MICRORGANISMI. L’arte e i suoi assassini invisibili, così Davide distrugge Golia.

Pubblicato il : 21 Ottobre 2012

I responsabili del biodeterioramento dei Beni Culturali sono tanti e invisibili. Mangiano, muoiono, producono scarti e residui biologici e si riproducono esattamente come noi, ma per farlo a volte scelgono quadri di pregio e strutture architettoniche di immenso valore. Quando succede che i microorganismi ‘attaccano’ questi capolavori, gli addetti intervengono ma spesso l’impresa è ardua se non disperata, e i danni si pagano cari.
A seconda del clima, della temperatura, dell’umidità e della luce dell’ambiente, il loro sviluppo può infatti esplodere fino alla formazione di vere e proprie ‘patine biologiche’. E’ a quel punto che il problema diventa evidente e si cerca di salvare il salvabile.
Immaginiamo ad esempio di osservare un’opera d’arte e notare qualcosa di strano sulla sua superficie. “Siamo davanti una scena del crimine”, dice ai suoi studenti il professor Franco Palla, docente di Biologia molecolare e Biologia molecolare applicata ai beni culturali dell’università degli studi di Palermo. Scena del crimine perché l’organizzazione cellulare e le attività metaboliche di funghi, microalghe e batteri può davvero ‘uccidere’ un’opera d’arte e, proprio come fanno i criminali, lascia sulla scena (sull’opera, quindi) delle tracce biologiche: ma quelle che in biologia forense sono le tracce di sangue, saliva e altro, nel caso delle opere sono le patine.
“Per risalire dalla traccia biologica a quella criminale – spiega Palla – il biologo forense estrae e analizza le molecole di dna presenti nel campione, da cui possiamo ‘leggere’ il cognome e il nome del microorganismo, il genere e la specie. Il manufatto non è solo un’opera d’arte ma la parte di un ecosistema: quello che si forma in ambienti museali, biblioteche, depositi, sale espositive. In tutti questi luoghi i microrganismi presenti usano le opere d’arte sia come sostegno che come fonte di cibo. Con le loro attività metaboliche rilasciano particelle come spore, tossine e componenti delle membrane cellulari, che possono essere molto dannose per la salute di operatori e visitatori”. L’Italia, con il suo immenso patrimonio culturale, è spesso costretta ad affrontare problemi di questo tipo. Vediamo i casi più eclatanti.
Fontane annerite e libri ‘uccisi’
Ricorrendo all’analisi del Dna è stato possibile capire che il cambiamento di colore di alcune statue di marmo della Fontana Pretoria di Palermo, uno dei simboli della città, era dovuto alla presenza di batteri della specie Micrococcus roseus. “Il complesso intervento che ha portato al restauro di quest’opera straordinaria – spiega Palla – di gusto manieristico principalmente fiorentino, è stato un chiaro esempio di approccio interdisciplinare al restauro. Abbiamo dovuto lavorare su più fronti, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”.
Ci sono poi i batteri che ‘uccidono’ i libri: è successo alla Biblioteca Comunale di Taormina (ME), dove è stato scoperto che responsabili della distruzione dei testi erano dei microorganismi che per nutrirsi usavano la cellulosa della carta. In entrambi i casi è stato possibile svelare la “scena del crimine” con un certosino lavoro di analisi.
L’alga a cui non piaceva il Grande Cretto
Il centro storico di Gibellina venne distrutto da un sisma nel 15 gennaio 1968, un evento che provocò 1150 vittime, 98.000 senzatetto e sei paesi distrutti nella valle del Belice, in Sicilia. Su queste macerie della città di Gibellina, l’artista Alberto Burri tra il 1985 e il 1989, ha realizzato il Grande Cretto, opera che consiste in un’enorme colata di cemento bianco che, come un velo funebre, compatta i dodici ettari di macerie distrutte dal terremoto.
Pochi anni fa questa gigantesca e meravigliosa realizzazione però ha cominciato ad annerirsi: il restauratore torinese Antonio Rava ha identificato la causa in un’alga nera che si nutriva della superficie di carbonato di calcio e ha proposto una strategia di recupero vincente. “Per risolvere il problema adotteremo la tecnica dell’insufflazione criogenica, che consiste nel getto calibrato di CO2 in forma di vapore sulla superficie del cemento così da far raggiungere alla superficie una temperatura inferiore allo zero, che fa sparire in poco tempo qualunque forma di attacco biologico”. Un metodo semplice, atossico ed economico, che permetterà di pulire tutta la superficie e recuperare la bellezza dell’opera.
Gli insetti ghiotti delle opere di Kiefer
Il professor Rava ha anche curato il restauro di alcune opere del grande pittore e scultore tedesco Anselm Kiefer, che per un certo periodo della sua produzione ha realizzato opere utilizzando semi di girasole nella composizione. Un ‘ingrediente’ a dir poco appetibile per camole e insetti ghiotti di granaglie, tanto che in poco tempo le opere hanno cominciato ad essere attaccate e letteralmente divorate dai microscopici invasori. “Con il permesso dell’artista – spiega Rava – abbiamo sostituito i semi attaccati dagli insetti con altri semi sani da lui forniti,  che poi abbiamo trattato con un biocida specifico”. Il quadro con il grande girasole di Kiefer dunque ora è salvo.
All’attacco della casa di pane di Fisher
Urs Fischer è un artista svizzero di fama mondiale e una delle sue opere più famose è la Casa di pane (House of bread), una vera e propria abitazione realizzata con pane secco. Ignari del valore artistico della realizzazione, camole, moscerini e insetti di ogni tipo si sono presto dati da fare per rosicchiarla. Il lavoro di recupero è stato complesso, il team del professor Rava ha ripetuto il trattamento più volte per far sì che la creazione non venisse alterata. “Per salvare il tutto nebulizziamo un biocida specifico. In questo caso la presenza degli insetti è potenziata dal fatto che l’opera si trova in una collezione fuori città, quindi in un habitat ideale per insetti e moscerini”.
I batteri di Ercolano
Alla Villa dei Papiri di Ercolano sono stati trovati cinque anni fa dei frammenti di mobili preziosi in legno di frassino, coperto da uno strato di avorio lavorato a bassorilievo. Inizialmente erano stati tutti attribuiti a un unico “trono”, ma le analisi hanno poi rivelato che si trattava di tre opere diverse, con caratteristiche simili. “Il nostro istituto – spiega Nicola Macchioni, dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree Ivalsa Cnr – è stato incaricato di recuperare il tutto, perché il legno era stato attaccato da alcuni ‘batteri da erosione’, microorganismi che assottigliano lo spessore delle pareti delle cellule del legno, rendendolo spugnoso. Così abbiamo messo a punto un trattamento con lattitolo, uno zucchero modificato che consente di ridare una sufficiente consistenza al legno e di musealizzare il mobilio una volta terminato il restauro, ancora in corso”.
La Repubblica, Relitti colpiti e affondati
Un attacco più intenso, sempre da parte di batteri, è quello subìto dal legno delle navi antiche trovate nello scavo di Pisa San Rossore. Durante la costruzione di un edificio delle Ferrovie nella stazione sono state trovate, nel 1998, opere di legno che, una volta iniziato lo scavo vero e proprio, sono state identificate come imbarcazioni intere o in frammenti, risalenti ad un periodo tra il II secolo a.C. ed il VI secolo d.C.
“Si tratta di imbarcazioni – spiega Macchioni – affondate nel corso di inondazioni succedutesi nei secoli. Il ritrovamento è stato talmente importante da essere stato ribattezzato la ‘Pompei del mare’. Purtroppo però lo stato di conservazione del materiale è pessimo: la forma originaria dei manufatti si mantiene perché il legno è zuppo d’acqua, ma lo spessore delle pareti cellulari è talmente sottile che la perdita del contenuto (l’acqua appunto) farebbe collassare le cellule e quindi l’opera intera, rendendola irriconoscibile. Stiamo studiando i trattamenti di recupero più adeguati e i tempi di restauro. Nel corso dei prossimi anni verrà installato un apposito museo a Pisa, presso gli ex arsenali medicei”.
La carie sulle fondamenta di Venezia
Altro attacco da parte di batteri e funghi è in corso nella enorme foresta sotterranea di pali che fa da fondamenta agli edifici di Venezia, costruiti su un terreno paludoso. Il suolo è stato puntellato con centinaia di pali infissi nel terreno, lunghi tra i quattro e i sei metri, sopra ai quali sono stati costruiti muri di pietra e mattoni.
Le teste dei pali si trovano a una profondità di 1,50 – 2 metri rispetto al livello dell’acqua, quindi non sono mai direttamente visibili, se non nel corso dei lavori di manutenzione dei canali, quando vengono ‘messi in asciutto’. “I pali così immersi nel fango – spiega Macchioni di Ivalsa Cnr – vanno incontro a un degrado naturale dovuto all’attacco di batteri e funghi della cosiddetta ‘carie soffice’. Fino ad oggi non si sono verificati collassi perché il legno, benché in decomposizione, continua a svolgere l’azione di costipamento del terreno. Ma non è ancora chiaro né fino a che punto il degrado potrà spingersi né come si possa risolvere la situazione, quantomeno rallentando l’attività degi organismi, vista l’impossibilità di sostituire i pali degradati senza abbattere i soprastanti edifici”.

Autore: Sara Ficocelli

Fonte: La Repubblica.it, 12 ott 2012

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