice osco-umbra riferibile a condizioni umide o paludose. Si tratta di un’ipotesi non definitiva, ma significativa per un territorio nel quale la disponibilità e la gestione dell’acqua avevano un ruolo determinante nell’economia agricola. La vocazione produttiva dell’area è ricordata anche dalla letteratura latina. Nell’Eneide, Virgilio definisce infatti Mutusca oleifera, richiamando la produzione di olio e la coltivazione dell’olivo. La presenza di infrastrutture idrauliche si inserisce così in un paesaggio agricolo caratterizzato da insediamenti diffusi, coltivazioni e percorsi di collegamento tra la valle del Tevere e l’entroterra appenninico.
Prima della progressiva integrazione nel sistema romano, le comunità della Sabina erano organizzate anche attraverso distretti territoriali, i pagi, comprendenti nuclei abitati minori, i vici. In questo contesto, la costruzione di un acquedotto sotterraneo di notevole sviluppo avrebbe richiesto risorse, manodopera specializzata e forme di cooperazione tra gli insediamenti. L’opera documentata a Monteleone Sabino testimonia dunque una capacità di intervento sul paesaggio che non può essere ricondotta soltanto a necessità immediate. La progettazione di un condotto scavato nella roccia presupponeva un investimento collettivo ed una pianificazione destinata a produrre benefici nel tempo.

Autore: Riccardo Deni

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 13 ottobre 2026

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